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Eluana: quante bugie!

Sei anni fa, il 9 febbraio, dov’eravate? Sarebbe importante ricordarlo perché quel giorno, il 9 febbraio 2009, l’Italia veniva scossa da un evento che ancora oggi, sei anni dopo, non cessa di dividere e far discutere: la morte di Eluana Englaro (1970–2009), la donna che versava in stato vegetativo da diciassette anni. 

Giuliano Guzzo ci  aiuta a capire fatti e bugie: "per alcuni fu il trionfale compimento di una battaglia civile, per altri il drammatico epilogo di una guerra perduta. Per tutti, in ogni caso, quel 9 febbraio rappresenta una data storica benché ancora recente, una frattura come non si registrava da tempo, a livello di opinione pubblica". Come stava Eluana? Cosa dice la legge e cosa hanno detto i giudici? Davvero ha chiesto di morire?

Leggi l'articolo completo qui: Eluana i fatti e le bugie

Eluana: cinque anni di bugie.

Non era attaccata a nessun macchinario, respirava da sola, aveva il ciclo, ma allora perché è morta?

Oggi alcuni dubitano che esista il diritto alla vita dell’essere umano e nello stesso tempo c’è chi sostiene addirittura l’esistenza, certa certissima, del diritto di morire. Capita così che le singole vicende umane, di militanti e non finiscano per essere strumentalizzate per la sola affermazione del diritto di morire. Così mentre milioni di uomini e donne nel mondo non hanno alcun diritto di vivere nell’assordante silenzio dell’occidente si evoca il diritto all’eutanasia.
Lo stesso partito radicale augurandosi che “l’eutanasia sia legale” ammette che è illegale, figuriamoci un diritto. Eppure cinque anni fa nel nome di un simile diritto veniva lasciata morire Eluana Englaro. Un fatto tanto sconcertante che non ci è stato raccontato con un mare di bugie. Probabilmente nessuna avrebbe accettato la verità, così Eluana è morta.

Al presunto “diritto di morire” ha fatto appello più volte Saviano: in un articolo (Chiedete scusa a Beppino Englaro. Repubblica, 12 febbraio 2009) ripete “diritto” undici volte:  ripetere una cosa inesistente dieci volta la rende reale? Forse per qualcuno sì. Nessuno nei media più diffusi ha raccontato la verità. La giornalista Bellaspiga si è data questa risposta: “farlo lascerebbe attoniti gli italiani, ancora convinti che fosse malata, che fosse terminale, che vivesse attaccata a macchine, che soffrisse, e magari pure che la sua volontà fosse morire”. 

Sempre Saviano nel febbraio del 2009 descriveva Eluana attaccata a delle macchine con il “viso deformato, le orecchie divenute callose e la bava che cola, un corpo senza espressione e senza capelli” (Pidan perdón a Beppino Englaro. El País, 11 febbraio 2009).  Tutte bugie, oggi lo sappiamo, ma non so se Saviano abbia mai rettificato o ammesso la falsità di quanto ha scritto o se si sia mai scusato. Eluana respirava in autonomia, aveva il ciclo mestruale, deglutiva autonomamente, e il suo respiro variava a seconda degli argomenti trattati dalle persone vicino a lei. A dirlo è il dott. Giuliano Dolce che la seguiva proprio su incarico del padre Beppino, prima di essere sostituito. Chi ha visto Eluana prima della morte  descrive “una disabile, a occhi chiusi potrebbe essere la persona più sana del mondo […] il volto è rilassato, pieno, normale” (L. Bellaspiga – P. Ciociola, Eluana. I fatti. Ancora, Milano 2009, p. 8). 

Il destino di Eluana è stato segnato da una Sentenza della Cassazione che ha ritenuto lo stato vegetativo irreversibile, peccato che la comunità medica mondiale e tante famiglie che lottano per i propri cari non la pensi no affatto così. L’altra bugia riguarda il Tribunale di Milano: siamo tutti convinti che sia stata una sentenza e invece no, non c’è alcuna sentenza milanese: un semplice decreto del tribunale tutt’altro che incontrovertibile. C’è invece una sentenza della Corte d’Appello di Milano che nel 2006 rifiutò le richieste del padre... semplicemente  perché Eluana era viva: potere del buon senso. 

Ma perché tutto questo? Perché la vicenda di Eluana, a dispetto della sua esistenza, è stata una battaglia politica,  “una nuova Porta Pia, una breccia aperta per spazzare via ‘la concezione sacrale della vita’. Per questo sospenderle alimentazione e idratazione è ‘moralmente giusto’, e non tanto per la ragazza in sé visto che in fondo ‘di persone ne muoiono tante, anche in situazioni ben peggiori” (Maurizio Mori. Il caso Eluana Englaro). 

La vita di Eluana non interessava poi tanto, la causa ideologica da sé giustifica ancora oggi tante bugie. Ci hanno preso in giro. Ma resta a distanza di cinque anni una domanda: a qualcuno interessa questa vita, le vite di chi è in stato vegetativo o possiamo farli morire tutti? Ora che sappiamo come stanno le cose riprendiamoci la nostra dignità e restituiamo a malati, disabili e a tante famiglie la loro dignità: c’è un solo diritto che non ci stancheremo di ripetere, il diritto alla vita!

Giovani prolife
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Per saperne di più: Lucia Bellaspiga e Pino Ciociola. Eluana: i fatti. Le verità nascoste su Eluana Englaro. ÀNCORA libri, 2009 (eluana-i-fatti-le-verita)

Per scegliere e sostenere la vita concretamente:
Casa dei risvegli - Amici di Luca ONLUSS. (amicidiluca.it)

Caro Vasco, "vivere" non è morire.


Come si possa utilizzare una canzone che parla di vita in uno spot dedicato alla morte è proprio un mistero, ma è ciò che sta succedendo a "Vivere".

La canzone di Vasco Rossi è stata donata dal rocker stesso come colonna sonora dell'ultimo appello dell'associazione Luca Coscioni affinchè in Parlamento si apra un dibattito sull'eutanasia legale.
Lo spot parla di un anziano sportivo costretto a letto dalla malattia che accende la radio e al passaggio "oggi voglio stare spento" la spegne, mentre fuori campo una voce invita a sostenere la campagna per l'eutanasia legale, per vivere liberi fino alla fine.

Donazione che fa più parlare di quella che fece al comune di Finale Emilia in occasione del terremoto del 2012, quando Vasco donò un pulmino scolastico chiamato Alba Chiara, e completamente opposta. Se il pulmino che trasporta bambini può essere associato alla vita, alla crescita e alla speranza, qui non c'è niente di tutto questo, la scelta di spegnere la radio equivale alla scelta di spegnere la vita perchè non più come quella dei ricordi. E qui sorge una domanda: dobbiamo vivere nel passato solo perchè il presente non ci piace o non dare spazio al futuro perchè troppo difficile?

Come è possibile sostenere chi ritiene che la vita non sia più degna di essere vissuta solo perchè malati, preferendovi una "dolce morte"? Certo da Vasco c'è da aspettarsi un comportamento simile, ma se uno va a leggere il testo si accorge che non ha niente a che fare con la convinzione di chi si batte per una morte veloce, perchè al suo interno vi sono parole come sorridere, essere sempre contento, non rinunciare mai a vivere, in pratica tutto il contrario di ciò che lo spot sottintende!

Quindi amici, il taglio dato alla canzone all'inizio dello spot vuole fuorviarci e farci pensare come loro, ma siate più indagatori, andate a vedere cosa c'è sotto; in questo caso sotto "Vivere" c'è, come dice Vasco stesso al termine della medesima "Vivere e sorridere dei guai proprio come non hai fatto mai e pensare che domani sarà sempre meglio".

In conclusione come disse il grande Charlie Chaplin "la vita è troppo bella per essere insignificante" per cui continuiamo a vedere la vita di ognuno di noi, piccolo, grande, sano, malato, anziano, giovane come una meraviglia degna di essere vissuta ogni giorno e a far capire agli altri quanto il pensarla nello stesso modo ti riempia di questa stessa meraviglia.

Martina Frassoldati

Belgio: l'eutanasia ai bambini diventa legale


La legge sull'eutanasia ai bambini, presentata in Belgio il 25 Novembre c.a. è passata. Triste sconfitta per il Belgio e per tutta l'umanità.

In Belgio l'eutanasia è legale dal 2002. Recentemente era stato proposto di allargare a questo "diritto" i bambini che si trovano "in uno stato di sofferenza fisica o psichica costante e insopportabile, e che presenti una domanda di eutanasia». Nella follia della proposta, quattro senatori hanno chiesto di consentire ai minori stessi di scegliere la dolce morte qualora siano in grado di «comprendere» le conseguenze del loro atto.

E, così, le Commissioni riunite Affari sociali e Giustizia del Senato belga hanno approvato la legge che autorizza l’eutanasia ai minori, nelle suddette condizioni, previo il parere di uno psicologo che attesti la capacità di discernimento del ragazzo. I minori che stanno vivendo sofferenze fisiche insopportabili e non curabili, in fase terminale, potranno, sotto la supervisione di un team di medici e con il consenso dei genitori, beneficiare di eutanasia che essi stessi hanno richiesto.

Socialisti e liberali, francofoni e fiamminghi, i verdi così come la N-VA hanno votato a favore della proposta di legge. I senatori di Cdh, Cd&v e Vlaams Belang hanno votato contro. Il testo deve ora essere considerato in seduta plenaria. Delusione e tristezza. In una dichiarazione comune - diffusa in modo del tutto “eccezionale” - i leader religiosi del Belgio accolgono così il voto.

“Condividiamo l’angoscia di quei genitori che hanno un bambino che sta andando verso una fine prematura della vita, soprattutto quando soffre. Tuttavia riteniamo che le cure palliative e la sedazione siano un modo degno di accompagnare un bambino che muore di malattia. Medici, oncologi e rianimatori ce lo hanno affermato chiaramente. Ascoltiamoli”.
A firmare la dichiarazione congiunta sono il Gran Rabbino di Bruxelles, Albert Guigui, Robert Innes, della Chiesa anglicana, monsignor André-Joseph Léonard, presidente della Conferenza episcopale del Belgio, Geert Lorein, del Sinodo federale delle Chiese protestanti ed evangeliche, il metropolita Panteleimon Kontogiannis, per la Chiesa ortodossa, e Semsettin Ugurlu, presidente dell’Esecutivo dei musulmani in Belgio.


Fonte: mpv.org

Cristiani, ebrei e musulmani: l'eutanasia è una negazione dell'uomo.



Alcuni giorni fa abbiamo già lanciato l’allarme per l’incredibile appello a favore dell’eutanasia infantile lanciato il Belgio. Gli autori erano niente meno che pediatri “di fama” stando a quanto riportato dal quotidiano fiammingo De Morgen (leggi l’articolo qui). L’appello giunge nel momento in cui la commissione salute del Senato belga è chiamata a discutere un emendamento per applicare anche ai minori la legge nazionale sulla “dolce morte”, che già oggi consente la scelta dell’eutanasia per gli adulti.

L’applicazione dell’eutanasia in Belgio è già di per se problematica e molto contestata. Alcuni mesi fa una serie di denunce hanno scosso fortemente l’opinione pubblica del paese. Diversi malati sono stati infatti uccisi, attraverso il protocollo previsto per la “dolce morte” senza che ne loro, ne tanto meno i familiari, ne avessero fatto richiesta (ne abbiamo parlato qui). Ora la proposta di estendere l’eutanasia anche ai bambini è al centro del dibattito.

Contro l’eutanasia infantile si sono pronunciate tutte le principali confessioni religiose della nazione. Per l’occasione sono state messe da parte le differenze e i leader di cattolici, protestanti, ebrei e musulmani hanno pronunciato un dichiarazione congiunta che non lascia dubbi: “l’eutanasia di persone fragili, bambini o persone dementi, è una contraddizione radicale della loro condizione di esseri umani. Non possiamo entrare in una logica che conduce a distruggere le fondamenta della società”.

Il dibattito è ancora acceso, nel frattempo rimane la realtà, inquietante, dell’eutanasia già consentita dalla legge: in Belgio due decessi su cento è dovuto alla “dolce morte” e questi numeri nascondo anche quanti sono stati uccisi contro ogni espressione della propria volontà e della famiglia. L’esperienza belga pone in evidenza almeno due cose su cui dovremmo riflettere.

La prima è che la degenerazione dell’eutanasia in eliminazione “dei malati socialmente onerosi” è già realtà. Una realtà che rischia di essere ancora più buia nel momento in cui inizia a guardare i bambini malati per ucciderli anziché curarli. Quanto accade in Belgio ci dice inoltre l’urgenza di “una generale mobilitazione per costruire una nuova cultura della vita” come ha scritto Giovanni Paolo II nella sua enciclica Evangelium Vitae, già nel 1995 (leggi qui). Quello che i movimenti prolife europei hanno iniziato con l’impegno per l’inizitiva “Uno di noi” e che continua con generosità nelle nostre città con il Movimento per la Vita Italiano... e di cui ogni può far parte.

(Giovanna Sedda)



L’assurdità della Rai: quella non è vita.

Ospite su rai uno Alda D’Eusanio offende un ragazzo uscito dallo stato vegetativo.


Un’affermazione tanto sgradevole, perché fatta davanti a chi invece rivendicava con la forza della testimonianza la dignità della propria vita, come quella di ciascuno di noi, quanto inammissibile: la storia ha visto fin troppe persone, di cui avremmo fatto volentieri a meno, scegliere quali vite fossero degne di essere vissute. La D'Eusanio, ospite della trasmissione “La vita in diretta”, ha giudicato così indegna la vita di Max, svegliatosi dopo dieci anni di stato vegetativo, grazie alla cura amorevole della famiglia che non ha mai mancato di stargli accanto.

La giornalista di Avvenire Lucia Bellaspiega ci spiega dalle pagine di Avvenire che si tratta di un fenomeno noto in neurologia come “effetto mamma”, ad oggi l’unica terapia efficace. Una terapia fatta solo di amore, di presenze e stimoli continui resa possibile dalla famiglia e dagli amici che non hanno mai smesso di riconoscere la “vita” di Max. La forza dell’amore che in Rai non hanno saputo distinguere e hanno per giunta censurato: del collegamento previsto dall’abitazione di Max, insieme alla famiglia e agli amici, vanno in onda solo due minuti in chiusura di programma.

E come se non bastasse, perché quando le cose le vuoi fare male evidentemente ti ci impegni, è arrivato il commento della D’Eusanio ha pietrificare i telespettatori. Senza contare la confusione tra stato vegetativo e morte, sottolineata dalla Bellaspiga dalle colonne di Avvenire: “confondere due temi seri come stato vegetativo e vita dopo la morte ridicolizza entrambi, oltre a creare un pericoloso fraintendimento coma=morte cerebrale”. Max ha detto degli anni passati in coma “C’ero sempre stato. Sentivo e vedevo tutto, ma non sapevo come dirvelo”.

Le parole della mamma di Max riassumono tutta l'indignazione e la tristezza per questo episodio:"Voglio dire a quella signora che io non ho riportato in vita mio figlio, mio figlio è sempre stato in vita. E la sua vita è bella così com’è". Alla richiesta di scuse da parte della rete ammiraglia del servizio pubblico pare abbia risposto in forma privata il presidente della Rai Anna Maria Tarantola, annunciando una "puntata riparatrice" del talk show pomeridiano: Max si è svegliato, ma probabilmente per la Rai il coma è solo all'inizio.

(Giovanna Sedda)



Appello dei pediatri: uccidiamo i bambini.

Un collettivo di medici scrive al governo belga per consentire l’eutanasia dei bambini.


L’incredibile appello arrivato ieri (6 novembre) alla commissione salute del senato in Belgio è firmato da sedici pediatri “di fama”. L’appello arriva ovviamente nel giorno in cui la commissione è chiamata a discutere un emendamento per applicare anche ai minori la legge nazionale sulla “dolce morte”, che già oggi consente la scelta dell’eutanasia per gli adulti.

Il collettivo di pediatri firmatari dell’appello si richiama al solito slogan della propaganda pro eutanasia fondato sulla paura del dolore. Secondo quando riporta il quotidiano De Morgen i medici chiedono l’applicazione dell’eutanasia per i loro piccoli pazienti “che devono affrontare sofferenze terribili”. Evidentemente per i dottori “di fama” il ricorso alla terapia del dolore, che accompagna la cura degli stadi terminali, è troppo semplice. Meglio lanciare “un appello disperato” al senato.

Lo stesso quotidiano fiammingo DM, di ispirazione socialista, ci mette del suo: occorre recuperare il divario tra esistente tra la realtà dove l’eutanasia sui minori è praticata, anche se non frequente, e il quadro giuridico che ancora non la consente. Un ragionamento aberrante: la legge vieta una cosa, ma siccome a volte qualcuno trasgredisce la legge… cambiamo la legge! I commenti dei lettori si schierano all’opposto. Un lettore ha commentato esterrefatto: un bambino a dieci anni non è libero, giustamente, di bere una birra, ma sarebbe libero di scegliere se vivere o morire? Un altro, disgustato, non esita a parlare di “assassini nichilisti”. Particolarmente sensibili i lettori tedeschi che non hanno mancato di evocare il paragone con l’ideologia nazista.

Ovviamente con quali criteri dovrebbe avvenire l’apertura all’eutanasia infantile rimane un enigma: a chi spetta la decisione? Al minore, al genitore, al giudice? E se il bambino non volesse morire? E con quali vincoli per il personale medico? In realtà tutti gli interrogativi posti dall’eutanasia ci lasciano il sapore amaro prima ancora di saperne le risposte. Ci bastano le domande per scoprire da una parte il freddo cinismo del calcolo materiale dall’altro l’ombra dell’ideologia che offusca il valore della dignità umana. Anche oggi, in Belgio, come nel resto del mondo, “la prima sfida è quella della vita”.


(Giovani Prolife/Giovanna Sedda)
Articolo in licenza creative common secondo di attribuzione secondo le condizioni dell'autore: citare fonte, autore e inserire link funzionante al sito di riferimento.

Belgio: “Mia madre non era malata ma l’hanno uccisa con l’eutanasia”



È uscito su Internet il documentario del giornalista Pierre Barnérias “Eutanasia, fino a dove?” (in lingua francese) in cui medici e parenti delle vittime raccontano la realtà della “buona morte”. È disponibile solo su Internet, perché varie emittenti francesi e belghe si sono rifiutate di trasmetterlo. Argomento troppo delicato o c’è da nascondere qualcosa? Al lettore il giudizio.

Nel documentario vengono raccontate storie come quella di Marcel Ceuleneur, o meglio di sua madre. Il figlio stesso racconta: “le hanno fatto l’eutanasia, anche se la sua situazione non soddisfaceva i criteri stabiliti dalla legge”, lei non soffriva di nessuna malattia né tantomeno era malata terminale. Era una donna che aveva gli acciacchi di un’età avanzata, niente di più. Prosegue Manuel nel documentario: “Io ero contrario all’eutanasia di mia mamma il suo medico di fiducia era contrario, così come tutta la mia famiglia. Lei non aveva mai parlato di eutanasia, per giunta, se non dopo aver conosciuto un medico che le ha fatto il lavaggio del cervello e l’ha uccisa senza che ci fossero le precondizioni stabilite dalla legge. La verità è che dicono che vale solo in certi casi, ma poi succede tutt’altro”.

Abuso di legge, mancanza di controlli? Secondo quanto dichiarato nel documentario dalla presidente della Commissione di controllo che deve assicurarsi che la legge non venga abusata, “noi riceviamo direttamente le dichiarazioni dei medici, che spesso sono compilate in modo incompleto. Purtroppo, non abbiamo la possibilità di valutare il numero reale di casi di eutanasia praticati nel paese”. Claire-Marie Le Huu, infermiera belga conferma in video la leggerezza con cui viene somministrata la “buona morte”: “Ho assistito a tanti casi di eutanasia somministrata in modo illegale […] Spesso non c’è nessuna richiesta scritta: si chiede alle persone tre volte se vogliono l’eutanasia invece che le cure palliative, e la loro risposta orale è considerata sufficiente”.
Uno degli argomenti usato spesso per far scegliere l’eutanasia ai pazienti è convincere le persone anziane e sole che la morte è la scelta migliore, facendole sentire un peso per la società e la famiglia. È questa la storia di Catherine, contenuta nello stesso documentario. Catherine racconta: “dopo la morte di suo marito, mia sorella è rimasta sola. Era anziana, i suoi due figli medici la controllavano spesso e quando si sono accorti che un uomo andava sempre in casa sua per farle i lavori di casa, hanno avuto paura che lei dilapidasse tutti i risparmi che aveva. Per questo l’hanno convinta a fare l’eutanasia. Avevano tutti i moduli in ordine, tranne il fatto che mia sorella non era malata. Io poi non sono neanche stata informata della sua scelta. La verità è che i figli hanno deciso per lei e l’hanno fatto per avere la sua eredità. Una legge che permette queste cose è una mostruosità totale”.

Marcel ha provato a chiedere giustizia ma invano: “primo ho scritto a due ministri della Giustizia, che mi hanno ignorato, poi ho chiesto alla commissione di controllo di indagare ma non hanno fatto nulla”. Per questo si è rivolto ai tribunali che però hanno ribadito che la madre aveva espresso il suo consenso al “trattamento”. Si tratta di una farsa – commenta Marcel – “i giudici non si metteranno mai contro un sistema consolidato. Per cambiare la situazione basterebbe che la Commissione di controllo facesse il suo lavoro: controllare l’eutanasia. Ma non lo fanno”.

C’è chi dice che i Movimenti prolife difendano le ideologie e i principi più che la vita reale. Il fatto è che salvando il valore della vita umana, si sarebbe salvata la mamma di Marcel o Catherine e tanti altri, in Olanda, Belgio, in Italia. Ditemi che cosa c’è di più concreto.

Giovanna Sedda





Hans Kung e l'eutanasia: prima la vita o la dignità?

«Quanto ancora potrò vivere la mia vita con dignità?», si chiede Hans Küng. Una domanda al quale il teologo progressista, nella sua ultima fatica - Erlebte Menschlichkeit, un libro di memorie – risponde segnalando a se stesso e ai suoi lettori la soluzione, a suo dire legittima, del suicidio assistito.

 «Nessuno dovrebbe essere obbligato a tollerare delle sofferenze insopportabili come se fossero inviate da Dio», ha poi aggiunto, sottolineando come sia il contrasto a «sofferenze insopportabili» l’elemento che dovrebbe giustificare il ricorso all’eutanasia o al suicidio. In apparenza lineare e convincente, il ragionamento è in realtà debolissimo, già a partire dalle premesse. Infatti - prima ancora che far notare come il progresso medico già oggi si in grado di annullare il rischio di «sofferenze insopportabili» - è bene evidenziare come Küng commetta un errore di fondo decisivo, vale a dire la possibilità che si possa vivere o meno una «vita con dignità». Il che configura, come prospettiva, si delinea satura di criticità. 

Se infatti il suicidio è accettabile sulla base del fatto che qualcuno non veda la propria «vita con dignità», chi siamo noi per consolare – e trattenere alla vita – l’aspirante suicida disoccupato, depresso o deluso sentimentalmente? In altre parole se la «vita con dignità» diviene il criterio di legittimazione del darsi la morte, non solo il suicidio – che non è sanzionato perché non sanzionabile, non già perché ammesso (tanto è vero che si punisce l’istigazione al suicidio) – di colui vittima di «sofferenze insopportabili», ma quello di chiunque diviene legittimo, pena l’adozione di condotte che diverrebbero automaticamente liberticide.

Ma questo, converrete, è un assurdo per una società civile nella quale si vuole promuovere il valore della solidarietà e del mutuo aiuto. In questo senso, il contrasto al suicidio (assistito o meno che sia) – posto che la contrarietà al suicidio accomuna moltissimi pensatori non cattolici, da Aristotele a Kant – non solo non riguarda i soli credenti, ma deve essere fatto proprio da tutti, senza distinzioni. Non ne va di un orizzonte morale, ma della sussistenza stessa di un’idea di morale che, diversamente, finirebbe sgretolata da istanze individuali in totale antitesi con la già ricordata necessità di una società che divenga e resti comunità e non neutrale sommatoria di esseri umani, con ciascuno libero di fare ciò che crede e tutti col dovere – avvilente e disumano - di stare a guardare.

(Giovani prolfie/Giuliano Guzzo)

Una lacrima mi ha salvato: la storia di Angèle e la forza della vita.

Dall'immobilità sul letto, alla proposta dell'eutanasia, fino al risveglio: grazie a una lacrima silenziosa.

Tempi.it racconta la storia di Angèle, 57 anni, francese, operaia. Nel 2009 Angèle inizia a soffrire di una forte emicrania. All’ospedale di Strasburgo non riescono a capire che cosa abbia e le sue condizioni peggiorano: inizia a parlare con difficoltà, fatica a respirare, perde conoscenza. I medici decidono di intubarla e di lasciarla cadere in coma farmacologico. 

Angèle è immobile su un letto, non si muove, non sente, non mangia. La situazione va avanti così per un po’ di tempo, durante il quale i medici continuano a spingere il marito a decidere per l’eutanasia di Angèle. Un dottore, che lei stessa chiamerà “dottor Sensibilità” ,consiglia al marito di prenotarle un posto al camposanto e di iniziare a contattare le pompe funebri. 

Il marito e i familiari tutti si oppongono nettamente a questa prospettiva. La figlia Cathy, andando a trovare la madre, le rivela che sarà nonna per la terza volta e le confessa il bisogno di averla vicina anche in questa nuova gravidanza. Dove non può la medicina, possono i sentimenti: dagli occhi di Angèle scende una lacrima, poi il movimento di un mignolo. Non c’è più dubbio, neanche per i dottori: sta succedendo qualcosa di meraviglioso. 

Infatti, da questo momento Angèle rinasce, le viene finalmente diagnosticata la malattia: sindrome di Bickerstaff. La rieducazione, il periodo che la porta fino alla completa guarigione, è lungo e faticoso. Ma tutto procede per il meglio e, una volta rimessasi, Angèle scrive la sua vicenda in un libro, grazie all’aiuto del giornalista Hervé de Chalendar. In “Una lacrima mi ha salvato” (ed. S. Paolo), Angèle racconta di aver sentito tutto, di aver cercato di urlare alle parole del dottore che la dava per spacciata, prova dolore quando i dottori le pinzano un seno. 

Ma non riusciva a farsi capire: “quello che provo non corrisponde a ciò che trasmetto”. La sua vicenda le ha insegnato che “bisogna saper superare le proprie sofferenze e avere fiducia nella vita. Se oggi mi sento più fragile del solito, domani posso avere la fede di riuscire a superare le montagne”. Ed è ciò che indirettamente, impariamo anche noi. Giovanna Sedda

Giovane, non ti piace il tuo corpo? La soluzione? L’eutanasia!

Sta facendo il giro del web la storia di Nathan, cittadino belga di 44 anni, che ha riaperto il dibattito sull’eutanasia. 


In realtà la storia è di Nancy, vera identità di Nathan che, non sentendosi accettato come bambina aveva deciso fin dall’adolescenza di cambiare di sesso. Una lunga terapia, la mastectomia e la ricostruzione dei genitali nel 2012. Tutto inutile, racconta Nathan: “quando mi sono guardato per la prima volta allo specchio dopo l'operazione, ho provato un'avversione contro me stesso […] invece di potere finalmente cominciare a vivere, mi sentivo imprigionato in un corpo che detestavo» perché «ero nata male come bambina e come uomo ho ottenuto un corpo che odiavo”.

 E così la decisione per la dolce morte. Forte disagio, facile soluzione. D’altronde in Belgio l’eutanasia è consentita non solo per sofferenze fisiche ma anche psicologiche. Il caso di Nathan ha riaperto la discussione in Belgio, dove l'eutanasia è legale dal 2002 e dove in questo periodo è in corso un dibattito legislativo sulla possibilità di ricorrere alla «dolce morte» anche per i minori. 

Ma l’opinione pubblica non sembra scossa né turbata dalla dichiarazione che l’eutanasia a Nathan è stata del tutto legale perché si poteva infatti “chiaramente parlare di sofferenze psicologiche insopportabili”, come ha affermato Jacqueline Herremans, avvocato della commissione federale di controllo sull'eutanasia. 

Di questo passo, tutti gli adolescenti che per natura in questo periodo di sviluppo non riescono ad accettare il proprio corpo, potranno ricorrere all’eutanasia. A voi la riflessione, ma io non lo permetterei a una mia futura figlia, sapendo che è un disagio che, a differenza della morte e della mancanza di amore da parte di chi ci sta intorno, si può superare.

(Giovanna Sedda/giovaniprolife)

Eutanasia: bufale radicali.

Condensare tante bugie ed imprecisioni in poche righe è impresa difficile. Occorrono abilità, determinazione e soprattutto esperienza di propaganda. 

Tutte qualità di cui i radicali sono maestri indiscussi, a partire da quando, decenni fa, non si fecero problemi a divulgare cifre del tutto surreali a proposito degli aborti clandestini e del numero di donne morte per mano delle mammane. Per questo non stupiscono i molti errori presenti nel testo della Proposta di legge di iniziativa popolare su: Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia, per la quale è avviata, a livello nazionale, una raccolta firme. Errori che, per comodità di chi legge, ci permettiamo di sintetizzare e presentare in cinque punti, iniziando dalla relazione introduttiva.

«Ben oltre la metà degli italiani, secondo ogni rilevazione statistica, è a favore dell’eutanasia legale». FALSO: nessuna «rilevazione statistica» dice che «ben oltre la metà degli italiani» vuole l’eutanasia legale. Semmai anni fa delle rilevazioni riscontrarono come, per esempio, il 64% degli italiani fosse favorevole all’eutanasia per Piergiorgio Welby (1945-2006): ma si trattava di rilevazioni effettuate in giorni di forte condizionamento mediatico determinato proprio dal dibattito sul cosiddetto “caso Welby” e per di più commissionate dal quotidianoRepubblica [1], che non può certo considerarsi fonte di massimo equilibrio. 

Lo stesso, citatissimo studio Eurispes del 2007 – che rilevò come il 68% degli Italiani sarebbe favorevole all’eutanasia – è da considerarsi scarsamente attendibile, non foss’altro per la definizione, a dir poco imprecisa ed edulcorata, che alle persone consultate si diede dell’eutanasia, vale a dire «la possibilità di concludere la vita di un’altra persona, dietro sua richiesta, allo scopo di diminuire le sofferenze» [2]: imprecisa perché non contempla affatto tutte le varianti pratiche dell’eutanasia, che sono molteplici, come i bioeticisti sanno bene [3] -, edulcorata perché «concludere la vita di un’altra persona» è espressione volutamente zuccherosa rispetto alla gravità di quello che il nostro Codice penale, ex art. 579, chiama omicidio del consenziente, prevedendo la detenzione fino a 15 anni.

Sempre stando alla relazione della proposta dagli amici della “dolce morte”, si presenta poi l’eutanasia legale come «morte opportuna invece che imposta nella sofferenza»: FALSO: nessuno, ma proprio nessuno chiede o peggio ancora augura una morte «imposta nella sofferenza»; di certo non la vogliono i cattolici, che invece auspicano che a ciascun malato sia assicurata piena assistenza farmacologica ed umana e, se afflitto da sofferenze, il massimo alleviamento del dolore attraverso la somministrazione di opportune cure. Ne parlava già Papa Pacelli (1876-1958), il quale nel lontano 1957 si spinse a precisare che se anche se «la somministrazione dei narcotici cagiona per se stessa due effetti distinti, da un lato l’alleviamento dei dolori, dall’altro l’abbreviamento della vita» essa è da ritenersi «lecita» [4]. 

Analogamente il Catechismo spiega che «l’uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile» [5]. Nessuna morte «imposta nella sofferenza», dunque. La morte «imposta nella sofferenza» esiste solo nella mente dei fautori dell’eutanasia legale, che la utilizzano come pretesto per la loro campagna.

La citata relazione continua dicendo che «i vertici dei partiti e la stampa nazionale» preferiscono non parlare di eutanasia. Questa poi... Continua a leggere l'articolo qui: giulianoguzzo.wordpress.com

(Giuliano Guzzo)
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Note: [1] Cfr. Veltri C. Eutanasia, anche i cattolici favorevoli. Il 50% dei praticanti dice sì a Welby. «Repubblica.it», 29/11/2006; [2] Sondaggio Eurispes 2007 cit. in Guarino C. Sul limite. Malattia, società e decisioni di fine vita, Armando Editore, Roma 2011, p. 90; [3] Goffi, per esempio, classifica dodici possibili e differenti casistiche di eutanasia: 1) l’eutanasia passiva diretta volontaria, 2) l’eutanasia passiva diretta, contro la volontà, 3) l’eutanasia passiva diretta, in assenza di volontà, 4) l’eutanasia passiva indiretta volontaria, 5) l’eutanasia passiva indiretta contro la volontà, 6) l’eutanasia passiva indiretta in assenza di volontà, 7) l’eutanasia attiva diretta volontaria, 8) l’eutanasia attiva diretta contro la volontà, 9) l’eutanasia attiva diretta in assenza di volontà, 10) l’eutanasia indiretta volontaria, 11) l’eutanasia indiretta contro la volontà, 12) L’eutanasia indiretta in assenza di volontà Cfr. Goffi J.Y.Penser l’euthanasie, Press Universitaires de France, 2004, ed. it. Pensare l’eutanasia, Einaudi, Torino 2006, p. 41; [4] Discorso di Pio XII intorno a tre quesiti religiosi e morali concernenti l’analgesia, 24/2/1957; [5] Catechismo della Chiesa Cattolica, 2279; 

I radicali ci provano ancora.

Mentre altri Paesi come il Regno Unito stanno abbandonando i protocolli per la morte assistita dei malati, (vedi qui) in Italia i radicali consegnao le firme per introdurre l'eutanasia. Ma c'è chi dice no.

“La vita, ogni vita, è degna di essere vissuta. Pertanto, quella dei Radicali è una proposta inaccettabile sia dal punto di vista morale che dal punto di vista antropologico”. Così Samuele Maniscalco, responsabile della campagna “Voglio vivere”, commenta la presentazione alla Camera delle firme per la sottoscrizione di una legge di iniziativa popolare sulla legalizzazione dell’Eutanasia.

 “È impensabile – aggiunge Maniscalco – che un Paese civile renda possibile un tale scempio, la quintessenza del disprezzo assoluto del dono più grande che possediamo. Le informazioni propugnate dalle associazioni favorevoli al suicidio assistito e alla sua legalizzazione travisano i dati dell’Istituto Mario Negri di Milano in merito alla ‘dolce morte’, alla percentuale di italiani favorevoli e al numero di suicidi tra i malati terminali”.

Le informazioni erronee comunicate dalle associazioni a sostegno della campagna pro-eutanasia hanno costretto persino il direttore dell’Istituto Mario Negri, Silvio Garattini, a dissociarsi con fermezza dalla lettura e dall’interpretazione distorta fatta da tali associazioni dello studio compiuto dall’Istituto milanese. 

“Nella speranza di dare una svolta alla deriva valoriale provocata da questa cultura della morte – conclude Samuele Maniscalco – ‘Voglio Vivere’ risponde con una proposta positiva, di vita, invitando a sottoscrivere e a diffondere – anche online, attraverso il nostro sito – la petizione indirizzata al ministro della Salute Beatrice Lorenzin, affinché prenda atto della contrarietà del popolo italiano a questa proposta disumana”.

Ufficio Stampa Luci sull’Est

Il protocollo Liverpool, la via britannica all’eutanasia.

Definito senza mezzi termini come un sistema per tagliare i costi della sanità pubblica, dopo scandali e casi di malasanità, il trattamento britannico per i pazienti in stato terminale continua ad alimentare le polemiche. 


Ufficialmente, il suo nome per esteso è ‘Liverpool Care Pathway for the Dying Patient‘, conosciuto ai più per il più corto e forse tranquillizzante ‘Liverpool Care Pathway’ (Lcp), è il controverso programma per il fine-vita della sanità pubblica del Regno Unito. Dopo essersi macchiato di numerosi casi di malasanità ed aver alimentato per anni le polemiche, su richiesta del ministro della salute Norman Lamb, una relazione indipendente recentemente pubblicata, ha suggerito, –con vaga ironia- di lasciar lentamente morire il programma per il fine-vita nei prossimi 6-12 mesi, almeno per quanto riguarda l’Inghilterra. Dopotutto, come è stato rilevato, le ragioni non mancano.

Infatti, numerosi sono stati i casi diventati oggetto di cronaca di pazienti inseriti nel mortifero protocollo e deceduti, senza che né a loro né ai familiari fosse stato chiesto il consenso. E molti di più, -fino a 60mila ogni anno- sono coloro che hanno condiviso –e continuano a condividere- la stessa sorte nel silenzio generale. Nella fattispecie, la mancanza di comunicazione –involontaria, si suppone- tra lo staff medico ed i propri pazienti è stata esplicitamente citata nel rapporto, come uno dei problemi cardine del protocollo. In alcuni casi, è stato riportato, l’abuso del Lcp –o la mancanza di comunicazione-, è arrivato sino all’inclusione nel trattamento di pazienti coscienti, il cui stato non era assolutamente terminale.

Dubbi di tipo scientifico sono stati inoltre sollevati, sulla possibilità di poter determinare la data della morte imminente di un paziente. Mentre una stima relativamente precisa è possibile per i malati di cancro, in altre circostanze diventa, come è stato definito dal professor Patrick Pullicino, “nella migliore eventualità, un educato tiro ad indovinare”, che non a caso, si è spesso rivelato tale. L’impossibilità di definire con certezza quando il malato è nelle sue ultime ore di vita, va da sé, rende quantomeno controverso l’utilizzo del trattamento, che consiste nella sedazione e nella sospensione di medicine, alimentazione ed idratazione. Numerosi sono stati infatti i casi in cui, pazienti la cui dipartita era stata definita come quanto più prossima, si sono trovati lasciati morire per giorni. Emblematico è il caso di Andy Flanagan, portato agli onori della cronaca, dopo che giudicato morente ed irreversibile in seguito ad un infarto, è stato sottratto dalla famiglia al Lpc, riuscendo poi a riprendersi.

Tra le altre cose, il rapporto ha esplicitamente fatto riferimento al sistema di incentivi economici di cui godevano gli ospedali per ricorrere a tale protocollo. La netta sensazione, emersa più volte già in passato, è che spesso Lcp, venga utilizzato senza eccessivo discernimento, al solo scopo di incassare i contributi – motivo per cui, nella relazione se ne consiglia l’abolizione, negando naturalmente che ciò sia mai accaduto.

In conclusione, se è probabile che il Liverpool Care Pathway finisca presto per venir cestinato, alla luce degli scandali degli ultimi anni ed in particolare, delle gravi mancanze evidenziate dal rapporto, ci si illude se si spera in un cambio di politica per quanto riguarda il fine-vita nel Regno Unito. Un sistema come quello del protocollo Liverpool, definito da alcuni medici ed esperti, come un comodo metodo per tagliare i costi e liberare i letti, verrà verosimilmente sostituito da un altro sistema, forse più discreto, ma altrettanto intrinsecamente sprezzante della dignità della vita umana.



Nicola Bocola

"Tuo figlio autistico disturba ed è inutile, sbarazzatene"


Canada: una lettera anonima di una vicina incita la madre a disfarsi di suo figlio donando i suoi organi alla scienza. "Disturba ed è inutile" 

Può capitare a tutti di avere dei problemi.
Questa signora di Newcastle, nello stato di Ontario, Canada, ha un figlio autistico e dei vicini di casa poco simpatici. Il problema però non è la prima cosa, ma la seconda. 
Infatti ha ricevuto questa simpatica lettera anonima di una vicina la quale, con uno stile tutt'altro che anonimo ma anzi minaccioso, dà un consiglio a questa madre che suona come un ordine. 
Devi sbarazzarti di tuo figlio autistico, perché ci disturba. 

Non ci credete? La lettera è quella nella foto in basso. 
Afferma la signora nella lettera che "il rumore che fa è SPAVENTOSO!!!! " ( i quattro punti esclamativi e il maiuscolo sono nella lettera; come gli esperti confermano è sintomo di una personalità calma e riflessiva). La cosa suona strana, dato che gli autistici normalmente detestano il rumore. Ad ogni modo le manifestazioni di questo bambino sono, a quanto pare, al di là della sottile soglia di sopportazione della vicina. 
Ma, a ben vedere, non è la quantità di rumore il problema. E' la "anormalità" di chi lo produce. 
Dice infatti la buona donna che "bambini che piangono, musica e anche cani che abbaiano sono rumori normali in un quartiere residenziale, lui non lo è!" 
Possiamo quindi immaginare lo sgomento della signora nel sapere che là fuori, nel suo bellissimo quartiere dove non vola una mosca e vige un inflessibile "not in my backyard", c'è un bambino che produce suoni spaventosi. 
Anzi, non dobbiamo neppure immaginare la location: perché dal satellite possiamo vedere che il quartiere in questione è proprio come ci possiamo figurare. Un ameno ma anonimo quartiere di case tutte uguali, di quelle che le casalinghe non ancora disperate sognano .  

Ma non basta, il meglio deve ancora venire. 
La gentile vicina non è contenta di far sapere alla madre del ragazzo che suo figlio produce suoni orribili. Decide di ferire la madre nel profondo, e sa come fare. 
Elenca infatti come conseguenze inevitabili quelle che sono le peggiori paure della madre: tuo figlio non troverà mai un lavoro o una sistemazione, nessuna donna se lo sposerà mai, rimarrà solo dopo la tua morte. Il consiglio della signora è, potremmo dire, interessante. "Per quanto mi riguarda, dovrebbero prendere quel che di lui è sano e darlo alla scienza". Aggiunge: "A che diavolo altro potrebbe servire lui per chiunque altro?" 

La lettera termina con un altro messaggio chiaro: vattene, sparisci. Non ti vogliamo. 

Non credo che la società in cui viviamo, la sensibilità comune che si riscontra giorno dopo giorno, sia già così ottusa dal non vedere in questa lettera niente di sbagliato, oltre al tono minaccioso e vagamente psicotico. Potremmo anzi dire che, se in quel quartiere c'è un bambino che ha bisogno di speciali attenzioni, di sicuro c'è anche una donna che ne ha necessità.

Ma siamo certi che questa idea per cui non si ha un diritto assoluto a vivere, ma subordinato ad alcune condizioni, sia così inedita? 
Siamo poi così lontani da quelli che dicono che un bambino esiste solo quando può "relazionarsi" con l'esterno? Quindi, a seconda della qualità minima richiesta della relazione, sempre più in là dal concepimento? Siamo poi così lontani da quelli che parlano di "vite degne" di essere vissute e condizioni di vita così orribili da reclamare un intervento per porre fine ad esse, sacrificando però la vita? 
Io penso di no. 
Quindi, delle due l'una: o questa signora psicotica ha un qualcosa in comune con i fautori della bioetica utilitaristica, o l'esatto contrario. 
Ditemi voi. 

L'eutanasia non ha il sapore della vita

Perché l'eutanasia non è una risposta alla malattia terminale: staccando quella spina, perdiamo un’unicità, un’originalità, che nessun altro essere umano avrà mai. Trasformiamo piuttosto i giorni di ricovero in giorni d'amore.


Ogni cosa ha il suo sapore: i croissants appena sfornati, il mare, la vita. E allora vi starete chiedendo: che gusto ha la vita? Un po’ amaro, un po’ dolce, a volte sa di tristezza e malinconia, altre di gioia e libertà: il sapore più buono del mondo. Ma gustarsi la vita fino in fondo, fino all’ultima briciola rimasta, non deve essere un privilegio, ma un diritto, che non può essere tolto a nessuno.

Nemmeno al malato terminale, che magari non si muove, non parla, non mangia autonomamente, insomma non fa nulla se non starsene coricato e respirare. E’ il classico “vegetale”, come viene comunemente definito. E perché lui non deve avere il diritto di vivere? Chi l’ha deciso? E’ come dire a un campione mondiale che vince le Olimpiadi : "Ora non ti premiamo perché hai già vinto troppe volte". 

Eppure lui ci ha messo tutta la fatica, l’impegno e la costanza possibile. Allo stesso modo, sarebbe come dire a un malato: "Hai già vissuto troppo, è il momento che lasci il posto a qualcun altro. Perciò ti stacchiamo la spina che ti mantiene vivo". La gente deve capire che staccando quella spina, o peggio lasciando morire quel malato (addirittura di fame e di sete) perdiamo un’unicità, un’originalità, che nessun altro essere umano avrà mai; ed è la stessa cosa che avviene con l’aborto. 

Qualcuno potrebbe obiettare: "Ma i medici dicono che gli mancano pochi mesi, perché farlo soffrire ancora?". Magari gli mancheranno solo due mesi di vita, ma noi possiamo trasformarli in sessanta giorni d’amore. Possiamo farlo sentire amato. Basta che smettiamo di essere spettatori e diventiamo attori di questa realtà: questo “mostro” si chiama eutanasia e non deve avere posto nel mondo di domani.

(Ilenia Viale)

Eutanasia: Kafka alla Corte Europea

La Svizzera ha norme indeterminate, vanno chiarite per capire chi bene chi può morire e chi invece può continuare a vivere... Secondo Strasburgo l'indeterminatezza creerebbe inutili angosce per i cittadini candidati -condannati- a morire.

La Corte europea dei diritti dell'uomo ha invitato la Svizzera ha chiarire la sua posizione sull'eutanasia, senza voler entrare nel merito della questione, demandata alle legislazioni nazionali. Eppure a Strasburgo non hanno mancato di ricordare che il "diritto di un individuo a decidere il modo in cui vivere e a quale punto la propria vita deve finire [...] sia uno degli aspetti del diritto al rispetto per la propria vita privata".

La questione è stata approfondita da Antonella Mariani su Avvenire. La giornalista sottolinea l'approccio surreale, addirittura paradossale della sentenza: la Svizzera è colpevole di aver lasciato la cittadina Gross, desiderosa di morire, in un ingiustificato stato di angoscia dovuto all'indeterminatezza della norma che avrebbe dovuto consentirne la morte. Kafka oggi sarebbe uno scrittore di second'ordine.

Leggi l'articolo qui: http://www.avvenire.it/Vita/Pagine/eutanasia-corte-strasburgo-chiede-di-rivedere-la-legge-alla-svizzera.aspx

Papa Francesco: difendere la vita dal concepimento

Il Pontefice ai prolife irlandesi: rispettare i bambini ancora nati, gli anziani, i poveri, sono capolavori della creazione di Dio. Il messaggio in occasione della Giornata per la Vita locale.

Come già aveva fatto in occasione della mobilitazione nazionale per l'iniziativa "Uno di noi" e durante la giornata dedicata all'Evangelium Vitae nell'anno della Fede (leggi qui), Papa Francesco torna a ribadire la centralità della difesa della vita nell'impegno cristiano, stavolta in occasione della Giornata per la Vita di Inghilterra e Irlanda. A riferirlo è l'agenzia AGI.

Il Pontefice sottolinea il "valore inestimabile della vita umana [...] Anche i più deboli e i più vulnerabili i malati, gli anziani, i non nati e i poveri, sono capolavori della creazione di Dio, fatti a sua immagine, destinati a vivere per sempre, e meritevoli della massima riverenza e rispetto". Il Papa eleva poi la sua preghiera affinchè la Giornata "contribuisca ad assicurare che la vita umana riceva sempre la protezione che le e' dovuta".

Un messaggio estremamente significativo dal momento che l'Irlanda è in procinto di introdurre la legislazione sull'aborto. La nuova legge, ora al vaglio del senato, è stata oggetto di un accesso dibattito politico che ha visto numerosi politici abbandonare il partito popolare di maggioranza favorevole alla norma. Allo stesso tempo numerose sono state anche le manifestazioni prolife in tutta la nazione (per saperne di più leggi qui).

La Giornata per la vita in Inghilterra e Irlanda si festeggia nel mese di luglio. Il clima sarà caldo per entrambi i paesi, e non solo per l'estate: come in Irlanda infatti anche l'Inghilterra vede i prolife in prima linea sul contrasto dell'aborto e dell'eutanasia.

Fonte: (AGI)

Che c'entra Mandela con l'eutanasia?



















Strani avvoltoi pro-choice svolazzano attorno al capezzale di Nelson Mandela

La salute di Mandela ha avuto ultimamente un tracollo, suscitando le preghiere di molti davanti al suo ospedale. E l'agenzia di stampa Afp (agence france presse) ha "rivelato un documento legale" a firma di un certo avvocato David Smith.

Il contenuto é il seguente: Nelson Mandela é in stato vegetativo permanente, tenuto in vita dalle macchine.
"I medici hanno consigliato alla famiglia Mandela di staccare la macchina che lo mantiene artificialmente in vita. Piuttosto che prolungare le sue sofferenze, la famiglia Mandela valuta questa opzione"

La cosa mi ha molto turbato: ma come? Il padre della nazione sudafricana, Mandela, trasformato in un testimonial per l'eutanasia?

Ma immediatamente é arrivata la smentita da parte dei medici e anche del presidente Zuma, che ha rimandato un viaggio in Mozambico per sincerarsi delle condizioni di Madiba (nome derivante dalla sua tribú con cui spesso ci si riferisce a Nelson Mandela): Mandela é molto malato, é vero, ma le sue condizioni sebbene gravi sono stabili. E non é assolutamente in stato vegetativo permanente.

Una frottola, dunque? Guarda caso una frottola che riecheggia alla perfezione le isterie pro-choice sull'eutanasia: "risparmiare sofferenze", "la vita che dipende dalle macchine", frase che colpisce molto perché vorrebbe suggerire l'idea di una vita artificiale, da contrapporre ad una "eutanasia" naturale . In realtá é esattamente il contrario: non c'é niente di piú innaturale dell'eutanasia.
Ci sono troppe cose che non quadrano.
Non ci sto, voglio saperne di piú. leggi di piú su Saltovitale

Comitato bioetica francese: No a eutanasia e suicidio assistito

Il Comitato etico consultivo francese ha preso in esame la modifica della legge Leonetti del 2005 sul tema del fine vita e si è detto contrario all’introduzione di suicidio assistito e eutanasia. 

I rischi dell’introduzione sono quelli già osservati dal Comitato francese in Belgio, Olanda e USA: verrebbe a rischio la finalità principale della medicina, che è quella di aiutare il malato, e si confonderebbe il limite tra lasciar morire e far morire.
L’unica modifica della legge è raccomandata dal Ccne riguarda le dichiarazioni anticipate di trattamento, che dovrebbero essere rese obbligatorie. Sì a cure palliative e possibilità di rifiuto della terapia, come già previste dalla legge. Terrorizza un po’ la proposta del Ccne di “sedazione terminale”… in cosa consisterebbe? Solo il governo francese potrà far luce su questi termini misteriosi, quando prenderà in considerazione la proposta del Ccne.
 
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