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Justin Bibier: prolife da parte di mamma


Justin Bieber, di cui potremmo senza sforzo dire che è “idolo di milioni di adolescenti ”, è un ragazzotto di 18 anni alle prese con un tour mondiale che compie il “normale” apprendistato da popstar, tra eccessi e concerti. Eppure il suo nome è comparso sui titoli dei giornali in qualità di sopravvissuto.

Sì perché si è scoperto solo di recente che la popstar è nata dopo un tentativo di aborto confessato dalla madre in diretta nazionale sul canale NBC. Dopo il fallimento dell’intervento sanitario, la madre si era convinta che “semplicemente non doveva più farlo, non doveva più abortire. Dovevo cercare di fare del suo meglio. E fu decisa a fare tutto quello che c’era da fare per farlo vivere”. Così continuò la gravidanza in barba alla giovane età, alla tossicodipendenza, alla depressione, agli abusi, alla povertà, insomma a tutto. Ma quel che più importa alle sue giovani fan, iniziando il piccolo Justin alla musica. Storia che ha raccolto nel libro autobiografico “Nowhere But Up”.

Così dopo il successo canoro del figlio, la mamma di Bieber non ha esitato a produrre il film “Crescendo” uscito nel mese di febbraio e collegato ad una campagna di supporto per le ragazze in gravidanza. Il Film tra l’altro vede la partecipazione di Eduardo Verastegui, impegnato in prima linea nella promozione della cultura prolife. Attore che in tanti hanno conosciuto nei panni dell’ex calciatore del film “Bella”, vincitore del Toronto Film Festival nel 2006, oltre che del premio Astrei assegnato dal Movimento per la Vita italiano.

Solo così scopriamo che il giovane, che recentemente incorniciato il suo primo disco di platino, ha criticato nell’intervista a Rolling Stone i programmi di educazione sessuale nelle scuole americane, oltre a dichiararsi contrario alla legalizzazione dell’aborto. E guarda caso la cosa gli attira le antipatie della stampa Usa, da cui corre ai ripari con dichiarazioni di circostanza sul suo disinteresse per la politica, perché in America l’aborto è considerato un tema politico... Così oggi scopriamo questo lato inaspettatamente prolife della musica pop.

Aborto...e dopo?



" SE me lo avessero detto che era così, non avrei mai abortito..." "se qualcuno mi avesse avvisato che mi sarei sentita così..."frasi del genere non sono così rare come si pensa.

Sono le conseguenze della sindrome post-aborto, una patologia che affligge moltissime donne che hanno ricorso all'aborto. Nelle facoltà di psicologia esse vengono sottovalutate, o al più catalogate sotto le normali sindromi post-traumatiche.
Invece la sindrome post-aborto ha delle specificità.

Ma soprattutto è un ulteriore male generato dal ricorso all'aborto nella nostra società. Un male misconosciuto, di cui nessuno, o quasi, si fa carico.

Vale quindi la pena di saperne di più.
Lo faremo insieme a Siena, Venerdì 23 novembre, alle ore 17,30 presso la cappella universitaria di Siena (via bandini sallustio, 48) insieme alla dottoressa Cristina Cacace, psicologa e psico-terapeuta, ricercatrice presso l'istituto di terapia cognitivo-interpersonale di Roma.

Non mancate!

MPV Toscana Giovani 

La vita è la vita... difendila


LA VITA E' LA VITA... DIFENDILA


TOLENTINO, piazza della libertà, ore 8.00-20.00 domenica 16 settembre

Domenica 16 Settembre, in Piazza della libertà, dalle ore 8.00 alle 20.00, a Tolentino, i ragazzi del Movimento per la Vita saranno in piazza, al loro stand, con l’intento di sensibilizzare le persone sulla tanto dibattuta tematica della Vita umana. In più i presenti saranno disponibilissimi per ogni sorta di spiegazione e dialogo sulle numerose attività svolte dal Movimento per la Vita.



Inoltre, altro obiettivo dell'Associazione sarà quello di promuovere la grande petizione europea "Uno di noi”, firmata già da importanti personalità politiche e non.



Ogni singola firma, e ogni singolo interesse sono per noi motivo di continuare a combattere per quella Vita che difendiamo costantemente e attivamente!!!!

L'etica della vita e l'emergenza educativa di oggi


CONFERENZA 
"l'etica della vita e l'emergenza educativa oggi"
(14 aprile 2012 ore 15,00, sala verde della ex caserma Musso, Piazza Montebello, Saluzzo(CN)  )

La fondazione "ut vitam habeant", in collaborazione con il movimento per la vita italiano, scienza e vita e il centro servizi per il volontariato di Cuneo organizzano una conferenza sull'importanza dell'educazione. 
Introdotta da Maria Paola Tripoli, vicepresidente del consiglio regionale del Volontariato, vedrà l'intervento di S.E. Mons. Elio Sgreccia, presidente della fondazione "ut vitam habeant".
Mons. Sgreccia è l'autore del testo di bioetica che è considerato fondamentale in tutti gli studi sul tema con approccio personalistico. 
Non mancate! 



Elie Wiesel: «Volevo l'eutanasia, mia moglie mi ha salvato»

di Lorenzo Fazzini
tratto da Avvenire del 30/01/2012

La forza incoercibile della vita, la sua passione che batte in un cuore squarciato dal male del mondo e dal dolore personale. Elie Wiesel, il premio Nobel per la letteratura (correva l’anno 1986), racconta il suo ritorno nel mondo dei vivi dopo un’operazione a cuore aperto (questo il titolo del suo ultimo racconto, appena uscito in Francia, Coeur ouvert, Flammarion) che il 16 giugno dello scorso anno l’ha messo davanti, in maniera indefettibile, alla prospettiva della sua fine terrena. Da qui sono scaturite queste pagine di profonde riflessioni, incursioni teologiche, verità svelate.
Come quella che l’autore dell’indimenticato racconto La notte (Giuntina) offre all’inizio del volumetto: Wiesel confessa di aver desiderato e voluto espressamente l’eutanasia, chiesta con insistenza alla moglie Marion. La quale però non diede corso alla domanda del marito. Scelta di vita e di speranza di cui lo scrittore ebreo ora ringrazia profondamente la donna cui è legato. Scrive: «A metà gennaio 2011 ero in Florida con mia moglie. Mi sono ammalato: i medici mi hanno diagnosticato una doppia pneumonia e imposto una settimana di ricovero. Ma dopo quattro giorni la mia situazione sembrava peggiorare. Ho domandato a Marion di fare non importava cosa, anche l’impossibile, per mettervi fine. Ella è riuscita a convincere i medici spiegando che rischiavo la depressione e che bisognava assolutamente trovare il modo di ricoverarmi in hotel». Già solo il cambiamento di sistemazione nella degenza permette allo scrittore di superare lo scoglio della depressione e del desiderio di "farla finita".
Ma è l’intreccio tra la situazione personale del Wiesel malato di cuore (condizione scoperta improvvisamente l’estate scorsa e che ha necessitato di un intervento chirurgico d’urgenza a New York) e quella del Wiesel sopravvissuto ad Auschwitz ad avvincere in queste smilzo ma altrettanto eloquente libro. Perché quanto visto nei lager nazisti e quanto sperimentato nell’improvvisa ipotesi di abbandonare i propri cari per mano medica, entrambe le situazione hanno posto Wiesel di fronte a Dio con una domanda diretta: «Perché? Perché questa malattia? Questi dolori? Per che cosa li ho meritati? […] In verità, per l’ebreo che io sono, Auschwitz rappresenta una tragedia umana ma anche - e soprattutto - uno scandalo teologico. Per me è un fatto innegabile: è impossibile accettare Auschwitz con Dio né senza Dio. Ma allora come comprendere il Suo silenzio?».
E se è nota la risposta del Wiesel narratore ne La notte rispetto all’"impossibile" domanda («Dov’è Dio [ad Auschwitz]? Eccolo là appeso ad una forca», riferito ad un bimbo impiccato dai nazisti), anche il Wiesel post-operatorio resta un credente purificato dalla prova: «Io ammetto di essermi messo contro il Signore, ma non l’ho mai rinnegato. Rivendico il grido di Geremia nelle "Lamentazioni" quando evoca la distruzione del primo Tempio di Gerusalemme: "Tu hai ucciso i tuoi figli senza pietà! Tu hai assassinato il tuo popolo senza compassione!". Commenta il Nobel: "Cosa? Dio un assassino? Certo, tra noi sopravvissuti, alcuni hanno protestato contro il silenzio divino! Ma nessuno ha avuto l’audacia di chiamare Dio "assassino"!».
Ancora una volta però Wiesel riesce, con un colpo d’ala narrativo, a sbrogliare la matassa di un coacervo di posizioni che rappresentano lo scandalo religioso per eccellenza, il dolore umano. È l’innocenza di suo nipote a proporgli (e a donare a noi lettori) la chiave interpretativa risolutiva, che costituisce anche una sorta di grande ponte tra l’esperienza ebraica dell’autore e quella universale di ogni uomo, credente o mano (naturalmente, i cristiani potrebbero porsi in prima fila nel condividerlo). Elijah, dunque, il nipote prediletto del vecchio Elie, si avvicina al nonno: «Nonno, tu sai che io ti amo; e io so quanto tu stai soffrendo. Dimmi: se io ti amo di più, tu soffrirai meno?». E la conclusione di Wiesel sembra una vera dichiarazione teologica: «In quel momento, ne sono convinto, Dio contempla la Sua creazione sorridendo».

Lo strano "coraggio" della donna che ha preferito abbandonare il figlio

tratto da "Il Sussidiario"

Scusate se non mi indigno. Una ragazza, l’altra notte, a Monza, ha incrociato una donna, sconosciuta, e le ha messo in mano un fagottino. C’era il suo bambino, lì dentro. Si è scusata, dicendo che non poteva tenerlo, ed è volata via. La donna, confusa, ha portato il piccolo in un istituto religioso. E dove, se no. E le suore l’hanno prontamente fatto ricoverare in un reparto di neonatologia, dove il bimbo, in perfetto stato di salute, attenderà che la più presto una mamma e un papà chiedano di guardarlo negli occhi e prenderlo in braccio.
Non mi indigno, anzi, mi commuovo per quella giovane mamma, quasi certamente italiana, che ha avuto il coraggio di un simile gesto. Beata incoscienza, dirà qualcuno, ma pensarci prima? Non tutto si può sempre programmare e determinare “prima”. Alle volte è un nostro errore a farcelo capire. Spero che a generare il suo bambino sia stato un atto d’amore, sconsiderato, imprudente, ma non improvvido. Magari pensava che il suo uomo si sarebbe occupato di entrambi, e ha scoperto costernata che così non è. Magari ha paura che la famiglia si scandalizzi, o che qualcuno le porti via un lavoro precario. In genere, chi bada solo al proprio interesse, e un figlio non lo vuol tenere perché è un problema, un impiccio, un sacrificio, davvero ci pensa “prima”. Ma non prima di fare all’amore. Ci pensa ricorrendo all’aborto, chirurgico o, come usa adesso, chimico, illudendosi che sia più comodo, indolore, più digeribile per la coscienza.
Invece, quella ragazza, da un lato debole, certo sola, insicura, di coraggio ne ha avuto. Ha messo alla luce il suo bambino, si è affidata a una donna, come lei. Ha sperato, rinunciando a lui, di offrirgli un futuro migliore. Che privazione, che strazio, anche se si trattasse di una sventatella senza cognizione e giudizio. Perché quando un figlio l’hai custodito nel tuo ventre, l’hai fatto uscire urlando dalle tue viscere, separarsene è una ferita, lancinante.
Ci vuole il coraggio della disperazione, o la coscienza di un’impotenza, la generosità suprema, quella che solo una madre può avere: eccolo, è del mondo, l’ho fatto nascere, custoditelo voi. La mamma di Mosè ha fatto così. La madre dei fondatori di Roma ha fatto così. La storia, sacra e non, racconta con tenerezza e tremore di donne che hanno osato questo gesto, contribuendo così a disegnare per i loro figli un destino buono. A un certo punto nella storia ha fatto capolino il cristianesimo, e con esso hanno avuto una ragione, e uno slancio, la pietà e la carità. Era prassi accogliere nelle chiese, nei conventi, i bimbi voluti, ma abbandonati. Nessuno si preoccupava dei motivi. Nessuno andava a cercare le madri, se non per aiutarle, per dire loro possiamo prenderci cura di te e del tuo bambino. I trovatelli venivano nutriti e cresciuti, venivano istruiti e veniva dato loro un lavoro, una dote. Le ruote degli esposti stanno ancora a dimostrare che la clausura sapeva aprirsi, quando era il caso.
Oggi si è tentato di imitare la pratica, con le “culle rosa” fuori da qualche ospedale. Inesorabilmente vuote, perché chi mi assicura che mentre lascio il mio bambino qualche telecamera non riveli il mio nome, qualche malintenzionato non mi segua e lo rapisca per sé. Come lasciare una creatura in una cella metallica, aspettando che una luce lampeggiante avvisi il reparto d’urgenza che è arrivato un fagotto? Ci vogliono due braccia, che lo abbraccino subito. Ci vuole una donnaa cui batta il cuore, e che corra ansiosa alla prima casa di suore. Stupite, incantate, premurose intorno a Gesù Bambino, incarnato per loro, quest’anno ancora di più.
 
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