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L’uomo è l’oggetto.

 L’uomo è un oggetto al pari degli altri da smontare e rimontare, da modificare e sperimentare. Così il trattamento che fino ad oggi era riservato al massimo alle cavie da laboratorio  riguarderà anche gli embrioni umani.

Il Regno Unito si prepara a dare il via libera alla ricerca su embrioni umani geneticamente modificati. Un via libera che permetterà attraverso il sistema dal “gene editing” di creare uomini geneticamente modificati, portando così la scienza ad un passo dalla creazione di una nuova umanità.
In passato alcuni scienziati cinesi della Sun Yat-sen University hanno condotto simili ricerche senza specificare in modo chiaro i protocolli seguiti e gli esiti ottenuti. 

Questa volta i ricercatori britannici guidati da Dr Kathy Niakan vogliono mettere in piedi una sperimentazione rigorosa su oltre 120 embrioni per una durata di sette anni. Il progetto ha appena avuto il primo permesso dall’autorità pubblica competente, la Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA) oltre a raccogliere il plauso scontato del direttore del Francis Crick Institute che ospiterà l’esperimento. Ora è atteso il via libera da parte del comitato etico. Una volta ottenuto i primi test inizieranno a marzo  per l’estate il gruppo inglese conta di avere tra le mani il primo embrione geneticamente modificato.


Gli embrioni saranno destinati solo alla ricerca in laboratorio e non sono destinati all’impianto, rassicurano... Come se questo ne cancellasse l’umanità e la dignità. Al contrario sapere il loro impianto sarà negato in partenza non fa che aggiungere altre note stonate a un progetto già controverso. Fortunatamente in Italia il Comitato Nazionale di Bioetica l’embrione è un essere umano a tutti gli effetti e lo hanno ribadito anche i cittadini europei con la recente iniziativa Uno di Noi che ha chiesto alla Commissione Europea di conformare a questa verità le proprie politiche di finanziamento alla ricerca. Un anno fa Bruxelles si è rifiutata di ascoltare questo appello, chissà se cambierà idea oggi che è divenuto  ancora più urgente. 

TE

Un viaggio alla scoperta della riproduzione umana




"Da Vita a Vita - viaggio alla scoperta della riproduzione umana" è il titolo del libro edito dalla Società Editrice Universo e scritto dal Prof. Bruno Mozzanega, ricercatore universitario presso la Clinica ginecologica ed ostetrica dell'Università di Padova e presidente della SIPRe (Società Italiana Procreazione Responsabile), di recente costituzione, nonchè membro del Direttivo Nazionale del Movimento Per la Vita Italiano.

Ne parliamo con l'autore.

Prof. Mozzanega, come e quando è nata l'idea di questo libro?

Il libro nasce dalla attività di formazione che ho svolto nelle scuole medie, in collaborazione con i docenti di Scienze, negli anni in cui lavoravo nel consultorio familiare pubblico.
So che sembrerà strano, ma devo riconoscere che ho scoperto quanto sia affascinante la biologia della riproduzione nel momento in cui ho iniziato ad illustrarla ai ragazzi. Naturalmente ne avevo già affrontato lo studio nell'ambito dei programmi del corso di laurea e di quelli più specifici della Scuola di Specializzazione. Tuttavia l'armonia che ne lega gli eventi mi era sfuggita, forse a causa della preoccupazione, allora preminente, di approfondirne in modo analitico i singoli particolari. La necessità di presentare ai ragazzi questi argomenti in modo organico, con lo scopo di far capire prima ancora che far imparare, mi ha spinto a riorganizzare le informazioni che avevo e a ricercare le relazioni che più intimamente le legano e le unificano in vista di quell'obiettivo, unico e fondamentale, che è la comparsa della vita umana. Ne è uscito un percorso di informazioni che si susseguono, concatenate le une alle altre, e che accompagnano il lettore a comprendere con gradualità i meccanismi della riproduzione ed insieme a ripercorrere le origini della propria storia.
Una volta smessa l’attività nel consultorio, ho deciso che nulla dovesse essere perso e l’ho trascritto. La prima edizione di “Da Vita a Vita” è del 1992. Le edizioni successive sono riccamente aggiornate, anche se i dati anatomici e la fisiologia del ciclo mestruale restano sostanzialmente invariati.


“Da Vita a Vita”... perché questo titolo?


Il titolo traduce l'ampio respiro del testo. E’ la vita stessa che fluisce e si perpetua, in un modo che ci vede, insieme, protagonisti e strumenti. Già appena concepiti, nelle primissime fasi della nostra esistenza, si differenziano in noi le cellule germinali primordiali che ci consentiranno, un giorno, di trasmettere la Vita e di essere partecipi, spero sempre consapevolmente, di questa immensa opportunità che ci è data.

Un "viaggio" alla scoperta della riproduzione umana?

Sì. E’ una Bellezza da scoprire nella sua meraviglia e nella sua perfezione. Riga dopo riga, nell’apprendere o nel sistemare nozioni che magari già possiede, chi legge si rende conto di leggere di sé. In questo viaggio il ragazzo, l'uomo, capisce di essere prezioso: il suo ruolo biologico è insostituibile, ovviamente. Ma capisce anche che è la donna la “garante” della vita umana: è il suo organismo a determinare i tempi della fertilità, quelli nei quali all’affettività si associa la procreazione. E’ lei la custode di questi eventi. Lei ospita il figlio e lo sente vivere e crescere in sé. Lei gli offre il cibo, la protezione, la prima e immediata comunicazione. E gli organi destinati a consentire tutto questo sono protetti all’interno del suo corpo, a differenza dei genitali maschili, pure importanti, è ovvio, ma che sono all’esterno e sono del tutto complementari a quelli femminili. E poi l’emergere della nostra prima cellula..

"La vita che nasce non si esaurisce in una serie di eventi mirabili che si ripetono da millenni; essa porta in sé anche lo stupore e la magia di un evento unico, che trascende la biologia e si fa irripetibile..."

Sì. Sono eventi che si ripetono da millenni e millenni, è vero, e che a volte possono rischiare di passare come routine. Ma nella realtà ogni volta avviene un prodigio: viene alla vita un individuo unico nel tempo e nello spazio, prescelto, selezionato fra infinite possibilità.
Sei tu, sono io, sono tutte le persone, così particolari nella loro individualità, che hanno popolato e popoleranno questa Terra. Che l’arricchiranno con le loro storie particolari.
La magia è nella selezione dell’uovo che sarà scelto, quello contenuto nel follicolo ovarico che crescerà meglio degli altri. La magia è nella gara degli spermatozoi: un percorso ad eliminazione che ne porta solo uno a fecondare l’uovo: uno fra le decine e decine di milioni che vengono emesse ogni volta e poste all’ingresso delle vie genitale femminili. La magia è quella della prima cellula, che inizia immediatamente a svilupparsi e a crescere, secondo le istruzioni già presenti nel genoma nelle quali è scritto immediatamente chi siamo, il genoma che noi siamo... Quel singolo e irripetibile genoma (l’insieme di tutti i nostri geni) che è singolarmente ognuno di noi. E l’immediato rapporto del figlio con l’organismo della madre, della quale inibisce le difese immunitarie locali, quasi a dire: “Ci sono... iniziamo a collaborare”. E’ straordinario.
Raccontarlo è rischioso. Raccontare la perfezione è rischioso: il rischio è farlo male, non tradurla e non trasmetterne il senso; non suscitare lo stupore che questa Bellezza inevitabilmente dovrebbe evocare.

Qual è per lei il significato profondo della sessualità? L'informazione biologica è sufficiente al fine di una completa educazione della sessualità?


La sessualità è forse il livello di comunicazione più profonda che ci sia dato di sperimentare.
La conoscenza della biologia è il presupposto ineludibile perché si viva pienamente una sessualità che sia consapevole. Consapevole della ricchezza che la sessualità ha in sé, della possibilità che ne consegua la procreazione, delle responsabilità che tutto ciò comporta nei confronti dell’altro e del figlio che può emergere alla vita. Una consapevolezza che nulla tolga alla spontaneità e a tutti gli altri infiniti significati e portati che sono propri della sessualità, ma che li integri tutti insieme in una relazione positiva e consapevole.
Direi che la conoscenza è una condizione sine qua non, e che il momento informativo è essenziale. E’ preliminare. Dobbiamo sapere bene cosa succede nel nostro organismo e quali tesori ci siano stati dati da custodire e utilizzare con responsabilità.
L’essere informati, o meglio ancora il conoscere, è il presupposto fondante di un processo educativo e auto-educativo che dura per sempre e che forse si concluderà solo alla fine della vita. Credo che la vita stessa possa anche intendersi come un’avventura che continuamente ci educa.

Attualmente è diventato difficile attribuire significati univoci a termini scientifici come "concepimento" e "gravidanza". Si parla di contraccezione di emergenza per nascondere metodiche potenzialmente abortive....

La vita inizia con il concepimento. Nel testo è tutto molto chiaro, ma prima ancora lo è nella realtà della biologia. Nei primi giorni di vita l’embrione si nutre delle riserve che erano nella cellula uovo, la cellula più grande che esiste in natura. Dialoga, in termini biologici, con l’organismo materno e infine si annida, per ricevere il nutrimento che gli serve per poter crescere e svilupparsi. L’embrione è ben vivo dal primo istante.
Un organismo morto (non vivo) non potrebbe mai annidarsi, potrebbe soltanto andare in disfacimento, come succede a noi, a qualunque età.
Anche se accettassimo l’assunto che, per definizione, la “gravidanza” inizi con l’impianto (che peraltro non è un colpo di calamita ma un processo che si perfeziona in più giorni), la vita comunque inizia dal concepimento.
L’importante è non utilizzare queste distinzioni terminologiche per ingannare: oggi si pretende che la gravidanza inizi con l’impianto e non comprenda la prima settimana di vita del figlio: quella in cui l’embrione inizia a crescere e si prepara ad annidarsi.
Dal momento che la definizione comune di aborto è interruzione della gravidanza, pretendendo che la gravidanza inizi con l’annidamento si esclude dalla definizione di aborto tutto ciò che sopprime l’embrione prima dell’impianto nella sua prima settimana di vita.
Ma tutte le nostre Leggi, e prima ancora i nostri princìpi, tutelano esplicitamente il concepito e quindi anche la sua prima settimana di vita: eliminarlo prima che si annidi non può certo essere procreazione responsabile.
I contraccettivi d’emergenza agiscono prevalentemente dopo il concepimento: in Europa e nel mondo accademico si accetta passivamente che la contraccezione si estenda fino a impedire l’impianto, ma è aberrante e anche contrario al sentire comune.
A differenza di quanto pretende il mondo accademico, la gente comune ritiene correttamente che “contraccettivo” sia tutto ciò che impedisce il concepimento e “abortivo” sia, invece, tutto ciò che agisce dopo il concepimento eliminando il concepito.
A chi è destinato il libro "Da Vita a Vita"?
Come scrivo nell’introduzione, il libro è diretto soprattutto ai ragazzi, agli studenti: credo che leggendo la prima parte, auspicabilmente insieme ai loro insegnanti che li aiutino a consolidare le informazioni, essi non possano che appropriarsi con stupore della perfezione di questi apparati e meccanismi fisiologici che permetteranno loro di trasmettere la vita. Credo anche che, divenendone consapevoli, essi apprendano come sia possibile regolare la propria capacità di procreare senza mai interferire con l’esistenza di un figlio e cioè che essi sappiano distinguere con chiarezza le metodiche che consentono di prevenire i concepimenti da quelle che, al contrario, impediscono al figlio di sopravvivere. E soprattutto che il rispetto per la vita del figlio dal suo inizio possa essere il criterio fondamentale in ogni scelta inerente la procreazione.
”Da Vita a Vita” è diretto anche agli operatori del settore, a chi tiene corsi di educazione sessuale, alle coppie che desiderino vivere responsabilmente la propria capacità di procreare. E’ diretto a chiunque voglia conoscere l’immenso mistero della procreazione, almeno nei termini biologici in cui esso si realizza, e in esso riconoscere anche la propria storia fin dai suoi primi istanti.
Il testo è rigorosamente scientifico, ma è intriso della perfezione degli eventi che descrive e dall’affetto e dal profondo rispetto per quel piccolo essere umano che può emergerne.
Vorrei che ognuno apprezzasse questa grande Bellezza, se ne innamorasse, la sentisse intimamente costitutiva di sé e la proteggesse come un bene prezioso, in se stesso e negli altri.

Anna Fusina

Fonte: http://vitanascente.blogspot.it/

Obiezione di coscienza e legge 194: l'eccezione alla regola.

In un clima d’antagonismo nei confronti dei medici obiettori, accostare il tema della laicità dello Stato a quello dell’obiezione di coscienza è divenuto un tabù, sul quale è concesso discutere solo in certi ambienti e a determinate condizioni. 

Oggi uno Stato autenticamente “laico” è quello che riconosce il diritto ad abortire e che tenta di circoscrivere il più possibile quello ad astenersi, come sembra emergere anche dalle considerazioni che hanno portato il Consiglio d’Europa ad accogliere il reclamo presentato alla Ong “International Planned Parenthood Federation European Network” che accusava l’Italia, a causa dell’alto numero di obiettori, di non garantire l’applicazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza.

La relazione annuale sull’attuazione della legge 194/78 presentata al Parlamento il 13 settembre 2013 evidenzia come anche in Toscana, al pari di molte altre Regioni italiane, dal 1983 al 2011 il numero degli obiettori tra i ginecologi sia cresciuto dal 51% al 65,8%. Davanti a questi dati, il pubblico si divide e sembra prevalere chi afferma che siamo di fronte a una compromissione del diritto di ciascuna donna all’IVG. Ma c’è ancora chi sceglie il dibattito, chiamando a parlare esperti medici, legali e religiosi, come è avvenuto all’ospedale Careggi di Firenze dove, venerdì scorso, i ragazzi del Movit - l’associazione universitaria dei giovani del Movimento per la Vita - di Firenze e Siena e quelli del Movit dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma hanno organizzato una tavola rotonda dal titolo “Laicità dello Stato e obiezione di coscienza”.

L’incontro, moderato da Lucia Leoncini, magistrato ordinario in tirocinio, è iniziato ricordando il significato autentico di laicità dello Stato, che non significa “indifferenza”, ma piuttosto il riconoscimento di un’incompetenza degli organi pubblici a giudicare le istanze interiori del singolo e che implica, quale corollario a questa garanzia di non intromissione, l’imparzialità dello Stato medesimo. A seguire Francesco Zini, ricercatore di Filosofia del diritto dell’Università di Verona ha illustrato i profili tecnico-giuridici dell’obiezione di coscienza, ricostruendone la storia in qualità di “eccezione a una norma giuridica” ma che, in quanto prevista e disciplinata dalla legge, deve comunque essere adempiuta.

Tra i relatori, Jean- Marie Mupendawatu, segretario del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari ha richiamato i cattolici all’impegno in difesa della vita in tutte le sue fasi, portando ad esempio la lettera che nel 1990 l’allora re del Belgio Baldovino scrisse in occasione della sua sospensione dalla carica per evitare di controfirmare la legge che avrebbe legalizzato l’aborto nel suo Paese. In chiusura è intervenuta Donatella Nannoni, medico ginecologo. La dottoressa con la propria testimonianza ha evidenziato l’importanza di partire dall’esperienza per individuare i problemi di ogni singolo caso e per far emergere proprio dai bisogni della donna la soluzione migliore da adottare, nell’ottica di intraprendere insieme a lei una strada alternativa all’IVG. Emerge dunque un dovere del medico il quale, “in scienza e coscienza”, è chiamato a tentare di salvare il proprio paziente, per quanto piccolo, nascosto ed indifeso egli sia.

Eleonora Gregori Ferri.

Diritto alla Pillola?

In Toscana inizia la distribuzione della pillola abortiva RU486 al di fuori degli ospedali: un pericolo in più per la salute delle donne, un passo verso l'aborto a domicilio.

Trascorsi cinque anni dal nulla osta dell’Agenzia del farmaco all’immissione in commercio nel nostro Paese del Mifégyne, pillola abortiva prodotta dall’azienda francese Exelgyn, l’aborto medico è ancora una volta al centro del dibattito nazionale a seguito del parere espresso dal Consiglio sanitario regionale della Toscana, che apre le porte all’impiego della RU486 fuori dei presidi ospedalieri. L’organo tecnico dell’assessorato alla salute ha infatti emesso un atto con valutazione favorevole alla revisione del protocollo operativo relativo alle modalità di svolgimento dell’IVG farmacologico sul territorio, contenuto nel parere CSR 47/2010. Tante le perplessità che accompagnano questa nuova rivoluzione, capitanata da una regione che già in passato si era distinta per la propensione dei propri organi di governo a favorire l’aborto chimico. 

La sede dell'AIFA a Roma.
Come emerge dalla relazione del Ministero della Salute sull’attuazione della legge 194/78, è dal 2005 che alcuni istituti impiegano farmaci a base di mifepristone e prostaglandine per l’interruzione della gravidanza. Tra questi ultimi si distinsero le strutture toscane che, attraverso la prassi dell’importazione del farmaco a paziente riuscirono ad assicurare la possibilità di usufruire del nuovo intervento prima che l’AIFA si esprimesse al riguardo, ovvero mentre erano in corso le prime sperimentazioni all’ospedale Sant’Anna di Torino. Eppure, come riportato in questo articolo de Il Tirreno (qui), le prime lamentele sul protocollo in questione erano fin da allora pronte e muovere battaglia contro i tre giorni di degenza che, a detta della senatrice radicale Donatella Poretti scoraggiavano molte donne a compiere tale scelta. 

Il panorama odierno è dunque il seguente: a fronte di una disciplina ministeriale che prevede per la somministrazione dei relativi farmaci il ricovero ospedaliero, il nuovo protocollo prevedrebbe il ritorno a casa della donna dopo due ore dall’assunzione del mifepristone, la prima delle due pillole necessarie a completare l’interruzione di gravidanza. La paziente è poi tenuta, passate 48 ore, a ripresentarsi presso uno dei poliambulatori “adeguatamente attrezzati” per l’assunzione della prostaglandine e dopo 10/15 giorni viene fissata la visita di controllo, che potrebbe addirittura svolgersi in un consultorio. Se fino ad oggi si prevedeva dunque il ricovero ordinario, in futuro sarà possibile compiere l’aborto chimico a domicilio. 

La presentazione della RU486
L’assessorato al diritto alla salute della Toscana, come riportato da Avvenire (qui), “approfondirà e valuterà” il parere tecnico del Consiglio sanitario regionale, ritenuto conforme al dettato dell’art 8, legge 194/78 secondo il quale “Nei primi novanta giorni gli interventi di interruzione della gravidanza dovranno altresì poter essere effettuati, dopo la costituzione delle unità socio-sanitarie locali, presso poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati, funzionalmente collegati agli ospedali ed autorizzati dalla regione.” 

L’AMCI (Associazione Medici Cattolici Italiani) ha diffuso un comunicato della presidenza sulla libera fornitura della RU486 nei consultori toscani, affermando il proprio dissenso e sottolineando che il parere in questione è “atto arbitrario, poco convenzionale ma anche violento perché manifesta l’intento utilitaristico di voler gestire la vita umana e particolari momenti di fragilità della donna in modo poco responsabile ed esponendola a dei rischi non indifferenti.” Nonché, come sottolineato su Avvenire (qui) dal presidente Filippo Boscia, docente di bioetica dell’Università degli Studi di Bari, una scomoda verità si nasconde dietro a un provvedimento che è detto a tutela della donna e di una sua presunta libertà di scelta e di autodeterminazione: la tutela ha un costo e nel caso di ricovero in ospedale, le cifre si aggirano introno ai 3mila euro. Si compie così un ulteriore passo verso la banalizzazione di un gesto, l’aborto, che anche se praticato fuori dall’ospedale, comunque reca con sé quella sofferenza per una vita mancata che è un sentimento trascendente qualsiasi confine ideologico.

Eleonora Gregori Ferri
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Il parere tecnico del Consiglio sanitario regionale della Toscana: leggi qui

Il senso del progresso.

Perché dare alla luce un bambino in questo mondo? Le risposte dei futuri genitori in un docu-film.

E’ questa la domanda che ci poniamo a volte, presi dallo sconforto per tutto ciò che in questo mondo e nella nostra vita non va come dovrebbe. A prima vista il bilancio del cosiddetto “progresso” sembra essere pienamente sfavorevole alle nuove vite: guerre, disagio sociale, povertà e mancanza di acqua e di cibo in molte aree del mondo.

Nelle giovani coppie intervistate all’inizio del filmato infatti la paura e l’insicurezza di fronte all’aprire le porte del mondo ad una nuova vita, sono molto forti. Lo scopo del video, lanciato da Unilever nell’ambito della sua campagna di attività sociali, è proprio quello di farci percepire invece il progresso per i suoi,tanti, aspetti positivi. Ed in effetti i dati sono veri.

 Adesso un bambino che nasce sarà molto probabilmente più sano che chi è già sulla terra. Quando avrà trovato la persona giusta, avrà più possibilità di vedere i suoi nipotini di quante ne abbiamo mai avute noi. Non c’è in effetti mai stato un periodo migliore per la nascita di una nuova vita, anche se spesso la gente utilizza i problemi ambientali e sociali del mondo come scusa per non avere un figlio.

Mi hanno molto colpito le frasi dei due giovani futuri-padri alla fine: “Questo mondo ha bisogno di più gente buona, e vorrei che il nostro figlio facesse parte di queste persone che proveranno a cambiare il mondo.” E anora “Il come questa storia continuerà dipende dalle nostre scelte”.

Ed è davvero così, noi ci crediamo! E voi???

Giovanni Gori.

Guarda il video su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=PWTVCkvQzY8

I conti non tornano: la verità sul voto Estrela.

Votazione Parlamento Europeo Estrela
L’aborto non è un diritto titolava Avvenire dopo la mancata approvazione della “risoluzione Estrela” da Parte del Parlamento Europeo. La discussione sul voto è ancora aperta, cerchiamo di capirne i retroscena.


Ma cosa conteneva la risoluzione, come è andata la discussione parlamentare, quale valutazione politica, sono tutte domande a cui la nostra stampa ha dato risposte diverse, addirittura discordanti. Cerchiamo di capire insieme. Per chi non lo sapesse, la risoluzione su “Salute e diritti sessuali e riproduttivi”, che prende il nome dalla firmataria Edite Estrela, è un testo non vincolante del Parlamento Europeo proposto dal Partito socialista-democratico. Il testo proponeva la qualificazione del “diritto all’aborto”, addirittura nella forma di diritto umano, senza alcuna concessione al diritto alla vita del concepito.

Ancora una volta –si stuferanno alla fine?- viene riproposta l’associazione tra diritti sessuali-riproduttivi e il diritto all’aborto che di riproduttivo –evidentemente- ha ben poco. Anche sul profilo della salute della donna perseguita attraverso l’aborto esistono pensanti riserve, basti pensare alla sindrome post-aborto: appare evidente l’ennesimo tentativo ideologico di voler nascondere l’umanità del figlio concepito, il suo diritto alla salute, addirittura alla semplice esistenza. La risoluzione Estrela è stata in una parola la riedizione europea della propaganda abortista che da anni imperversa nei contesti internazionali e che da tempo segnaliamo sul nostro blog (vedi qui se vuoi saperne di più).

La cosa emblematica è che la risoluzione tanto discussa, in realtà non è stata mai discussa dal Parlamento Europeo, ne tanto meno bocciata. Alla prima presentazione, nel mese di ottobre, il Parlamento rinviò l’esame a dicembre. Cosa è successo a questo punto? Il Partito Popolare Europeo ha presentato una risoluzione alternativa approvata dal Parlamento. Ciò ha fatto “decadere” la proposta Estrela che in questo modo non ha mai varcato la soglia dell’emiciclo parlamentare. La votazione sulla risoluzione del PPE ha visto 334 sì, 327 no e 35 astenuti.

Il merito di questo risultato politico è e rimane del PPE che ha preparato la proposta e l’ha votata in modo compatto. A ricordarlo è Eugenia Roccella che sull’Occidentale ha descritto la risoluzione Estrela come “n testo puramente ideologico anche perché i paesi che hanno attuato questo tipo di politiche (per esempio Svezia, Francia, Inghilterra) sono quelli con le maggiori percentuali di aborti in assoluto, e con spaventosi tassi di gravidanze e aborti tra le minori. Si tratta quindi di politiche fallimentari, che non dovrebbero essere esportate e proposte come buone pratiche” (leggi l’articolo qui).

L’astensione degli eurodeputati PD rappresenta un importante segno di contraddizione, ma chi vuole affidare a loro il risultato ottenuto lo fa in modo strumentale. Al contrario di quanto sostenuto da diverse testate “di sinistra” l’astensione di alcuni europarlamentari italiani non è stata decisiva per il voto: erano sei, non sette. L’Huff. Post di Repubblica spacciandoli per sette cerca di attribuirgli la responsabilità del risultato creando così un “vergognoso” incidente per il Partito Democratico. Vergognoso è che non sappiano contare nemmeno fino a dieci. Si legge testualmente “I 'magnifici' sette eurodeputati cattolici del Pd? Il capo-gruppo David Sassoli, Silvia Costa, Franco Frigo, Mario Pirillo, Vittorio Prodi e Patrizia Toia”. Contateli anche voi. I magnifici sette sono in realtà soltanto sei.

Le valutazioni politiche sulla vicenda infatti sono diametralmente opposte a seconda della provenienza ed entrano nel vivo della novità della sinistra italiana. I sei “dissidenti” sono stati subito additati come “renziani” tracciando un solco sui temi bioetici. Da una parte chi grida al tradimento dell’ortodossia ideologica, dall’altro chi spera in una possibilità di dialogo sulla bioetica durante la segreteria targata Renzi.

L’associazione degli atei ha prontamente parlato di “condotta fuorviante e brutale”. Apre una finestra invece Tempi.it intervistando l’eurodeputata, disobbediente, Silvia Costa che ha spiegato così la propria astensione: “Innanzitutto perché la relazione Estrela non bilanciava l’aborto con il diritto del nascituro e perché il diritto alla vita veniva completamente ignorato. Inoltre perché eliminava l’obiezione di coscienza, promuoveva l’accesso diretto delle minorenni all’aborto senza il consenso dei genitori e la procreazione assistita per single omosessuali” (leggi l’intervista qui: Tempi.it).

Eutanasia per i bambini: autodeterminazione o autodistruzione?

Il caso del Belgio. Una riflessione per capire cosa cambia con l'introduzione dell'eutanasia per i minori.


L’approvazione, da parte del Senato del Belgio, di un disegno di legge che prevede l’eutanasia non solo per i minori, ma perfino per i bambini di appena cinque anni di età pone, o meglio ripropone, un problema già visto. Un problema non solo per il Belgio, evidentemente, e non solo per l’eutanasia, bensì per l’intero mondo occidentale e secolarizzato ed anche per altre frontiere della bioetica. Del resto, se il Senato belga si è pronunciato così su un tema tanto delicato e oltretutto a larghissima maggioranza – 50 voti a favore e appena 17 contrari –, sarebbe da ingenui immaginare la questione circoscritta ai confini di quel Paese.

Il problema è quello dell’assolutizzazione dell’autodeterminazione individuale, per la quale istanze di ognuno vanno assecondate a prescindere, quand’anche fossero finalizzate al desiderio di morire; di qui la legittimazione del testamento biologico, dell’eutanasia e del suicidio assistito. Perché è un problema? Per più ragioni. In primo luogo perché quello spacciato per trionfo della libertà di tutti, se visto da vicino, si configura come una negazione di quella di alcuni. Infatti, se oggi redigo un biotestamento con disposizioni vincolati o chiedo al medico di darmi la morte, prima che esercitare un diritto mio, impongo ad altri un dovere, sicché la mia libertà non sarà assoluta dato che esige  di un altro, da essa vincolato.

L’autoderminazione assolutizzata presenta, a livello più generale, anche un secondo profilo critico, e cioè quello per cui saremmo padroni della nostra vita. A parte essere un’idea totalmente moderna e contemporanea – Émile Benveniste (1902-1976), fra gli altri, ci ha insegnato come il concetto di libertà abbia “origini sociali” giacché anticamente designava appartenenze di carattere familiare ed etnico – è anche un’idea falsa. Questo perché la vita ci viene sempre donata e trasmessa, e perché viene definita da un continuo intreccio di relazioni verso le quali, a ben vedere, siamo debitori. Non per nulla un pensatore non cristiano come Aristotele apostrofava i suicidi come traditori della polis, V II, 1138).

Oltre ad essere, come ideale, poco convincente e privo di una base diversa dall’interesse egoistico, l’autodeterminazione assolutizzata – come dimostra quel che sta succedendo in Belgio e in Olanda, dove dal 2014 l’eutanasia sarà estesa a neonati e bambini – si configura come premessa all’umana autodistruzione. Perché se da un lato è vero che nel momento in cui si riconosce a qualunque soggetto il diritto di morire sarebbe iniquo negarlo ad altri, bambini inclusi, d’altro lato è innegabile come società dove già nascono sempre meno bambini – in Belgio, dove si contavano 10,91 nati ogni mille abitanti del 2000, oggi ne nascono 10,03, mentre in Olanda si è passati dai 12,12 nati ogni mille abitanti del 2000 ai 10,89 attuali – che si apprestano a prevedere nuove metodologie di eliminazione dei propri figli non hanno alcun futuro.

E’ perciò necessario, se si ha a cuore l’Europa dei popoli e non quella dei cimiteri, mettere a nudo tanto l’ingiustizia quanto la demenzialità di provvedimenti legislativi che determineranno, se non saranno fermati, un ulteriore sprofondamento valoriale e demografico del Vecchio Continente. Ce lo impone il buon senso e ce lo chiede il principio secondo cui è doveroso fare il possibile per lasciare a chi verrà dopo una società migliore, anche se non sarà mai perfetta. Una società dove il Legislatore di nessun Paese discuta – come sta accadendo in Belgio – una legge per sancire la legge del più forte, ma solo del modo di non lasciare indietro nessuno. Una società dove, anche chi purtroppo non può essere guarito, sia sempre curato. Dove il cittadino più debole non sia visto come un peso, ma come una risorsa; come l’occasione comune di esprimere e rinnovare una solidarietà altrimenti solo annunciata

Giuliano Guzzo

Valore della vita e procreazione.


Continua la formazione dei volontari Cav con il progetto Insieme per crescere.

Ai volontari prolife è stato consegnato un mandato,  un mandato d'amore. È stato questo l'inizio della relazione della Dott.ssa Paola Pellicanó, del Centro studi e ricerche per la Regolazione naturale della Fertilità, al Corso di formazione "Insieme per crescere" del 14 Dicembre 2013.  L'intervento ha avuto come tematica proprio la regolazione naturale della fertilità,  di cui la Pellicanó ha delineato una panoramica storica e ha dato degli spunti per ricostruire criticamente un orizzonte di significato della stessa. C'è il bisogno di recuperare il significato reale della parola procreazione, che contiene in sé questa scintilla di creazione. La procreazione è partecipazione alla creazione, ed è solo con la comprensione di questa che si arriverà a cogliere appieno la bellezza della vita. Questo percorso di conoscenza implica una ulteriore comprensione: quella della fertilità,  non solo maschile o femminile ma di coppia.

In questa comunione detta fertilità di coppia, amore e vita si fondono. In questo delicato ambito che si può intervenire in due modi: manipolazione o regolazione naturale. La prima implica una chiusura mentre laseconda implica un percorso di conoscenza e di rispetto, che richiede un atteggiamento di protezione, un'azione di custodia di un dono prezioso.  Tanto piu grande è il dono tanto maggiore è la responsabilità richiesta. 

La regolazione naturale della fertilità hanno una efficacia altissima per aiutare i genitori nella scelta di una gravidanza. I metodi rivestono inoltre un importante ruolo diagnostico per la coppia guardando la integralità dei fattori medici. La loro semplicità e la "naturale" apertura alla vita rende i metodi uno strumento prezioso per educare alla responsabilità,  in particolare per gli adolescenti. La Organizzazione mondiale della Sanità ha riconosciuto il valore educativo dei metodi. In effetti il ruolo degli insegnanti è insostituibile. Educare significa infatti "far conoscere cosa c'è nella natura" per citare Anna Cappella tra i pionieri della diffusione dei metodi naturali in Italia.

Giovanna Sedda

L'aborto? Una violazione della Convenzione Europea

L'articolo “Abortion and the European Convention on Human Rights” recentemente comparso sull'Irish Journal of Legal Studies non lascia dubbi. 


Grégor Puppinck, PhD, direttore del ECLJ e responsabile della iniziativa dei cittadini europei "Uno di noi" ha condotto lo studio pubblicato dalla prestigiosa rivista di Diritto disponibile on line (segui il link ). Lo scopo dello studio è mostrare l'inquadramento giuridico dell'aborto alla luce della Convenzione Europea sui Diritti dell'Uomo (qui il testo italiano). Lo studio fa seguito a una serie di pronunciamenti della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo.

Lo studio dimostra che la Convenzione Europea non esclude affatto la vita prenatale dal suo raggio di applicazione e ovviamente non contiene, ne tanto meno istituisce, nessun "diritto all'aborto".  Sebbene molti Paesi UE ammettano l'aborto come deroga alla protezione della vita umana del bambino non ancora nato essi restano tuttavia soggetti alla Convenzione. La possibilità dell'aborto "a richiesta" è dunque una pratica che viola le norme europee.

La prova dei fatti ci mostra che tanto nella lettura della Convenzione tanto nella giurisdizione della Corte di Strasburgo, gli argomenti giuridici a sostegno della consuetudine di effettuare un aborto su semplice richiesta della donna sono molto deboli se non addirittura inesistenti. Al contrario lo studio mostra come il ricorso massiccio all'aborto sia il risultato del fallimento sistematico dei Paesi nel rispettare i loro obblighi per quanto riguarda i diritti economico-sociali.

Per approfondire la notizia visita il sito dell'iniziativa europea Uno di Noi: www.oneofus.eu

(Giovani Prolife)

Il vizio della "pochezza".

Quando la "regola del poco" ci condanna all'indiffirenza.

Voglio parlarvi di un vizio nuovo: la “pochezza”. Nonostante siamo stati tutti sedotti dal motto di Steve Jobs secondo cui “less is more” - letteralmente “il meno è di più" -  ci sono alcune situazioni in cui il di più è decisamente meglio. Situazioni in cui le semplificazioni non sono altro che una mortificazione e il risparmio di parole, di tempo sono la spia d'allarme dell’indifferenza.

Quali sono le situazioni che richiedono questo “di più”? Tutte quelle in cui abbiamo a che fare con le persone, soprattutto quando vogliamo aprire un dialogo: ogni persona è un universo. Ridurre al "poco" una relazione tra due persone è davvero un peccato, uno spreco, un vizio, chiamatela come volete; è la pochezza appunto. Come se dare “poco” fosse la soluzione esistenziale per la crisi.

La “pochezza” abbonda, neanche a dirlo, sulla bocca di quanti vogliono sminuire la persona e con essa le relazioni umane. Come prevedibile la pochezza regna incontrastata laddove si vuole addirittura cancellare la persona. Eccovi un esempio: un sito che si taccia di aiutare le mamme in difficoltà, dovremmo cioè aspettarci una relazione d'aiuto. Ma tanta è la pochezza che la richiesta di sostegno è liquidata in un “ti serve questo? È lì”... Se lo stile significa qualcosa, questo è l’incarnazione perfetta della minimalità. Per la cronaca si tratta di un sito abortista, che non smentisce la nostra ipotesi sulla “pochezza” di chi vuole cancellare la vita. Si tratta di una caratteristica di tutte le posizioni di propaganda che si preoccupano più dell’affermazione del "diritto all’aborto" che delle reali difficoltà delle donne. Altrettanto banalmente non ci si preoccupa del fatto che l’aborto è tutto tranne il miglior aiuto possibile.

Ma come si può dire “poco” e pretendere di conoscere la persona? Dare “poco” e affermare di aiutare? La pochezza è il primo campanello di allerta per capire le reali intenzioni di chi incontriamo. Al contrario chi difende la vita non può che fare “voto di vastità”, per dirla con Begonzoni. Chi ama la vita fugge le formule e dialoga con le persone, le aiuta, scende a fondo nei problemi, si impegna nella comprensione, dona tanto, altro che poco, spesso dona tantissimo! D’altronde quale bioetica personalista sarebbe credibile senza la persona? Proprio come afferma Papa Francesco è partendo dalla “proposta che poi vengono le conseguenze morali”.

(giovani prolife/TE)

Appello dei pediatri: uccidiamo i bambini.

Un collettivo di medici scrive al governo belga per consentire l’eutanasia dei bambini.


L’incredibile appello arrivato ieri (6 novembre) alla commissione salute del senato in Belgio è firmato da sedici pediatri “di fama”. L’appello arriva ovviamente nel giorno in cui la commissione è chiamata a discutere un emendamento per applicare anche ai minori la legge nazionale sulla “dolce morte”, che già oggi consente la scelta dell’eutanasia per gli adulti.

Il collettivo di pediatri firmatari dell’appello si richiama al solito slogan della propaganda pro eutanasia fondato sulla paura del dolore. Secondo quando riporta il quotidiano De Morgen i medici chiedono l’applicazione dell’eutanasia per i loro piccoli pazienti “che devono affrontare sofferenze terribili”. Evidentemente per i dottori “di fama” il ricorso alla terapia del dolore, che accompagna la cura degli stadi terminali, è troppo semplice. Meglio lanciare “un appello disperato” al senato.

Lo stesso quotidiano fiammingo DM, di ispirazione socialista, ci mette del suo: occorre recuperare il divario tra esistente tra la realtà dove l’eutanasia sui minori è praticata, anche se non frequente, e il quadro giuridico che ancora non la consente. Un ragionamento aberrante: la legge vieta una cosa, ma siccome a volte qualcuno trasgredisce la legge… cambiamo la legge! I commenti dei lettori si schierano all’opposto. Un lettore ha commentato esterrefatto: un bambino a dieci anni non è libero, giustamente, di bere una birra, ma sarebbe libero di scegliere se vivere o morire? Un altro, disgustato, non esita a parlare di “assassini nichilisti”. Particolarmente sensibili i lettori tedeschi che non hanno mancato di evocare il paragone con l’ideologia nazista.

Ovviamente con quali criteri dovrebbe avvenire l’apertura all’eutanasia infantile rimane un enigma: a chi spetta la decisione? Al minore, al genitore, al giudice? E se il bambino non volesse morire? E con quali vincoli per il personale medico? In realtà tutti gli interrogativi posti dall’eutanasia ci lasciano il sapore amaro prima ancora di saperne le risposte. Ci bastano le domande per scoprire da una parte il freddo cinismo del calcolo materiale dall’altro l’ombra dell’ideologia che offusca il valore della dignità umana. Anche oggi, in Belgio, come nel resto del mondo, “la prima sfida è quella della vita”.


(Giovani Prolife/Giovanna Sedda)
Articolo in licenza creative common secondo di attribuzione secondo le condizioni dell'autore: citare fonte, autore e inserire link funzionante al sito di riferimento.

Embrione: una definizione in tre punti.

Carlo Bellini, su Zenit, ci parla del significato della parola embrione: Embrione: dal greco "en-brion", cioè "fiorisco dentro".

I punti principali di questa definizione sono il realismo, la ragione e il sentimento. Il realismo ci dice che "Dal momento della fusione di ovocita e spermatozoo, si crea un DNA nuovo, che non appartiene né alla madre né al padre, ma ha caratteristiche tutte sue, pur mostrando in tanti aspetti il legame con le due figure di provenienza."

Allo stesso tempo la ragione "ci aiuta ad identificare l’embrione come persona umana [...]  In primo luogo la sua vitalità ne mostra lo stato di essere vivente e il suo corredo cromosomico ne mostra l'appartenenza al genere umano". [...] 

"Ma colpisce che l’embrione ha un rapporto speciale e diretto con il corpo della madre, che non si riscontra assolutamente in altri analoghi fenomeni di contatto tra due esseri geneticamente diversi. Infatti ha un rapporto di dialogo". Infine Bellini ci parla del sentimento: "E’ evidente che ci troviamo di fronte a qualcosa di nuovo e di sostanzialmente e naturalmente buono".

Per saperne di più leggi l'articolo completo al link www.zenit.org


Hans Kung e l'eutanasia: prima la vita o la dignità?

«Quanto ancora potrò vivere la mia vita con dignità?», si chiede Hans Küng. Una domanda al quale il teologo progressista, nella sua ultima fatica - Erlebte Menschlichkeit, un libro di memorie – risponde segnalando a se stesso e ai suoi lettori la soluzione, a suo dire legittima, del suicidio assistito.

 «Nessuno dovrebbe essere obbligato a tollerare delle sofferenze insopportabili come se fossero inviate da Dio», ha poi aggiunto, sottolineando come sia il contrasto a «sofferenze insopportabili» l’elemento che dovrebbe giustificare il ricorso all’eutanasia o al suicidio. In apparenza lineare e convincente, il ragionamento è in realtà debolissimo, già a partire dalle premesse. Infatti - prima ancora che far notare come il progresso medico già oggi si in grado di annullare il rischio di «sofferenze insopportabili» - è bene evidenziare come Küng commetta un errore di fondo decisivo, vale a dire la possibilità che si possa vivere o meno una «vita con dignità». Il che configura, come prospettiva, si delinea satura di criticità. 

Se infatti il suicidio è accettabile sulla base del fatto che qualcuno non veda la propria «vita con dignità», chi siamo noi per consolare – e trattenere alla vita – l’aspirante suicida disoccupato, depresso o deluso sentimentalmente? In altre parole se la «vita con dignità» diviene il criterio di legittimazione del darsi la morte, non solo il suicidio – che non è sanzionato perché non sanzionabile, non già perché ammesso (tanto è vero che si punisce l’istigazione al suicidio) – di colui vittima di «sofferenze insopportabili», ma quello di chiunque diviene legittimo, pena l’adozione di condotte che diverrebbero automaticamente liberticide.

Ma questo, converrete, è un assurdo per una società civile nella quale si vuole promuovere il valore della solidarietà e del mutuo aiuto. In questo senso, il contrasto al suicidio (assistito o meno che sia) – posto che la contrarietà al suicidio accomuna moltissimi pensatori non cattolici, da Aristotele a Kant – non solo non riguarda i soli credenti, ma deve essere fatto proprio da tutti, senza distinzioni. Non ne va di un orizzonte morale, ma della sussistenza stessa di un’idea di morale che, diversamente, finirebbe sgretolata da istanze individuali in totale antitesi con la già ricordata necessità di una società che divenga e resti comunità e non neutrale sommatoria di esseri umani, con ciascuno libero di fare ciò che crede e tutti col dovere – avvilente e disumano - di stare a guardare.

(Giovani prolfie/Giuliano Guzzo)

Il figlio perfetto con un clic: non è fantascienza ma la triste realtà.

Una società di genetica annuncia la possibilità di fecondazione con la possibilità di scegliere i genomi, le caratteristiche dei figli.

Tra innamorati, una delle cose più dolci su cui ci si può trovare a parlare è di come sarà il futuro figlio. “Speriamo che prenda da te, i tuoi occhi così profondi”, “e da te quell’essere sempre pronto ad affrontare ogni situazione”. Beh, si sa, con la tecnologia le cose si evolvono. E così, basta parlare. 

Tra un poco, con un semplice clic si potrà passare all’azione e scegliere le caratteristiche che vogliamo che abbia nostro figlio, come in una banale compravendita online. Maschio o femmina, bianco o nero, capelli biondi o neri, occhi castani o verdi. Ma non solo. Come tutti i genitori, vorremmo che nostro figlio non avesse malattie ereditarie. Clic. Che sia intelligente. Clic. Che sia bravo in uno sport. Clic.

Un brevetto che spiana la strada alla selezione dei «bambini su misura», ad opera di Anne Wojcicki, moglie del co-fondatore di Google Sergey Brin. Il sistema funziona più o meno così: i clienti-futuri genitori possono scegliere lo spermatozoo di un donatore così da determinare che precise caratteristiche nel nascituro siano accentuate. 

La tecnica è stata realizzata dalla società di genomica personale, la californiana 23andme, il cui nome rimanda al numero di cromosomi che ciascun genitore dona al figlio. La società ha 400.000 genomi cioè marcatori lineari della identità genetica e offre test genetici personalizzati, ordinabili via internet. Al costo è di 99 dollari permette di “selezionare i gameti di un donatore (sperma) che, abbinati a quelli di una ricevente (ovulo), in base a un calcolo statistico daranno la migliore probabilità ottenere il bambino desiderato: sia dal punto di vista biologico, ed estetico sia da quello del comportamento”, riporta il Corriere.it. 

Si legge nel blog dell’azienda: “i nostri clienti lo usano per scopi divertenti, come sapere quale sarà il colore più probabile dei capelli del proprio figlio o se è possibile che diventi intollerante al lattosio La rivista Genetics in Medicinele spiega che in realtà la tecnica per far nascere bambini su misura è più complessa di quanto sembra: la tecnica presentata potrebbe solo determinare una maggiore possibilità che una caratteristica scelta si presenti realmente nel bambino. Ma il fascino di giocare a fare Dio non ha tempo e non ha età, anzi ha sempre nuovi strumenti. Unico dettaglio che non viene preso in considerazione: la dignità umana. 

Giovanna Sedda

La doppia morale di Obama: Siria e Aborto.

Quando il presidente di un Paese fa appello alla morale, è il primo ad essere sotto esame. Star Parker, fondatrice e presidente del CURE, Center for Urban Renewal and Education, ci spiega perché la posizione di Obama su Siria e aborto mettono in crisi la leadership statunitense.

Obama ha posto la questione dell'attacco alla Siria in termini morali, affermando che gli Stati Uniti hanno il dovere di intervenire per prevenire ulteriori attacchi chimici, come quello che ha ucciso 1.429 persone il 21 agosto. Tuttavia per la Parker “i risultati alquanto dubbi raggiunti dal presidente, in termini di sacralità della vita e principi morali tradizionali, mettono in crisi la credibilità della sua leadership morale”.

Obama ha definito l’uso del gas contro i civili, specialmente i bambini, un crimine contro l’umanità. Per questa ragione, secondo Obama, gli USA hanno l’obbligo morale di intervenire per fermare l’uccisione di altri bambini e per rendere più sicuro il futuro dei bambini statunitensi: “è questo che rende l’America differente” ha concluso Obama. “Purtroppo sotto la guida di questo presidente l’America non è affatto differente” è il commento della Parker, che sottolinea come Obama sia il primo presidente degli States ad aver indirizzato ufficialmente un messaggio alla più grande associazione abortista del mondo, la Planned Parenthood finita recentemente sotto inchiesta (ne abbiamo parlato in un articolo qui).  Suona strano che entrambi i discorsi, quello sulla Siria e sugli aborti, finiscano con un “Dio vi benedica”. 

La Parker allora si chiede “come può un Presidente che invoca la benedizione di Dio sul più grande operatore di aborti americano essere credibile quando giustifica l’intervento militare come un obbligo morale? [..] Se il presidente è davvero preoccupato per l’uso di armi chimiche contro i bambini perché non è seriamente preoccupato del crescente numero di aborti chimici, fatti con la pillola RU486 legale dal 2000? Il 32% degli aborti nelle cliniche della Planned Parenthood, per cui Obama ha chiesto la benedizione di Dio, è compiuto attraverso questo farmaco”.

Il presidente di CURE parla infine della riforma sanitaria soprannominata “Obamacare”, che se da una parte allarga gli utenti del sistema medico, che negli USA è esclusivamente privato, dall’altra però obbliga i datori di lavoro a fornire gratuitamente ai propri dipendenti farmaci contraccettivi e soprattutto abortivi, come la RU486, con buona pace della libertà di coscienza. Il tutto con l’aperto sostegno del Presidente Obama, che si trincera dietro la bandiera, propagandistica quanto demagogica, della salute della donna e dei “diritti riproduttivi” (se vuoi approfondire leggi qui). La Parker conclude “la luce della libertà non può brillare se non è alimentata dalla coerenza della morale. [...] I bambini nati e non nati sono stati vittime innocenti nel nostro stesso paese. Se permettiamo che questo accada in casa nostra come possiamo pretendere di esprimere un giudizio morale ed essere credibili all'estero? Non possiamo, è questo il problema centrale oggi”.

(giovani prolife/TE)

Leggi la dichiarazione integrale di Star Parker sul sito: www.urbancure.org

Il protocollo Liverpool, la via britannica all’eutanasia.

Definito senza mezzi termini come un sistema per tagliare i costi della sanità pubblica, dopo scandali e casi di malasanità, il trattamento britannico per i pazienti in stato terminale continua ad alimentare le polemiche. 


Ufficialmente, il suo nome per esteso è ‘Liverpool Care Pathway for the Dying Patient‘, conosciuto ai più per il più corto e forse tranquillizzante ‘Liverpool Care Pathway’ (Lcp), è il controverso programma per il fine-vita della sanità pubblica del Regno Unito. Dopo essersi macchiato di numerosi casi di malasanità ed aver alimentato per anni le polemiche, su richiesta del ministro della salute Norman Lamb, una relazione indipendente recentemente pubblicata, ha suggerito, –con vaga ironia- di lasciar lentamente morire il programma per il fine-vita nei prossimi 6-12 mesi, almeno per quanto riguarda l’Inghilterra. Dopotutto, come è stato rilevato, le ragioni non mancano.

Infatti, numerosi sono stati i casi diventati oggetto di cronaca di pazienti inseriti nel mortifero protocollo e deceduti, senza che né a loro né ai familiari fosse stato chiesto il consenso. E molti di più, -fino a 60mila ogni anno- sono coloro che hanno condiviso –e continuano a condividere- la stessa sorte nel silenzio generale. Nella fattispecie, la mancanza di comunicazione –involontaria, si suppone- tra lo staff medico ed i propri pazienti è stata esplicitamente citata nel rapporto, come uno dei problemi cardine del protocollo. In alcuni casi, è stato riportato, l’abuso del Lcp –o la mancanza di comunicazione-, è arrivato sino all’inclusione nel trattamento di pazienti coscienti, il cui stato non era assolutamente terminale.

Dubbi di tipo scientifico sono stati inoltre sollevati, sulla possibilità di poter determinare la data della morte imminente di un paziente. Mentre una stima relativamente precisa è possibile per i malati di cancro, in altre circostanze diventa, come è stato definito dal professor Patrick Pullicino, “nella migliore eventualità, un educato tiro ad indovinare”, che non a caso, si è spesso rivelato tale. L’impossibilità di definire con certezza quando il malato è nelle sue ultime ore di vita, va da sé, rende quantomeno controverso l’utilizzo del trattamento, che consiste nella sedazione e nella sospensione di medicine, alimentazione ed idratazione. Numerosi sono stati infatti i casi in cui, pazienti la cui dipartita era stata definita come quanto più prossima, si sono trovati lasciati morire per giorni. Emblematico è il caso di Andy Flanagan, portato agli onori della cronaca, dopo che giudicato morente ed irreversibile in seguito ad un infarto, è stato sottratto dalla famiglia al Lpc, riuscendo poi a riprendersi.

Tra le altre cose, il rapporto ha esplicitamente fatto riferimento al sistema di incentivi economici di cui godevano gli ospedali per ricorrere a tale protocollo. La netta sensazione, emersa più volte già in passato, è che spesso Lcp, venga utilizzato senza eccessivo discernimento, al solo scopo di incassare i contributi – motivo per cui, nella relazione se ne consiglia l’abolizione, negando naturalmente che ciò sia mai accaduto.

In conclusione, se è probabile che il Liverpool Care Pathway finisca presto per venir cestinato, alla luce degli scandali degli ultimi anni ed in particolare, delle gravi mancanze evidenziate dal rapporto, ci si illude se si spera in un cambio di politica per quanto riguarda il fine-vita nel Regno Unito. Un sistema come quello del protocollo Liverpool, definito da alcuni medici ed esperti, come un comodo metodo per tagliare i costi e liberare i letti, verrà verosimilmente sostituito da un altro sistema, forse più discreto, ma altrettanto intrinsecamente sprezzante della dignità della vita umana.



Nicola Bocola

Stanco del bambino? Vendilo su Facebook

Corriere.it rivela una nuova tendenza americana: quella di usare il web per abbandonare i figli precedentemente adottati in Paesi lontani. 

L’inchiesta di Reuters ha mostrato inoltre che alcuni di questi minori subiscono in seguito gravi abusi. Il quotidiano riporta la storia di Quita: “I Puchalla avevano preso Quita, una ragazza con problemi di salute e comportamentali, da un orfanatrofio in Liberia, e l’avevano tenuta per due anni. Quando hanno deciso che non ce la facevano più, hanno messo un annuncio su Internet. 
La coppia ha accompagnato la ragazza dai suoi nuovi «genitori» in un campo di case mobili dell’Illinois, dove nel giro di qualche ora gli adulti si sono conosciuti e passati la prole, senza l’ombra di coinvolgimento di alcuna istituzione pubblica. «Sembravano meravigliosi», ha dichiarato Melissa Puchalla a proposito degli Easons, i nuovi "custodi" di Quita”. 
Ha poi evidenziato l’inchiesta dei giornalisti di Reuters che i genitori adottivi avevano in realtà gravi problemi psichiatrici e tendenze alla violenza, e che in passato erano stati accusati di abusi sessuali su bambini a cui badavano. Dopo i bambini nei cassonetti, l’abbandono degli adolescenti su Internet: il cosiddetto “re-homing” pare essere diventata una pratica diffusa in America. E la fanno da padrone i social network e le piattaforme online, che mostrano i vantaggi di essere economici e immediati. 
“Nato nell’ottobre del 2000, questo bel bambino, Rick, è arrivato dall’India un anno fa ed è ubbidiente e desideroso di piacere”, si legge su uno dei 5.029 annunci analizzati da Reuters, che coprivano un arco temporale di cinque anni. Leggi di riferimento scarseggiano e sono comunque bypassabili, oppure lo si fa illegalmente.
Il benessere dei genitori viene prima di questi bambini, poveri per ben due volte: economicamente, perché provengono da Paesi in Via di Sviluppo ed emotivamente, perché l’amore non è una cosa di cui ci si può stancare.

Un milione di noi

Raggiunto grazie all'impegno dei prolife l'obiettivo numerico delle firme, ma occorre continuare a firmare per garantire il massimo supporto all'iniziativa. Appuntamento il 22 settembre per il click day on line.


Fra guerre mondiali e crisi economica, presunti allarmi di femminicidio ed omofobia, c’è un’iniziativa che ha già raccolto, in Europa, oltre un milione di adesioni: si chiama Uno di Noi. Qualcuno ne avrà sentito parlare, altri no, eppure quel milione e più di firme, da ieri, ci sono. Una per una. Ed ognuna è lì per chiedere – ai sensi dell’articolo 11 del Trattato di Lisbona e del Regolamento n. 211/2011 del Parlamento Europeo e del Consiglio, adottato il 16 febbraio 2011 – «l’impegno dell’Unione a non consentire e non finanziare azioni che presuppongano o attuino la distruzione di embrioni umani e a predisporre strumenti adeguati di controllo sull’utilizzazione dei fondi erogati al fine di garantire che essi non siano mai usati per distruggere la vita umana».

Europa, sveglia: l’embrione – quell’essere umano microscopico ma presente, minuscolo ma già determinato a crescere – è uno di noi, è nostro fratello, oltre che l’immagine di ciò ciascuno di noi è stato, e si deve prenderne atto. Questo, in sostanza, il senso dell’appello che i movimenti pro-life d’Europa, guidati da quello italiano, hanno promosso. E che ha raccolto, lo dicevamo, già un milione di firme (altre ne verranno, dato che ci sono ancora diverse settimane utili). Poca roba? Ditelo ai Radicali, che hanno dovuto pregare in ginocchio Berlusconi per dare un senso a dodici referendum altrimenti sicuramente destinati al naufragio. Mentre Uno di Noi no, non è stata un fallimento. Tutt’altro.

La mobilitazione ha generato mobilitazione, la cultura per la vita ha incontrato altra cultura per la vita, e le firme – nell’indifferenza generale – sono cresciute e continuano crescere, senza che la televisione o i mass media abbiano dato chissà quale apporto: poca roba, per non dire quasi nulla. Segno che, benché nascosto o addirittura ridicolizzato, in Italia e in Europa il desiderio di difendere la vita dal concepimento e di affermarne la meravigliosa grandezza che l’uomo, anche se infinitamente piccolo, non si è assopito. Al contrario: rimane vivace e presente. E il successo popolare di Uno di Noi – quello politico, lo vedremo più avanti – è lì a testimoniarlo, con la realtà indiscutibile dei numeri. L’informazione continui, se crede, a far finta di nulla. Ma migliaia, anzi milioni di esseri umani, un giorno, ringrazieranno.

(per saperne di più e aderire all’iniziativa: www.firmaunodinoi.it )

La vita non ha prezzo intanto arrivano i bambini low-cost

Roberto Colombo ci spiega il percorso dalla "provetta facile" alla "provetta folle": quando si punta a ridurre il "prezzo della vita".

Il giornalista di Avvenire parte dalla continua diffusione delle "cose a poco prezzo": per Colombo si tratta di "una moda per chi potrebbe fare a meno di certi risparmi. Dal gusto per la qualità del vivere – si può essere dignitosi anche nella povertà – al culto della quantità dei beni posseduti".

La logica low-cost ha seguito la stessa strada del mercato che già da tempo ha messo le mani sulla vita umana attraverso le cliniche per la procreazione assistita. Nascono così le "cliniche di procreazione medicalmente assistita low-cost". Si passa così dalla "provetta facile" delle deregolamentazioni sempre più diffuse nel mondo a quella che Colombo chiama la "provetta economica". L'idea è nata inizialmente pensando al mercato dei Paesi poveri, ma ora sta contagiando anche l'Europa.

Il giornalista ci spiega come l'abbattimento dei costi si applichi anche alla nascita della vita umana: "L’offerta alle coppie infertili è quella di un pacchetto biomedico 'tutto compreso' [...] realizzato con varianti operative delle metodiche classiche che impiegano prodotti, strumenti e manipolazioni dai costi assai più contenuti di quelli attualmente sostenuti dai centri clinici, consentendo così di praticare prezzi notevolmente inferiori a quelli di mercato".

Si tratta dell'ennesimo passo verso la "provetta folle" dove tutti gli interessi, specialmente economici, sono contemplati, e nessun diritto rispettato. In primis il diritto alla vita del concepito, quello dei coniugi a percorrere strade terapeutiche alternative e moralmente condivise, quello della comunità a una naturale demografia, quello di qualsiasi società democratica che richiede la preclusione di tutte le possibili discriminazioni eugenetiche che spesso la fecondazione artificiale porta con sé.

Nella direzione del riconoscimento giuridico del concepito va da tempo l'impegno prolife, e in particolare l'iniziativa "Uno di noi" che impegna i prolife di tutta Europa. Secondo il Tratta di Lisbona infatti occorre un milione di firme milione perché l’Iniziativa sia accolta e trovi una risposta dalla Commissione e dal Parlamento Europeo.Mancano poche firme al traguardo finale e anche tu puoi aderire fino ad ottobre seguendo il link ufficiale: www.oneofus.eu

Leggi l'articolo di Roberto Colombo su Avvenire.it qui:

Kolbe e la nostra Auschwitz.

La lezione per i giovani prolife di Padre Massimiliano: da Auschwitz la definizione della gioia come “stile dell’aiuto”.

La vita di Massimiliano Kolbe, sacerdote e deportato, è un esempio per i volontari prolife. Padre Kolbe ha sperimentato fino al sacrificio della vita la violenza dell’umanità, eppure nei sui giorni ad Auschwitz non aveva perso la gioia: “poteva essere felice ad Auschwitz, perché la sua felicità era Dio stesso” [1].

Oggi tutti noi ricordiamo Padre Kolbe come il Santo della vita. Per salvare la vita di un suo compagno di sventura aveva chiesto di prenderne il posto nel bunker in cui era stato condannato a morire di fame. In quel bunker il religioso pregava e cantava con gli altri condannati: era il suo modo di aiutarli. La fame non riuscì a togliergli la vita, le SS misero fine alla sua gioia con una iniezione letale.

La definizione della gioia come “stile dell’aiuto” che ci ha lasciato Padre Kolbe con la sua vita non è un caso isolato. Edith Stein, morta anche lei ad Auschwitz, a chi le chiedeva consiglio rispondeva: “Lei potrà aiutare meglio gli altri se si preoccuperà il meno possibile di come farlo e sarà il più possibile semplice e gioiosa” [2].

Sono passati sessant’anni ma le stanze della morte continuano ad esistere. Sono quelle in cui si consumano quotidianamente l’aborto e l’eutanasia: nell’indifferenza generale però c’è chi, oggi come allora, dice no. I prolife di oggi hanno tanto da imparare dalla lezione di Kolbe e Stein. Con quale stile affrontiamo questi tremendi attacchi alla vita?

Tante volte siamo tentati di rispondere all’odio con la rabbia, all’ingiustizia con il giudizio. Eppure Padre Kolbe ci insegna che lo stile di chi difende la vita deve essere quello di chi ama la vita: come in ogni innamoramento autentico il nostro primo sentimento non può che essere la gioia dell’amore.

Proprio come diceva don Tonino Bello “se la fede ci fa essere credenti e la speranza ci fa essere credibili è solo la carità che ci fa essere creduti” [3]. Allora la nostra felicità sarà anche la prova della ragionevolezza delle ragioni della vita.

(TE)
________
[1] Don Jacek Pędziwiatr, 72° Simposio di Oświęcim, 2013.
[2] Edith Stein, La mistica della croce, Scritti spirituali sul senso della vita, traduzione di G. Baptist, Città Nuova, 2000.
[3] Don Tonino Bello, Scrivo a voi, EDB, 2005.
 
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