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Convegno dei Centri di Aiuto alla Vita: alleati per Vita e Maternità.

Il messaggio centrale del Convegno CAV appena concluso conferma la vocazione dei volontari prolife italiani da sempre al fianco delle donne e delle mamme.

"Opporsi allo sfruttamento della vita e della maternità a fini commerciali. Lavorare per condizioni di accoglienza per la maternità, per i disabili, per gli anziani. Su questi impegni potremo trovare nuovi e insospettabili alleati." Lo ha detto il presidente del Movim:: ento per la Vita Italiano, On.Gian Luigi Gigli, a chiusura del Convegno dei Centri di Aiuto alla Vita e delle Case di Accoglienza del MpVI, nel 40° anniversario della sua fondazione.

"Dobbiamo spingere la nostra società - ha sottolineato Gigli - a coniugare etica individuale ed etica sociale, affinché tutti i diritti dell`uomo, a cominciare dal primo e fondamentale diritto alla vita, possano essere tutelati. Dobbiamo evitare discriminazioni tra essere umano ed essere umano che mettono in pericolo la democrazia. Dobbiamo ricordare che non è possibile costruire la pace senza rispettare ogni vita, anche quelle degli esseri umani più fragili." Oltre settecento i volontari da tutta Italia che hanno partecipato al Convegno, aperto dall`udienza di Papa Francesco e conclusosi con la celebrazione del 20° anniversario della Evangelium Vitae. 

"Siamo impegnati a testimoniare misericordia e compassione - ha concluso Gigli - mentre lavoriamo per diffondere la verità troppo combattuta per cui ogni essere umano è `uno di noi` e a promuovere opere di giustizia perché questa verità si affermi. E` il nostro contributo alla costruzione del nuovo umanesimo su cui i cattolici italiani si interrogheranno da domani a Firenze e di cui una società autoreferenziale per chi è più forte ha tremendamente bisogno".

Fonte ASKANEWS

La realtà americana dei CAV: intervista a Peggy Hartshorn



L’equipe giovani del Movimento Per la Vita sta lavorando duramente in questi giorni per rendere unico (come sempre) il Seminario Quarenghi che si terrà in Basilicata (Maratea) dal 26 luglio al 2 agosto presso Villa del Mare. In avvicinamento a questo evento vogliamo farvi conoscere una delle più importanti relatrici che avremo l’onore di ospitare ed ascoltare al Quarenghi: Margaret Hartshorn, conosciuta anche come Peggy.

Peggy nata e vive nell’Ohio ed è la presidentessa di Heartbeat International, associazione che si occupa del network per oltre 2000 centri di aiuto alla vita negli Stati Uniti. Abbiamo avuto modo di conoscerla durante il Convengo Nazionale di Heartbeat a St. Louis (Missouri) alla quale hanno partecipato oltre 1200 volontari da tutto il mondo. Ecco a voi una sua breve intervista.


A. Qual è stato il momento o l’evento che ha fatto nascere in lei il problema dell’aborto?

P. Sono cresciuta in una famiglia fortemente Cristiana: mio padre e la sua famiglia erano cattolici, invece mia madre protestante. Il rispetto per ogni vita umana e l’accoglienza di ogni bambino era una “dato di fatto”. Inoltre l’idea di abortire (illegale a quel tempo) era ripugnante.
Mi trasferii all’università in California negli anni ’60, gli anni della c.d. “rivoluzione sessuale”, così come i movimenti femministi, l’idea dell’uso di droghe a scopo ricreativo, le proteste contro la guerra in Vietnam e i movimenti “hippie” di San Francisco. Nel 1968 la California legalizzò l’aborto e il mio professore di etica dell’università, un prete domenicano, ci disse: “Ricordatevi le mie parole, tra 5 anni l’aborto sarà legale in tutti gli Stati Uniti!”. Tutta la classe fu letteralmente scioccata da quelle parole. Dopo la laurea tornai in Ohio per ottenere il mio dottorato di ricerca (Ph.D.) e in quel periodo mio padre morì di cancro, mi sposai con il mio attuale marito Mike, e non prestavo attenzione alla questione dell’aborto nel mio Paese. Il 22 gennaio 1973 la Corte Suprema, con la decisione Roe c. Wade, dichiarò incostituzionali tutti le leggi che vietavano l’aborto negli Stati Uniti. Ascoltai questa notizia alla radio mentre stavo guidando e subito mi ricordai della terribile profezia del mio professore. Fui subito “chiamata” a fare qualcosa per aiutare in questa crisi: crisi per le mie credenze religiose e per il mio Paese (il quale è stato fondato sull’evidenza che noi tutti abbiamo un diritto alla vita, datoci dal nostro Creatore, così come sancito dalla Dichiarazione d’Indipendenza). Subito chiamai il l’ufficio dell’associazione Right to Life (associazione che si occupa di combattere in ogni Stato la legalizzazione dell’aborto) e cominciai ad essere una loro volontaria. Divenni subito presidente dell’ufficio sull’educazione.

A. Quale fu il momento più difficile per lei?


P. Nel 1992 molti di noi speravano che la sentenza Roe potesse essere cambiata dalla Corte Suprema, ma invece la Corte si pronunciò riaffermando la stessa decisione del ‘73. Inoltre, nel 1992 fu eletto come presidente degli USA Bill Clinton: era conosciuto per le sue idee pro-aborto” (al contrario del suo predecessore Ronald Reagan, un vero prolife). Con la sua elezione molti pensavano che avevamo perso in modo “permanente” dal punto di vista giudiziario, eravamo molto scoraggiati. Così quell’anno pensai che potevamo essere solo in grado di salvare i bambini e le madri grazie ai centri di aiuto alla vita. Decisi quindi di dimettermi dal mio lavoro d’insegnante all’università e di lavorare a tempo pieno come presidente di Heartbeat International, facendo così nascere i centri di aiuto alla vita negli USA e in tutto il mondo. Dio ha usato il male del diavolo (lo scoraggiamento) e lo ha usato per portare il bene e per far nascere gruppi prolife più forti, come Heartbeat.

A. Può descriverci brevemente la situazione prolife negli USA?


P. La sentenza Roe è ancora in vigore, ma le successive decisioni della Corte Suprema hanno imposto dei limiti al diritto alla privacy, diritto che sta alla base della legalizzazione dell’aborto. I limiti sono per esempio un determinato periodo prima di praticare un IVG, delle leggi sul consenso informato e sul consenso dei genitori, e così via. Negli ultimi 3 anni molte leggi statali hanno posto dei limiti all’aborto, di più che nei 40 anni dalla sentenza Roe. Contemporaneamente, abbiamo costruito un network di oltre 2000 centri di aiuto alla vita negli USA. I 1200 affiliati ad Heartbeat International salvano circa 3000 bambini alla settimana che rischiavano di essere abortiti. La nuova generazione dei giovani è molto prolife rispetto alle altre dal 1973. Gli scanner ad ultrasuono hanno mostrato che il bambino non ancora nato è un essere umano che vive e scresce, e ciò ha convinto virtualmente tutti negli USA. Infatti le domande oggi sono cambiate: oggi ci si domanda “quando è giustificabile togliere la vita ad un essere umano?” e “Quali esseri umani hanno il diritto alla vita?” e non più “quando la vita umana ha inizio?”. Il dibattito è vivo e vigoroso negli USA: la questione non è risolta, per cui speriamo un giorno che le vite di ogni innocente essere umano saranno protette dalla legge.

A. Quali sono le sfide del futuro per la causa prolife?


P. Secondo il mio parere vi sono 5 sfide.
1) Se continua ad indebolirsi la cultura Cristiana (come quella Europea e degli USA) o addirittura vengono abbandonati i valori centrali del cristianesimo, come la dignità di ogni persona, non avremo nessuna differenza con altre culture (come quella dell’Asia), le quali hanno accettato un sistema di valori basato sull’utilitarismo. Questo sistema valoriale utilitaristico non da importanza all’individuo, infatti egli può essere sacrificato per un bene maggiore. Possiamo vedere questo sistema valoriale al lavoro nel sistema medico/sanitario occidentale, dove le decisioni mediche si basano sempre più spesso su quanto è “utile” tale persona. Le radici Cristiane devono essere mantenute e fatte crescere (tramite l’evangelizzazione) cosicché i nostri leader (sia in politica, in medicina, nell’ambito culturale, etc.) possano proteggere il valore della vita umana, come metro di paragone o come bussola. 
2) Dobbiamo mostrare le bugie che si celano dietro i movimenti “di controllo della popolazione”. Per prima cosa dobbiamo convincere le persone che viviamo in un “inverno demografico” – quasi tutte le culture stanno avendo un declino della popolazione e in molti Paesi (compresa l’Italia) il tasso totale di fertilità è talmente basso che, a detta degli esperti, non si potrà recuperare (per esempio, gli italiani, come gruppo etnico, sono una specie in pericolo). In secondo luogo, bisogna convincere gli opinion-makers che la popolazione non è il problema, piuttosto, è la soluzione ai problemi del cambiamento climatico, dell’inquinamento e così via. Dobbiamo rendere desiderabili le grandi famiglie per il bene nostro, del nostro Paese e per il mondo.
3) Dobbiamo lavorare per far ritornare la nostra cultura all’idea che i bambini sono il frutto positivo di una relazione di coppia (bambini e legami affettivi vanno insieme agli atti sessuali). Una volta che i bambini vengono etichettati come non voluti (o addirittura innaturali) in seguito ad un atto sessuale, l’aborto sarà sempre una “necessità” come un back up per sbarazzarsi del problema: cioè il bambino non voluto.
4) Dobbiamo lavorare per prendere l’iniziativa nella formulazione delle questioni (issues ndr.) nella lingue che può realmente cambiare la realtà. “L’altra parte” ha “vinto” con frasi e termini che si rivolgono alle persone, come “salute riproduttiva (compreso l’aborto)”, “diritto di scegliere”, “uguaglianza di genere” “genitorialità (contro madre e padre)”, e così via. Molti di questi termini sono emersi dai documenti delle Nazioni Unite i quali subiscono molte modifiche. Esse presenti in questo processo è un duro lavoro ma “la nostra gente” ha vinto alcune battaglie impegnandosi ad ogni livello e combattendo sui punti più delicati del linguaggio, il quale è così importante e influente.
5) Dobbiamo portare con noi i nostri valori e viverli eroicamente non solo nel Movimento Per la Vita ma su ogni fronte, in ogni lavoro, in ogni professione: medicina, politica, diritto, economia, educazione, etc.

A. Cosa pensa del Movimento Per la Vita Italiano? E’ felice di essere nostra ospite al Seminario Quarenghi 2015?

P. Sono così felice che Dio ha fatto congiungere insieme il MPV e Heartbeat International! Ammiro così tanto il Movimento Per la Vita perché è stato un “pioniere” come organizzazione prolife, è entrata subito nella battaglia! Ammiro, inoltre, l’approccio olistico del MPV: infatti non comprendo solo le attività politiche e legislative ma anche i Centri di Aiuto alla Vita (allo stesso tempo si limita l’offerta e la domanda di aborto); inoltre, il MPV si focalizza non solo sulle questioni biologiche, dei diritti umani, politiche ma anche sull’aspetto spirituale. Ammiro l’unità e la coerenza della vostra leadership (che ha evitato divisioni come quelle dei movimenti prolife americani, limitando in qualche modo il nostro successo per la vita).
Mi piace vedere l’essenzialità per voi di SOS Vita e l’importanza cruciale dei giovani nel vostro movimento: passando il testimone dalla prima generazione prolife a quella nuova sperando che siano loro a vincere la battaglia. Ammiro, inoltre, la vostra capacità di aver unito tutti i 28 Stati europei nel gruppo “Uno di Noi” e ovviamente la campagna One Of Us.
Credo che Dio ha un posto speciale per il MPV sia come leader sia come esempio per gli altri. Roma è speciale dal punto di vista storico, come fulcro da cui è nata la Cristianità. Pietro e Paolo sono morti e riposano lì, insieme a molti altri martiri cristiani. Dato che il mondo si sta secolarizzando (o pagano) per quanto riguarda i valori, aborto e infanticidio sono sempre più accettati nella cultura occidentali, sta a noi “ri-cristianizzare” il mondo. MPV può preparare Roma e l’Italia di nuovo a questa missione, cioè l’evangelizzazione e la diffusione della “Parola di Dio”. Per tutte queste ragioni, sono onorata di poter parlare al Seminario Quarenghi 2015 ed essere una piccola parte di quello che Dio sta facendo grazie a voi.

A. Può dare alcuni consigli ai giovani italiani del MPV per svolgere al meglio il loro volontariato?


P. La cosa più importante da fare è rivelare l’amore e la speranza a quelli che bussano alle porte dei CAV, raggiungendoli in modo amorevole, prendendovi cura di loro. Dite la verità dell’amore. Dio è la sorgente di tutto l’amore e della speranza. Quindi, al fine di rilevare questi due valori centrali, bisogna essere più vicini al Signore. Dobbiamo rimanere i rami attaccati alla vite del Signore. Gesù disse “senza di me, non potete fare nulla”. Noi non possiamo compiere il nostro lavoro da soli o con le nostre energie. Date priorità al vostro rapporto con il Signore mediante l'Eucaristia, i Sacramenti e attraverso la Parola di Dio, attraverso la vostra comunione con gli altri (dove due o più sono riuniti nel suo nome, Egli è in mezzo a noi!). 

Andrea Tosato

Un viaggio alla scoperta della riproduzione umana




"Da Vita a Vita - viaggio alla scoperta della riproduzione umana" è il titolo del libro edito dalla Società Editrice Universo e scritto dal Prof. Bruno Mozzanega, ricercatore universitario presso la Clinica ginecologica ed ostetrica dell'Università di Padova e presidente della SIPRe (Società Italiana Procreazione Responsabile), di recente costituzione, nonchè membro del Direttivo Nazionale del Movimento Per la Vita Italiano.

Ne parliamo con l'autore.

Prof. Mozzanega, come e quando è nata l'idea di questo libro?

Il libro nasce dalla attività di formazione che ho svolto nelle scuole medie, in collaborazione con i docenti di Scienze, negli anni in cui lavoravo nel consultorio familiare pubblico.
So che sembrerà strano, ma devo riconoscere che ho scoperto quanto sia affascinante la biologia della riproduzione nel momento in cui ho iniziato ad illustrarla ai ragazzi. Naturalmente ne avevo già affrontato lo studio nell'ambito dei programmi del corso di laurea e di quelli più specifici della Scuola di Specializzazione. Tuttavia l'armonia che ne lega gli eventi mi era sfuggita, forse a causa della preoccupazione, allora preminente, di approfondirne in modo analitico i singoli particolari. La necessità di presentare ai ragazzi questi argomenti in modo organico, con lo scopo di far capire prima ancora che far imparare, mi ha spinto a riorganizzare le informazioni che avevo e a ricercare le relazioni che più intimamente le legano e le unificano in vista di quell'obiettivo, unico e fondamentale, che è la comparsa della vita umana. Ne è uscito un percorso di informazioni che si susseguono, concatenate le une alle altre, e che accompagnano il lettore a comprendere con gradualità i meccanismi della riproduzione ed insieme a ripercorrere le origini della propria storia.
Una volta smessa l’attività nel consultorio, ho deciso che nulla dovesse essere perso e l’ho trascritto. La prima edizione di “Da Vita a Vita” è del 1992. Le edizioni successive sono riccamente aggiornate, anche se i dati anatomici e la fisiologia del ciclo mestruale restano sostanzialmente invariati.


“Da Vita a Vita”... perché questo titolo?


Il titolo traduce l'ampio respiro del testo. E’ la vita stessa che fluisce e si perpetua, in un modo che ci vede, insieme, protagonisti e strumenti. Già appena concepiti, nelle primissime fasi della nostra esistenza, si differenziano in noi le cellule germinali primordiali che ci consentiranno, un giorno, di trasmettere la Vita e di essere partecipi, spero sempre consapevolmente, di questa immensa opportunità che ci è data.

Un "viaggio" alla scoperta della riproduzione umana?

Sì. E’ una Bellezza da scoprire nella sua meraviglia e nella sua perfezione. Riga dopo riga, nell’apprendere o nel sistemare nozioni che magari già possiede, chi legge si rende conto di leggere di sé. In questo viaggio il ragazzo, l'uomo, capisce di essere prezioso: il suo ruolo biologico è insostituibile, ovviamente. Ma capisce anche che è la donna la “garante” della vita umana: è il suo organismo a determinare i tempi della fertilità, quelli nei quali all’affettività si associa la procreazione. E’ lei la custode di questi eventi. Lei ospita il figlio e lo sente vivere e crescere in sé. Lei gli offre il cibo, la protezione, la prima e immediata comunicazione. E gli organi destinati a consentire tutto questo sono protetti all’interno del suo corpo, a differenza dei genitali maschili, pure importanti, è ovvio, ma che sono all’esterno e sono del tutto complementari a quelli femminili. E poi l’emergere della nostra prima cellula..

"La vita che nasce non si esaurisce in una serie di eventi mirabili che si ripetono da millenni; essa porta in sé anche lo stupore e la magia di un evento unico, che trascende la biologia e si fa irripetibile..."

Sì. Sono eventi che si ripetono da millenni e millenni, è vero, e che a volte possono rischiare di passare come routine. Ma nella realtà ogni volta avviene un prodigio: viene alla vita un individuo unico nel tempo e nello spazio, prescelto, selezionato fra infinite possibilità.
Sei tu, sono io, sono tutte le persone, così particolari nella loro individualità, che hanno popolato e popoleranno questa Terra. Che l’arricchiranno con le loro storie particolari.
La magia è nella selezione dell’uovo che sarà scelto, quello contenuto nel follicolo ovarico che crescerà meglio degli altri. La magia è nella gara degli spermatozoi: un percorso ad eliminazione che ne porta solo uno a fecondare l’uovo: uno fra le decine e decine di milioni che vengono emesse ogni volta e poste all’ingresso delle vie genitale femminili. La magia è quella della prima cellula, che inizia immediatamente a svilupparsi e a crescere, secondo le istruzioni già presenti nel genoma nelle quali è scritto immediatamente chi siamo, il genoma che noi siamo... Quel singolo e irripetibile genoma (l’insieme di tutti i nostri geni) che è singolarmente ognuno di noi. E l’immediato rapporto del figlio con l’organismo della madre, della quale inibisce le difese immunitarie locali, quasi a dire: “Ci sono... iniziamo a collaborare”. E’ straordinario.
Raccontarlo è rischioso. Raccontare la perfezione è rischioso: il rischio è farlo male, non tradurla e non trasmetterne il senso; non suscitare lo stupore che questa Bellezza inevitabilmente dovrebbe evocare.

Qual è per lei il significato profondo della sessualità? L'informazione biologica è sufficiente al fine di una completa educazione della sessualità?


La sessualità è forse il livello di comunicazione più profonda che ci sia dato di sperimentare.
La conoscenza della biologia è il presupposto ineludibile perché si viva pienamente una sessualità che sia consapevole. Consapevole della ricchezza che la sessualità ha in sé, della possibilità che ne consegua la procreazione, delle responsabilità che tutto ciò comporta nei confronti dell’altro e del figlio che può emergere alla vita. Una consapevolezza che nulla tolga alla spontaneità e a tutti gli altri infiniti significati e portati che sono propri della sessualità, ma che li integri tutti insieme in una relazione positiva e consapevole.
Direi che la conoscenza è una condizione sine qua non, e che il momento informativo è essenziale. E’ preliminare. Dobbiamo sapere bene cosa succede nel nostro organismo e quali tesori ci siano stati dati da custodire e utilizzare con responsabilità.
L’essere informati, o meglio ancora il conoscere, è il presupposto fondante di un processo educativo e auto-educativo che dura per sempre e che forse si concluderà solo alla fine della vita. Credo che la vita stessa possa anche intendersi come un’avventura che continuamente ci educa.

Attualmente è diventato difficile attribuire significati univoci a termini scientifici come "concepimento" e "gravidanza". Si parla di contraccezione di emergenza per nascondere metodiche potenzialmente abortive....

La vita inizia con il concepimento. Nel testo è tutto molto chiaro, ma prima ancora lo è nella realtà della biologia. Nei primi giorni di vita l’embrione si nutre delle riserve che erano nella cellula uovo, la cellula più grande che esiste in natura. Dialoga, in termini biologici, con l’organismo materno e infine si annida, per ricevere il nutrimento che gli serve per poter crescere e svilupparsi. L’embrione è ben vivo dal primo istante.
Un organismo morto (non vivo) non potrebbe mai annidarsi, potrebbe soltanto andare in disfacimento, come succede a noi, a qualunque età.
Anche se accettassimo l’assunto che, per definizione, la “gravidanza” inizi con l’impianto (che peraltro non è un colpo di calamita ma un processo che si perfeziona in più giorni), la vita comunque inizia dal concepimento.
L’importante è non utilizzare queste distinzioni terminologiche per ingannare: oggi si pretende che la gravidanza inizi con l’impianto e non comprenda la prima settimana di vita del figlio: quella in cui l’embrione inizia a crescere e si prepara ad annidarsi.
Dal momento che la definizione comune di aborto è interruzione della gravidanza, pretendendo che la gravidanza inizi con l’annidamento si esclude dalla definizione di aborto tutto ciò che sopprime l’embrione prima dell’impianto nella sua prima settimana di vita.
Ma tutte le nostre Leggi, e prima ancora i nostri princìpi, tutelano esplicitamente il concepito e quindi anche la sua prima settimana di vita: eliminarlo prima che si annidi non può certo essere procreazione responsabile.
I contraccettivi d’emergenza agiscono prevalentemente dopo il concepimento: in Europa e nel mondo accademico si accetta passivamente che la contraccezione si estenda fino a impedire l’impianto, ma è aberrante e anche contrario al sentire comune.
A differenza di quanto pretende il mondo accademico, la gente comune ritiene correttamente che “contraccettivo” sia tutto ciò che impedisce il concepimento e “abortivo” sia, invece, tutto ciò che agisce dopo il concepimento eliminando il concepito.
A chi è destinato il libro "Da Vita a Vita"?
Come scrivo nell’introduzione, il libro è diretto soprattutto ai ragazzi, agli studenti: credo che leggendo la prima parte, auspicabilmente insieme ai loro insegnanti che li aiutino a consolidare le informazioni, essi non possano che appropriarsi con stupore della perfezione di questi apparati e meccanismi fisiologici che permetteranno loro di trasmettere la vita. Credo anche che, divenendone consapevoli, essi apprendano come sia possibile regolare la propria capacità di procreare senza mai interferire con l’esistenza di un figlio e cioè che essi sappiano distinguere con chiarezza le metodiche che consentono di prevenire i concepimenti da quelle che, al contrario, impediscono al figlio di sopravvivere. E soprattutto che il rispetto per la vita del figlio dal suo inizio possa essere il criterio fondamentale in ogni scelta inerente la procreazione.
”Da Vita a Vita” è diretto anche agli operatori del settore, a chi tiene corsi di educazione sessuale, alle coppie che desiderino vivere responsabilmente la propria capacità di procreare. E’ diretto a chiunque voglia conoscere l’immenso mistero della procreazione, almeno nei termini biologici in cui esso si realizza, e in esso riconoscere anche la propria storia fin dai suoi primi istanti.
Il testo è rigorosamente scientifico, ma è intriso della perfezione degli eventi che descrive e dall’affetto e dal profondo rispetto per quel piccolo essere umano che può emergerne.
Vorrei che ognuno apprezzasse questa grande Bellezza, se ne innamorasse, la sentisse intimamente costitutiva di sé e la proteggesse come un bene prezioso, in se stesso e negli altri.

Anna Fusina

Fonte: http://vitanascente.blogspot.it/

5/5 Speciale Natale. La speranza e il mistero del male.

Tante volte chi difende la vita si imbatte nel dolore e nel male generati dal dramma dell’aborto. 


Una ferita sul volto dell’umanità che incomprensibilmente colpisce gli innocenti e ci lascia spesso storditi. Esattamente come, dopo il Natale, ricordiamo la strage dei bambini ordinata dal Re Erode e restiamo confusi. Il Natale non doveva portare la pace sulla terra? Perché tanto dolore, oggi come nel passato?

Ci aiuta a trovare una risposta la riflessione di Edith Stein: “Già all’indomani del Natale la Chiesa depone i paramenti bianchi della festa e indossa il colore del sangue: Stefano, il protomartire, che seguì per primo il Signore nella morte, e i bambini innocenti, i lattanti di Betlemme e della Giudea, che furono ferocemente massacrati dalle rozze mani dei carnefici. Che significa questo? Dov’è ora il giubilo delle schiere celesti, dov’è la beatitudine silente della notte santa? Dov’è la pace in terra? "Pace in terra agli uomini di buona volontà". Ma non tutti sono di buona volontà. Per questo il Figlio dell’eterno Padre dovette scendere dalla gloria del cielo, perché il mistero dell’iniquità aveva avvolto la terra.”

Ma non tutti gli uomini hanno accolto la luce di Dio. Edith Stein ci dice che: “Il mistero dell’incarnazione e il mistero del male sono strettamente uniti. Alla luce, che è discesa dal cielo, si oppone tanto più cupa e inquietante la notte del peccato. Il Bambino protende nella mangiatoia le piccole mani, e il suo sorriso sembra già dire quanto più tardi, divenuto adulto, le sue labbra diranno: ‘Venite a me voi tutti che siete stanchi e affaticati’.”

Ognuno può scegliere di rispondere al male con il bene, che è in ultimo rispondere all’invito di Gesù, fattosi figlio, concepito, neonato, bambino:  “Di fronte al Bambino nella mangiatoia gli spiriti si dividono. Egli è il Re dei re e il Signore della Vita e della morte, pronuncia il suo "Seguimi", e chi non è per lui è contro di lui. Egli lo pronuncia anche per noi e ci pone di fronte alla decisione di scegliere fra luce e tenebre.” Il mistero del male che circonda l’umanità non si dissolve, ma ognuno può scegliere nella sua vita di accogliere la luce e spingere le tenebre più in là.

TEP.


I testi di Edith Stein sono tratti da: Das Weihnachtsgeimmis. Menschwerdung und Menschheit. Traduzione Italiana: : Il mistero del Natale. Incarnazione e umanità. Ed. Queriniana. 1989. Brescia.

4/5 Speciale Natale. Noi sappiamo una cosa sola.

Il Natale ci insegna sull’esempio di Dio a ridurci, a farci piccoli, a non temere di essere esposti al freddo, alla notte, al domani.


 Edith Stein  indica questi tre segni della condizione di figli di Dio: essere una cosa sola con Dio, riconoscere che tutti sono una cosa sola in Dio e fare la sua volontà. Dedichiamo questa riflessione ad approfondire questi segni attraverso lo sguardo sul figlio concepito. Il Figlio di Dio, la sua incarnazione è ci mostra il punto di partenza della nostra via, la verità che ci conduce alla vita. Al centro di questa verità rivelata c’è la sacralità della vita: “Il Creatore del genere umano ci conferisce, assumendo un corpo, la sua divinità. Per quest’opera mirabile il Redentore è infatti venuto nel mondo. Dio è diventato un figlio degli uomini, affinché gli uomini potessero diventare figli di Dio”.

Idealmente Edith Stein risponde alla nostra domanda su cos’è quest’incontro con il Dio della Vita? “La vita divina, che viene accesa nell’anima, è la luce che è venuta nelle tenebre, il miracolo della notte santa. Chi la porta in sé capisce quando se ne parla. Invece per gli altri tutto quel che possiamo dire al riguardo è solo un balbettio incomprensibile. Tutto il vangelo di Giovanni è un balbettio del genere a proposito della luce eterna, che è amore e vita. Dio in noi e noi in lui, questa è la nostra partecipazione al regno di Dio, che ha nell’incarnazione la sua base”.

Il Mistero del Natale, del dio fattosi “Uno di noi” oltre a consacrare la vita di ciascun essere umano, ha trasformato l’umanità in una unica famiglia. Nel Natale Gesù “è divenuto uno di noi, anzi di più ancora, perché è divenuto una cosa sola con noi.  Questa è infatti la cosa meravigliosa del genere umano, il fatto che siamo tutti una cosa sola”.

Da questo inizio possiamo intraprendere il percorso per tornare figli. Come il figlio concepito vive nella condizione totale di dipendenza, così noi dobbiamo imparare a tornare come bambini, esattamente come figli. Di quello che Dio ha in serbo per i nostri giorni non sappiamo nulla. Anzi dice Edith Stein “Una cosa sola sappiamo, e cioè che a quanti amano il Signore tutte le cose ridondano in bene”.  Da qui scaturisce l’invito a fidarsi in modo completo all’amore: “Se mettiamo le nostre mani nelle mani del Bambino divino e rispondiamo con un “sì” al suo “Seguimi”, allora siamo suoi, e libera è la via perché la sua vita divina possa riversarsi in noi”.

Buon Natale a tutti!

TEP.


I testi di Edith Stein sono tratti da: Das Weihnachtsgeimmis. Menschwerdung und Menschheit. Traduzione Italiana: : Il mistero del Natale. Incarnazione e umanità. Ed. Queriniana. 1989. Brescia.

3/5Speciale Natale. Il concepito e la misura dell’amore.

La parola Natale e la parola Amore sono nella fede cristiana profondamente legate tra loro. 


Nel farsi uomo Gesù manifesta all’umanità l’amore di Dio. In una parola ci ricorda che siamo AMATI. Guardare il Figlio di Dio concepito ci permette di riconoscere e vivere il nostro stesso essere figli amati di Dio. La “figliolanza divina”, l’esistenza fatta d’amore,  ha secondo Edith Stein questi tre segni: essere una cosa sola con Dio, riconoscere che tutti sono una cosa sola in Dio e fare la sua volontà.

Scoprirci amati e corrispondere questo amore ci porta ad essere una cosa sola con Dio. Questa unione però non può fermarsi a uno stato di meditazione continua senza effetti. Al contrario dovrebbe portare a un risultato immediato, il secondo segno descritto da Edith Stein: “Se Dio è in noi e se egli è amore, allora non possiamo che amare i fratelli. Per questo il nostro amore del prossimo è la misura del nostro amore di Dio. Ma si tratta di un amore diverso dall’amore naturale” . Infatti il nostro amore per gli altri conosce è fatto di simpatie, amicizie legami, e la maggioranza dell’umanità per quanto prossima rimane estranea.

Il volontariato al servizio della vita ci chiama invece a farci prossimi di chiunque. L’amore per la vita è un riflesso geometrico dell’amore cristiano in cui “non esiste alcun “estraneo”. Nostro “prossimo” è chi sta via via davanti a noi e ha più bisogno di noi, sia egli o meno nostro parente, ci “piaccia” o no, sia “moralmente degno” o meno del nostro aiuto. L’amore di Cristo non conosce confini, non viene mai meno, non si ritrae di fronte all’abbiezione morale e fisica”.

Il terzo segno dell’adesione alla condizione filiale è quanto mai aderente alla condizione del figlio concepito che tanto strenuamente difendiamo. Il concepito è nella condizione della totale dipendenza.  Il figlio concepito è cioè l’immagine estrema dell’infanzia spirituale. Domandiamoci allora se anche noi sappiamo essere figli capaci di abbandonarsi alla totale dipendenza da Dio. Figli capaci di aderire alla Sua volontà d’amore, capaci cioè di “riportare nelle sue mani ogni preoccupazione e speranza”.

TEP.


I testi di Edith Stein sono tratti da: Das Weihnachtsgeimmis. Menschwerdung und Menschheit. Traduzione Italiana: : Il mistero del Natale. Incarnazione e umanità. Ed. Queriniana. 1989. Brescia.

2/5 Speciale Natale. La festa della vita.

Il Natale, è una festa più universale di quanto vorrebbero farci credere. 


La pretesa che i simboli natalizi offendano altri fedeli è presto smentita da tanti luoghi di missione dove credenti di altre religioni si uniscono ai festeggiamenti cristiani. Questo perché la gioia di una nascita e la speranza della pace portata dal Natale sono elementi antropologici universali che superano le differenze culturali.

Per Edith Stein il Natale “emana un fascino misterioso, cui ben difficilmente un cuore può sottrarsi. Anche coloro che professano un’altra fede e i non credenti, cui l’antico racconto del Bambino di Betlemme non dice alcunché, preparano la festa e cercano di irradiare qua e là un raggio di gioia. Già settimane e mesi prima un caldo flusso di amore inonda tutta la terra. Una festa dell’amore e della gioia, questa è la stella verso cui tutti accorrono nei primi mesi invernali”.  In questo senso il Natale è una festa universale perché racchiude la speranza di riconciliazione di tutti gli uomini.

Ma per il cristiano “è anche qualcos’altro. La stella lo guida alla mangiatoia col Bambinello, che porta la pace in terra [...]Sì, quando la sera gli alberi di Natale luccicano e ci si scambiano i doni, una nostalgia inappagata continua a tormentarci e a spingerci verso un’altra luce splendente, fintanto che le campane della messa di mezzanotte suonano e il miracolo della notte santa si rinnova su altari inondati di luci e di fiori : ‘E il Verbo si fece carne’. Allora è il momento in cui la nostra speranza si sente beatamente appagata.”

TEP.

I testi di Edith Stein sono tratti da: Das Weihnachtsgeimmis. Menschwerdung und Menschheit. Traduzione Italiana: : Il mistero del Natale. Incarnazione e umanità. Ed. Queriniana. 1989. Brescia.

1/5 Speciale Natale. Il concepito inizio della salvezza.

Una riflessione a tappe verso il Natale e oltre per recuperare la sacralità della vita attraverso le parole di Edith Stein. Un piccolo percorso per quanti amano e difendono la vita sin dal concepimento.


La prima riflessione serve a portarci ai giorni, ai mesi, che hanno preceduto la nascita di Gesù. A guidarci in questa ricerca, e nelle prossime riflessioni, è un testo postumo di Edith Stein, suor Teresa Benedetta della Croce, morta ad Auschwitz il 9 agosto 1942 sul “Mistero del Natale”.

Edith Stein ci aiuta a riconoscere il punto d’inizio della salvezza cristiana: “Il regno di Dio cominciò sulla terra quando la Vergine santissima pronunciò il suo fiat, ed ella ne fu la prima serva. E quanti prima e dopo la nascita del Bambino professarono la loro fede in lui con le parole e le azioni – San Giuseppe, Santa Elisabetta, suo figlio e tutti coloro che circondavano la mangiatoia – entrarono similmente in esso”.

L’incarnazione avviene infatti nel grembo materno di Maria, Gesù si è fatto uomo, facendosi figlio concepito. È proprio dal Sì alla vita di Maria di Nazareth ha inizio la storia della salvezza. Il Vangelo sottolinea l’azione di Gesù prima ancora della nascita nell’episodio della Visitazione. La visita di Maria ad Elisabetta, descritta da Benedetto XVI come la prima processione eucaristica della storia, ci mostra tutta la forza e la tenerezza dell’azione di Dio sin dal grembo materno. La presenza integrale di Gesù nel grembo di Maria realizza una speciale comunicazione e a percepirla è proprio l’altro figlio concepito nel grembo di Elisabetta.

TEP.

I testi di Edith Stein sono tratti da: Das Weihnachtsgeimmis. Menschwerdung und Menschheit. Traduzione Italiana: : Il mistero del Natale. Incarnazione e umanità. Ed. Queiniana. 1989. Brescia.

Fecondazione eterologa: che diavolo succede?


Un piccolo vademecum nel caso non sappiate cos'è l'eterologa e cosa sta accadendo in Italia


Il mondo prolife è sconvolto, in questi giorni, da un uragano che ci ha invaso. L'ingresso prepotente della fecondazione eterologa in Italia. 

Si sta scrivendo molto sul tema: ma non abbastanza, e non abbastanza bene. 
Però si tratta di un tema molto complesso, e non è il caso di dare per scontato che tutti sappiano di cosa si parla. 
Ecco quindi un piccolo promemoria diviso in tre parti: cos'è l'eterologa, perché i prolife sono contrari, cosa sta succedendo. 

Cos'è la fecondazione eterologa? 

Senza pretesa di essere più precisi che chiari, si tratta di un tipo di fecondazione assistita, cioè di fecondazione che avviene fuori dall'utero o comunque con metodologie non naturali.
Parliamo di fecondazione in vitro, tanto per avere una idea (FIVET).
Quando la fecondazione in vitro avviene con i gameti (il patrimonio cromosomico) di quell'uomo e quella donna che poi saranno legalmente  il padre e la madre del bambino che (auspicabilmente) nascerà, si parla di fecondazione OMOLOGA.
In tutti gli altri casi, la fecondazione sarà invece ETEROLOGA.
Per tutti gli altri casi possiamo riferirci, per esempio, al fatto che il donatore dei gameti maschili e il futuro padre non sono la stessa persona; che la donatrice dei gameti femminili e la futura madre non sono la stessa persona. Ancora: che la donna che porterà in grembo il bambino e la futura madre non sono la stessa persona.

A ben guardare, con la fecondazione eterologa i concetti di "padre" e "madre" necessitano di qualche precisazione. Di fatto, sono tali i "destinatari" del bambino; quelli che poi in concreto lo cresceranno. Non quelli che geneticamente sono il padre e la madre.
Una situazione più simile alle adozioni che non alla filiazione naturale.

L'adozione è una cosa legale e moralmente ammessa, anzi, per molti aspetti è una pratica lodevole. Se questa pratica somiglia all'adozione, quale sarebbe il problema? In altri termini:

Perché i prolife sono contrari? 

Da quanto detto può già capirsi cosa hanno da ridire i prolife. La fecondazione eterologa scinde il rapporto padre-madre-figlio, trasformandolo da un rapporto naturale ad un rapporto artificiale. Questo porta ad una serie di conseguenze negative: 

1) Il figlio si compra. Queste pratiche sono molto costose, e hanno come obiettivo non la cura di una malattia (l'infertilità lo è) ma la produzione di un bambino. Il bambino diventa il prodotto, la merce.
2) Il figlio si progetta. Dal momento che si deve ricorrere ad un donatore, perché limitarsi a sceglierne uno a caso quando si può chiedere un donatore super? Nelle banche del seme donne e uomini particolarmente sani e particolarmente richiesti vendono i loro gameti. Si può letteralmente scegliere il donatore, e quindi determinare le caratteristiche somatiche del figlio. Ci sono anche dei donatori Vip, se volete, in Inghilterra. Chi vuole essere madre del figlio di Paul McCartney? O preferite David Beckham come padre? Tutto si può avere, basta pagare.
Senza contare che, come per l'aborto selettivo di genere (di cui abbiamo parlato in questo sito) si presentano gli stessi dilemmi. Puoi averlo maschio, se vuoi, o femmina. 
E puoi averlo bianco, biondo, alto, occhi azzurri. Vi ricorda niente? 

3) Un figlio? Cento figli! La pratica della vendita o donazione del seme ha fatto sì che ci fossero persone con un numero di figli a due zeri. Di fatto, la cosa diventa incontrollabile. 

4) Utero in affitto. Uno degli aspetti più drammatici, sia perché già avviene, sia perché lascia davvero allibiti il fatto che a nessuno sembra importare. Perché mai una donna dovrebbe dare il suo utero per ospitare un figlio che non avrà? Risposta in coro: per soldi. E forse neanche poi molti. 
La pratica dell'eterologa sfrutta il bisogno di donne povere, magari del terzo mondo, che vengono contattate da agenzie per affittare il loro utero. In sostanza: donne povere che fanno i figli al posto di donne ricche. O meglio: al posto di donne che vivono in paesi ricchi, perché (come vedremo) l'eterologa  italiana sarebbe a carico del servizio sanitario nazionale. Cioè, a carico nostro. 

5) Madre e padre? Non necessariamente.  La fecondazione eterologa è notoriamente il modo più comodo per le coppie omosessuali per avere figli. E' stato così che Elton John e il suo compagno hanno ottenuto (non saprei usare termine più lusinghiero) i loro due figli. 

Oltre a tutto questo, si aggiungono per quanto riguarda l'eterologa le criticità che già erano proprie della fecondazione omologa: 

1) Embrioni congelati. Esseri umani che vengono prodotti in serie e messi in freezer. In attesa di essere impiantati oppure... utilizzati per la ricerca scientifica. 

2) Un enorme spreco di vite umane. La fecondazione omologa ha un basso tasso di successo. In pratica ben pochi degli embrioni inseriti nell'utero materno riescono a impiantarsi, cioè a sopravvivere. Gli altri muoiono. E' una tecnica molto fallibile, ma questo non sembra nuocere ai vasti guadagni delle cliniche che la praticano, anzi. 

E vi sono anche altri aspetti di schietta bioetica, che ometto perché altrimenti il discorso si farebbe troppo pesante. 

Cosa sta succedendo? 

Mentre la fecondazione omologa era consentita dalla legge 40 seppure con certi limiti, la legge stessa proibiva la fecondazione eterologa in qualsiasi forma. 
Una serie di sentenze della Corte Costituzionale, nate da ricorsi giudiziari finanziati dalle stesse cliniche che fanno fecondazioni in vitro, hanno via via eliminato i limiti che la legge 40 poneva. 
Da ultimo, anche il limite del divieto della fecondazione eterologa, che quindi diventerebbe possibile. 
Unico limite che rimane, è il fatto che si può accedere a queste pratiche solo se si è sterili, e solo una piccola parte delle coppie lo è davvero, e la maggior parte di esse non ricorre alla Fivet come prima soluzione. Ma è una magra consolazione. 

Il fatto che la Corte Costituzionale avesse fatto cadere il divieto all'eterologa non comportava però un diritto indiscusso da parte di chiunque a praticarla, in particolare in assenza di linee guida. 

C'è chi si è adoperato in tal senso. 
La Giunta Regionale Toscana, guidata dal governatore Enrico Rossi (il grazioso signore nella foto), si è premurata non solo di formulare delle linee guida particolarmente permissive per la fecondazione eterologa, ma anche di capeggiare le altre regioni per arrivare prima possibile ad una diffusione su scala nazionale. 
Dopo infatti una riunione nazionale degli assessori regionali di tutte le regioni d'Italia, che hanno approvato in blocco e senza discutere le linee guida toscane, le stesse hanno avuto l'assenso dei governatori. Il trattamento sarebbe inoltre a carico del servizio sanitario nazionale. 

Sconfitta su tutta la linea, dunque? 
Non proprio. 

Essendo la legge 40 relativa alla fecondazione in vitro una norma statale e non regionale, si ritiene logico che le linee guida siano di provenienza statale, e non regionale. 
Ben potrebbe perciò il Governo centrale lamentare che le regioni stiano arrogandosi un potere che non hanno. 
Questo è assolutamente logico. Tuttavia il problema è che il soggetto chiamato a dire di chi è la competenza in materia è la stessa Corte Costituzionale che ha fatto a pezzi la legge 40, legittimando di fatto l'eterologa in Italia. 

E' appena il caso di ricordare che la legge 40 è stata approvata (da un parlamento regolarmente eletto) dopo un vivace dibattito, sottoposto ad un referendum nel 2005 che non passò, con conseguente indiretta legittimazione popolare della legge. 

Quindi, riassumendo: le nostre speranze risiedono nella Corte Costituzionale, che dichiari che la competenza in materia è dello stato (e questo è, nonostante tutto, molto probabile). In secondo luogo, nel ministero della Salute, affinché limiti il più possibile il ricorso a tale pratica. 

Nel frattempo... è bene tenersi informati. Discutere della cosa. Non lasciarsi trasportare dall'onda di entusiasmo verso un meccanismo che trasforma le persone in merce di scambio, i bambini in pacchi postali. La vita umana in un prodotto commerciale. 

V per VITA 



Allarme Maternità: il diritto dimenticato.

L'Organizzazione Mondiale del Lavoro lancia un appello per tutelare le mamme lavoratrici: sette donne su dieci nel mondo sono senza diritti.

Sarebbe stato bello, ieri, ascoltare qualche commento su Maternity and paternity at word: Law and practice across the world, ma il report dell’Ilo – acronimo che sta per International Labour Organization – evidentemente non interessa a nessuno o comunque a pochi. Ed è un peccato perché nelle quasi 200 pagine di quel documento, fra le altre cose, si legge un dato drammatico: il 71,6% delle donne nel mondo non è tutelato in caso di maternità. E del nostro Paese, nel rapporto, a pagina 74 si parla con riferimento al fenomeno delle lettere di dimissioni in bianco sottoposte alle lavoratrici già al momento dell’assunzione, in modo che queste possano essere licenziate nell’eventualità di una gravidanza.

Sarebbe stato pertanto bello, ieri, ascoltare l’indignazione di qualche femminista, di una giornalista o intellettuale impegnata su questa orrenda discriminazione a danno delle donne. Ma nessuno ha fiatato. E allora ti viene davvero il dubbio che parlare dei diritti della donna, per molti, sia solo un modo per far finta di occuparsi di un problema. Un modo per sembrare gente che vuole l’uguaglianza fra uomini e donne e ovviamente fra tutte le donne, salvo quelle che osano rimanere incinte. Per quelle, se vogliono, c’è la possibilità di abortire gratuitamente, altrimenti picche: non un aiuto concreto, ma solo solitudine e, se per caso hanno un lavoro, il licenziamento. E pure l’umiliazione,dulcis in fundo, di sentir dire che il vero problema sono le quote rosa, le preferenze di genere o il congedo di paternità.

Giuliano Guzzo 
Leggi di più sul blog: giulianoguzzo.wordpress.com

Se questo non è un uomo



La verità è che la quasi totalità delle discussioni, almeno sul versante bioetico, è completamente superflua. Non parzialmente: del tutto. I più ancora faticano ad ammetterlo, ma è così. Si potrebbero infatti evitare aspre divisioni e polemiche inconcludenti, specialmente in tema di aborto, se solo si accettasse quella che le persone di buon senso ancora chiamano realtà. La realtà di un soggetto, un essere umano, non ancora nato ma che risponde a stimolazioni esterne già a 20 settimane (Arch Dis Child.1994;71(2):F81-7), e a 29 ha una propria facoltà uditiva (Early Hum Dev.2000;58(3):179-95), al punto da far registrare – sempre alla 29° settimana di gestazione – variazioni cardiache quando ascolta la voce della madre (Dev Sci.2011;14(2):214-23).

Si tratta pertanto di qualcuno che, nel grembo materno, già intrattiene una vita relazionale (Neuroendocr. Lett.2001;22:295–04), capace di memorizzare fra le altre proprio la voce di sua madre (Acta Paediatr.2013;102(2):156-60). Qualcuno con un’esistenza di ritmi giorno-notte (Semin Perinatol.2001;25(6):363-70), di riconoscimento di profumi (Clin Perinatol.2004;31(2):261-85) e, come già detto, di memoria (Neurorep.2005;16(1):81-4). Qualcuno, come noi, in grado di sperimentare anche il dolore (Semin in Perinat.2007;31(5):275-82; Anesthes.2001;95(4):828-35) La verità, allora, è che gran parte delle discussioni, almeno sul versante bioetico, non richiede intelligenza, ma meno miopia. Perché il vero problema non è ciò che non si capisce ma quello, anzi colui, che ci si ostina a non vedere.

Giuliano Guzzo
Fonte: http://giulianoguzzo.wordpress.com/

Diritto alla Pillola?

In Toscana inizia la distribuzione della pillola abortiva RU486 al di fuori degli ospedali: un pericolo in più per la salute delle donne, un passo verso l'aborto a domicilio.

Trascorsi cinque anni dal nulla osta dell’Agenzia del farmaco all’immissione in commercio nel nostro Paese del Mifégyne, pillola abortiva prodotta dall’azienda francese Exelgyn, l’aborto medico è ancora una volta al centro del dibattito nazionale a seguito del parere espresso dal Consiglio sanitario regionale della Toscana, che apre le porte all’impiego della RU486 fuori dei presidi ospedalieri. L’organo tecnico dell’assessorato alla salute ha infatti emesso un atto con valutazione favorevole alla revisione del protocollo operativo relativo alle modalità di svolgimento dell’IVG farmacologico sul territorio, contenuto nel parere CSR 47/2010. Tante le perplessità che accompagnano questa nuova rivoluzione, capitanata da una regione che già in passato si era distinta per la propensione dei propri organi di governo a favorire l’aborto chimico. 

La sede dell'AIFA a Roma.
Come emerge dalla relazione del Ministero della Salute sull’attuazione della legge 194/78, è dal 2005 che alcuni istituti impiegano farmaci a base di mifepristone e prostaglandine per l’interruzione della gravidanza. Tra questi ultimi si distinsero le strutture toscane che, attraverso la prassi dell’importazione del farmaco a paziente riuscirono ad assicurare la possibilità di usufruire del nuovo intervento prima che l’AIFA si esprimesse al riguardo, ovvero mentre erano in corso le prime sperimentazioni all’ospedale Sant’Anna di Torino. Eppure, come riportato in questo articolo de Il Tirreno (qui), le prime lamentele sul protocollo in questione erano fin da allora pronte e muovere battaglia contro i tre giorni di degenza che, a detta della senatrice radicale Donatella Poretti scoraggiavano molte donne a compiere tale scelta. 

Il panorama odierno è dunque il seguente: a fronte di una disciplina ministeriale che prevede per la somministrazione dei relativi farmaci il ricovero ospedaliero, il nuovo protocollo prevedrebbe il ritorno a casa della donna dopo due ore dall’assunzione del mifepristone, la prima delle due pillole necessarie a completare l’interruzione di gravidanza. La paziente è poi tenuta, passate 48 ore, a ripresentarsi presso uno dei poliambulatori “adeguatamente attrezzati” per l’assunzione della prostaglandine e dopo 10/15 giorni viene fissata la visita di controllo, che potrebbe addirittura svolgersi in un consultorio. Se fino ad oggi si prevedeva dunque il ricovero ordinario, in futuro sarà possibile compiere l’aborto chimico a domicilio. 

La presentazione della RU486
L’assessorato al diritto alla salute della Toscana, come riportato da Avvenire (qui), “approfondirà e valuterà” il parere tecnico del Consiglio sanitario regionale, ritenuto conforme al dettato dell’art 8, legge 194/78 secondo il quale “Nei primi novanta giorni gli interventi di interruzione della gravidanza dovranno altresì poter essere effettuati, dopo la costituzione delle unità socio-sanitarie locali, presso poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati, funzionalmente collegati agli ospedali ed autorizzati dalla regione.” 

L’AMCI (Associazione Medici Cattolici Italiani) ha diffuso un comunicato della presidenza sulla libera fornitura della RU486 nei consultori toscani, affermando il proprio dissenso e sottolineando che il parere in questione è “atto arbitrario, poco convenzionale ma anche violento perché manifesta l’intento utilitaristico di voler gestire la vita umana e particolari momenti di fragilità della donna in modo poco responsabile ed esponendola a dei rischi non indifferenti.” Nonché, come sottolineato su Avvenire (qui) dal presidente Filippo Boscia, docente di bioetica dell’Università degli Studi di Bari, una scomoda verità si nasconde dietro a un provvedimento che è detto a tutela della donna e di una sua presunta libertà di scelta e di autodeterminazione: la tutela ha un costo e nel caso di ricovero in ospedale, le cifre si aggirano introno ai 3mila euro. Si compie così un ulteriore passo verso la banalizzazione di un gesto, l’aborto, che anche se praticato fuori dall’ospedale, comunque reca con sé quella sofferenza per una vita mancata che è un sentimento trascendente qualsiasi confine ideologico.

Eleonora Gregori Ferri
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Il parere tecnico del Consiglio sanitario regionale della Toscana: leggi qui

Proteggere la vita con coraggio e amore.

A distanza di un anno dalla rinuncia del ministero petrino ripubblichiamo un estratto dal Discorso di Papa Benedetto XVI ai Membri del MpV. Un incoraggiamento a continuare a servire la vita alla scuola del Vangelo nella continuità del magistero di Papa Francesco.


Guardando ai passati tre decenni e considerando l’attuale situazione, non si può non riconoscere che difendere la vita umana è diventato oggi praticamente più difficile, perché si è creata una mentalità di progressivo svilimento del suo valore, affidato al giudizio del singolo. Come conseguenza ne è derivato un minor rispetto per la stessa persona umana, valore questo che sta alla base di ogni civile convivenza, al di là della fede che si professa.

Certamente molte e complesse sono le cause che conducono a decisioni dolorose come l’aborto. Se da una parte la Chiesa, fedele al comando del suo Signore, non si stanca di ribadire che il valore sacro dell’esistenza di ogni uomo affonda le sue radici nel disegno del Creatore, dall’altra stimola a promuovere ogni iniziativa a sostegno delle donne e delle famiglie per creare condizioni favorevoli all’accoglienza della vita, e alla tutela dell’istituto della famiglia fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna. L’aver permesso di ricorrere all’interruzione della gravidanza, non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e non pochi nuclei familiari, ma ha aperto una ulteriore ferita nelle nostre società, già purtroppo gravate da profonde sofferenze.

Tanto impegno, in verità, in questi anni è stato profuso, e da parte non solo della Chiesa, per venire incontro ai bisogni e alle difficoltà delle famiglie. Non possiamo però nasconderci che diversi problemi continuano ad attanagliare la società odierna, impedendo di dare spazio al desiderio di tanti giovani di sposarsi e formare una famiglia per le condizioni sfavorevoli in cui vivono. La mancanza di lavoro sicuro, legislazioni spesso carenti in materia di tutela della maternità, l’impossibilità di assicurare un sostentamento adeguato ai figli, sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l’esigenza dell’amore fecondo, mentre aprono le porte a un crescente senso di sfiducia nel futuro. E’ necessario per questo unire gli sforzi perché le diverse Istituzioni pongano di nuovo al centro della loro azione la difesa della vita umana e l’attenzione prioritaria alla famiglia, nel cui alveo la vita nasce e si sviluppa. Occorre aiutare con ogni strumento legislativo la famiglia per facilitare la sua formazione e la sua opera educativa, nel non facile contesto sociale odierno.

Per i cristiani resta sempre aperto, in questo ambito fondamentale della società, un urgente e indispensabile campo di apostolato e di testimonianza evangelica: proteggere la vita con coraggio e amore in tutte le sue fasi. Per questo, cari fratelli e sorelle, domando al Signore di benedire l’azione che, come Centro di Aiuto alla Vita e come Movimento per la Vita, voi svolgete per evitare l’aborto anche in caso di gravidanze difficili, operando nel contempo sul piano dell’educazione, della cultura e del dibattito politico. E’ necessario testimoniare in maniera concreta che il rispetto della vita è la prima giustizia da applicare. Per chi ha il dono della fede questo diventa un imperativo inderogabile, perché il seguace di Cristo è chiamato ad essere sempre più “profeta” di una verità che mai potrà essere eliminata: Dio solo è Signore della vita. Ogni uomo è da Lui conosciuto e amato, voluto e guidato. Qui soltanto sta l’unità più profonda e grande dell’umanità, nel fatto che ogni essere umano realizza l’unico progetto di Dio, ognuno ha origine dalla medesima idea creatrice di Dio.

(Benedetto XVI, estratto dal Discorso  ai Membri del MpV. 2007)

Eluana: cinque anni di bugie.

Non era attaccata a nessun macchinario, respirava da sola, aveva il ciclo, ma allora perché è morta?

Oggi alcuni dubitano che esista il diritto alla vita dell’essere umano e nello stesso tempo c’è chi sostiene addirittura l’esistenza, certa certissima, del diritto di morire. Capita così che le singole vicende umane, di militanti e non finiscano per essere strumentalizzate per la sola affermazione del diritto di morire. Così mentre milioni di uomini e donne nel mondo non hanno alcun diritto di vivere nell’assordante silenzio dell’occidente si evoca il diritto all’eutanasia.
Lo stesso partito radicale augurandosi che “l’eutanasia sia legale” ammette che è illegale, figuriamoci un diritto. Eppure cinque anni fa nel nome di un simile diritto veniva lasciata morire Eluana Englaro. Un fatto tanto sconcertante che non ci è stato raccontato con un mare di bugie. Probabilmente nessuna avrebbe accettato la verità, così Eluana è morta.

Al presunto “diritto di morire” ha fatto appello più volte Saviano: in un articolo (Chiedete scusa a Beppino Englaro. Repubblica, 12 febbraio 2009) ripete “diritto” undici volte:  ripetere una cosa inesistente dieci volta la rende reale? Forse per qualcuno sì. Nessuno nei media più diffusi ha raccontato la verità. La giornalista Bellaspiga si è data questa risposta: “farlo lascerebbe attoniti gli italiani, ancora convinti che fosse malata, che fosse terminale, che vivesse attaccata a macchine, che soffrisse, e magari pure che la sua volontà fosse morire”. 

Sempre Saviano nel febbraio del 2009 descriveva Eluana attaccata a delle macchine con il “viso deformato, le orecchie divenute callose e la bava che cola, un corpo senza espressione e senza capelli” (Pidan perdón a Beppino Englaro. El País, 11 febbraio 2009).  Tutte bugie, oggi lo sappiamo, ma non so se Saviano abbia mai rettificato o ammesso la falsità di quanto ha scritto o se si sia mai scusato. Eluana respirava in autonomia, aveva il ciclo mestruale, deglutiva autonomamente, e il suo respiro variava a seconda degli argomenti trattati dalle persone vicino a lei. A dirlo è il dott. Giuliano Dolce che la seguiva proprio su incarico del padre Beppino, prima di essere sostituito. Chi ha visto Eluana prima della morte  descrive “una disabile, a occhi chiusi potrebbe essere la persona più sana del mondo […] il volto è rilassato, pieno, normale” (L. Bellaspiga – P. Ciociola, Eluana. I fatti. Ancora, Milano 2009, p. 8). 

Il destino di Eluana è stato segnato da una Sentenza della Cassazione che ha ritenuto lo stato vegetativo irreversibile, peccato che la comunità medica mondiale e tante famiglie che lottano per i propri cari non la pensi no affatto così. L’altra bugia riguarda il Tribunale di Milano: siamo tutti convinti che sia stata una sentenza e invece no, non c’è alcuna sentenza milanese: un semplice decreto del tribunale tutt’altro che incontrovertibile. C’è invece una sentenza della Corte d’Appello di Milano che nel 2006 rifiutò le richieste del padre... semplicemente  perché Eluana era viva: potere del buon senso. 

Ma perché tutto questo? Perché la vicenda di Eluana, a dispetto della sua esistenza, è stata una battaglia politica,  “una nuova Porta Pia, una breccia aperta per spazzare via ‘la concezione sacrale della vita’. Per questo sospenderle alimentazione e idratazione è ‘moralmente giusto’, e non tanto per la ragazza in sé visto che in fondo ‘di persone ne muoiono tante, anche in situazioni ben peggiori” (Maurizio Mori. Il caso Eluana Englaro). 

La vita di Eluana non interessava poi tanto, la causa ideologica da sé giustifica ancora oggi tante bugie. Ci hanno preso in giro. Ma resta a distanza di cinque anni una domanda: a qualcuno interessa questa vita, le vite di chi è in stato vegetativo o possiamo farli morire tutti? Ora che sappiamo come stanno le cose riprendiamoci la nostra dignità e restituiamo a malati, disabili e a tante famiglie la loro dignità: c’è un solo diritto che non ci stancheremo di ripetere, il diritto alla vita!

Giovani prolife
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Per saperne di più: Lucia Bellaspiga e Pino Ciociola. Eluana: i fatti. Le verità nascoste su Eluana Englaro. ÀNCORA libri, 2009 (eluana-i-fatti-le-verita)

Per scegliere e sostenere la vita concretamente:
Casa dei risvegli - Amici di Luca ONLUSS. (amicidiluca.it)

4/4 Giornata per la Vita: Generare Futuro.

La nostra società ha bisogno oggi di solidarietà rinnovata, di uomini e donne che la abitino con responsabilità e siano messi in condizione di svolgere il loro compito di padri e madri, impegnati a superare l’attuale crisi demografica e, con essa, tutte le forme di esclusione. Una esclusione che tocca in particolare chi è ammalato e anziano, magari con il ricorso a forme mascherate di eutanasia. Vengono meno così il senso dell’umano e la capacità del farsi carico che stanno a fondamento della società. “È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni 
persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori”.

Come un giorno si è stati accolti e accompagnati alla vita dai genitori, che rendono presente la più ampia comunità umana, così nella fase finale la famiglia e la comunità umana accompagnano chi è “rivestito di debolezza” (Eb 5,2), ammalato, anziano, non autosufficiente, non solo restituendo quanto dovuto, ma facendo unità attorno alla persona ora fragile, bisognosa, affidata alle cure e alle mani provvide degli altri. Generare futuro è tenere ben ferma e alta questa relazione di amore e di sostegno, indispensabile per prospettare una comunità umana ancora unita e in crescita, consapevoli che “un popolo che non si prende cura degli anziani e dei bambini e dei giovani non ha futuro, perché maltratta la memoria e la promessa”.


Come si costruisce una civiltà della vita e dell’amore? Gli ingredienti proposti dalla Chiesa Italiana sono essenzialmente due: la solidarietà, il senso dell’umano. La solidarietà è così la cura della malattia dell’esclusione che prolifera con la crisi economica nel nostro tessuto sociale. Si tratta di una cura che prevede il “prendersi cura” la custodia dell’altro come premessa di qualsiasi custodia. Possiamo custodire il creato senza custodire l’uomo?

Di fronte a tanto attivismo pubblico nei confronti dell’ambiente dovremmo recuperare il senso dell’ecologia umana indicata da Benedetto XVI: “la dignità della persona umana non cambia con il fluttuare delle opinioni. Il rispetto della sua aspirazione alla giustizia e alla pace consente la costruzione di una società che promuove se stessa quando sostiene la famiglia o quando rifiuta, per esempio, il primato esclusivo delle finanze. Un Paese vive della pienezza della vita dei cittadini che lo compongono”.

Ma questa cura dell’altro è al tempo stesso esigenza della vita pubblica e vocazione della vita personale. In questo ambito la riscoperta del senso dell’uomo, della cura ha il senso dell’amore: l’amore sponsale che genera la vita, l’amore filiale che cura la vita fino alla fine. In questo senso, come afferma il messaggio dei Vescovi italiani “Generare futuro è tenere ben ferma e alta questa relazione di amore e di sostegno”. Ci piace allora concludere con l’invito di Giovanni Paolo II: “rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana!”. Buona Giornata per la vita a tutti!

Giovani prolife.

Leggi la prima parte qui: 1/4 Giornata per la Vita: Generare Futuro.
Leggi la seconda parte qui: 2/4 Giornata per la Vita: Generare Futuro.
Leggi la terza parte qui: 3/4 Giornata per la Vita: Generare Futuro.
Leggi la quarta parte qui: 4/4 Giornata per la Vita: Generare Futuro.
Leggi il messaggio dei Vescovi per la Giornata per la Vita 2014 qui: Chiesa Cattolica.

3/4 Giornata per la Vita: Generare Futuro.

La società tutta è chiamata a interrogarsi e a decidere quale modello di civiltà e quale cultura intende promuovere, a cominciare da quella palestra decisiva per le nuove generazioni che è la scuola. Per porre i mattoni del futuro siamo sollecitati ad andare verso le periferie esistenziali della società, sostenendo donne, uomini e comunità che si impegnino, come afferma Papa Francesco, per un’autentica “cultura dell’incontro”. Educando al dialogo tra le generazioni potremo unire in modo fecondo la speranza e le fatiche dei giovani con la saggezza, l’esperienza di vita e la tenacia degli anziani.

La cultura dell’incontro è indispensabile per coltivare il valore della vita in tutte le sue fasi: dal concepimento alla nascita, educando e rigenerando di giorno in giorno, accompagnando la crescita verso l’età adulta e anziana fino al suo naturale termine, e superare così la cultura dello “scarto”. Si tratta di accogliere con stupore la vita, il mistero che la abita, la sua forza sorgiva, come realtà che sorregge tutte le altre, che è data e si impone da sé e pertanto non può essere soggetta all’arbitrio dell’uomo.

L’alleanza per la vita è capace di suscitare ancora autentico progresso per la nostra società, anche da un punto di vista materiale. Infatti il ricorso all’aborto priva ogni anno il nostro Paese anche dell’apporto prezioso di tanti nuovi uomini e donne. Se lamentiamo l’emorragia di energie positive che vive il nostro Paese con l’emigrazione forzata di persone – spesso giovani – dotate di preparazione e professionalità eccellenti, dobbiamo ancor più deplorare il mancato contributo di coloro ai quali è stato impedito di nascere. Ancora oggi, nascere non è una prospettiva sicura per chi ha ricevuto, con il concepimento, il dono della vita. È davvero preoccupante considerare come in Italia l’aspettativa di vita media di un essere umano cali vistosamente se lo consideriamo non alla nascita, ma al concepimento.


La domanda dei Vescovi italiani per tutti noi è “quale modello di civiltà vogliamo?”. Nella poliedricità della visione di sviluppo, che ogni popolo porta con sé, esistono dei fondamentali antropologici che non possono essere ulteriormente tradotti, ne tanto meno ridotti. Ed in questa visione del futuro la famiglia rappresenta un elemento irrinunciabile per il suo stesso ruolo di generazione della vita.

Proprio l’attenzione alla vita deve condurre il nostro sguardo verso le “periferie” dell’esistenza additate da papa Francesco sin dai primi giorni del suo pontificato. In queste periferie oltre alla povertà materiale troviamo la povertà umana generata dalla “pochezza” di valori, di disponibilità, di dialogo. La cultura dell’incontro è al contrario indispensabile al riconoscimento del valore della vita: esso non si impone, piuttosto si testimonia e si vive.

Accade nel nostro Paese che “nascere non è una prospettiva sicura” per quanti hanno oggi il dono della vita e sono minacciati dall’incombenza dell’aborto e della selezione. Per cambiare questo dato di fatto occorre rinnovare l’appello di Giovanni Paolo II: “Urge una generale mobilitazione delle coscienze e un comune sforzo etico, per mettere in atto una grande strategia a favore della vita”. A questo appello dobbiamo rispondere insieme, nel volontariato, nell’impegno politico quanto pastorale, nella testimonianza concreta e quotidiana. Questo vuol dire rispondere alla nostra domanda iniziale: la civiltà che vogliamo è la civiltà della vita e dell’amore.

Giovani prolife.

Leggi la prima parte qui: 1/4 Giornata per la Vita: Generare Futuro.
Leggi la seconda parte qui: 2/4 Giornata per la Vita: Generare Futuro.
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Leggi la quarta parte qui: 4/4 Giornata per la Vita: Generare Futuro (appena sarà disponibile).
Leggi il messaggio dei Vescovi per la Giornata per la Vita 2014 qui: Chiesa Cattolica.

2/4 Giornata per la Vita: Generare Futuro.

Ogni figlio è volto del “Signore amante della vita” (Sap 11,26), dono per la famiglia e per la società. Generare la vita è generare il futuro anche e soprattutto oggi, nel tempo della crisi; da essa si può uscire mettendo i genitori nella condizione di realizzare le loro scelte e i loro progetti.

La testimonianza di giovani sposi e i dati che emergono da inchieste recenti indicano ancora un grande desiderio di generare, che resta mortificato per la carenza di adeguate politiche familiari, per la pressione fiscale e una cultura diffidente verso la vita. Favorire questa aspirazione (valutata nella percentuale di 2,2 figli per donna sull’attuale 1,3 di tasso di natalità) porterebbe a invertire la tendenza negativa della natalità, e soprattutto ad arricchirci del contributo unico dei figli, autentico bene sociale oltre che segno fecondo dell’amore sponsale.

Il messaggio dei Vescovi italiani per la Giornata per la Vita del 2014 ci ricorda il ruolo della famiglia, come reale promotrice del futuro. È infatti la famiglia la sede in cui attraverso il dono della vita il futuro rappresentato dai figli, cittadini di domani, nasce e si forma. I genitori tuttavia necessitano il sostegno di quelle stesse istituzioni sociali a cui, attraverso la generazione della vita, assicurano il futuro e il progresso.

Già due anni fa la CEI aveva lanciato l’allarme affinché la questione demografica entrasse finalmente e sul serio nell’agenda politica. I vescovi non mancano di denunciare la mortificazione del desiderio della vita da parte del governo della cosa pubblica. Non solo siamo ancora qui ad attendere che tra gli spiragli degli incontri di governo spunti una proposta credibile a sostegno della famiglia e della vita, ma si sono aggiunte nuove nuvole scure all’orizzonte. Una mortificazione multiforme a cui sempre più si affiancano veri e propri attacchi ideologici volti a sminuire, se non addirittura smantellare, il ruolo della famiglia naturale. Un insieme di azioni scoraggianti che privano il nostro futuro di quel “autentico bene sociale” costituito dai figli.

L’Europa, e l’Italia contribuisce al risultato, ha il tasso di natalità più basso nel mondo, solo 1,47 figli per famiglia, mentre dovrebbe superare le 2 unità per garantire il giusto equilibrio. La dimensione politica influisce sulla dimensione demografica e finisce con l’influire tanto sulla dinamica economica quanto sulla sostenibilità della nostra società. Come ha ricordato nella sua esortazione papa Francesco, «La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano!» (n. 55). Non possiamo permettere il primato dell’economia sull’uomo, sulla famiglia, in gioco c’è il nostro bene più prezioso: la speranza del futuro racchiusa in ogni nuova vita.

Giovani prolife.

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1/4 Giornata per la Vita: Generare Futuro.

Una riflessione a tappe sul messaggio del Consiglio Episcopale per la 36a edizione.

“I figli sono la pupilla dei nostri occhi… Che ne sarà di noi se non ci prendiamo cura dei nostri occhi? Come potremo andare avanti?”. Così Papa Francesco all’apertura della XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù ha illuminato ed esortato tutti alla custodia della vita, ricordando che generare ha in sé il germe del futuro. Il figlio si protende verso il domani fin dal grembo materno, accompagnato dalla scelta provvida e consapevole di un uomo e di una donna che si fanno collaboratori del Creatore. 

La nascita spalanca l’orizzonte verso passi ulteriori che disegneranno il suo futuro, quello dei suoi genitori e della società che lo circonda, nella quale egli è chiamato ad offrire un contributo originale. Questo percorso mette in evidenza “il nesso stretto tra educare e generare: la relazione educativa si innesta nell’atto generativo e nell’esperienza dell’essere figli”, nella consapevolezza che “il bambino impara a vivere guardando ai genitori e agli adulti”.

Viviamo in un periodo segnato dalle profonde ferite della crisi economica che è presto diventata una emergenza sociale. In questo panorama desolante, spesso segnato dalla perdita di fiducia nel domani, i vescovi italiani hanno scelto di puntare proprio a quel domani partendo proprio dalle sue origini: il futuro nasce dalla vita generata. 

Il tema della 36a edizione della Giornata per la Vita è "Generare futuro": un binomio che racchiude al tempo stesso la speranza e la responsabilità. Così come siamo chiamati a declinare la speranza in chiave sociale e la responsabilità in chiave familiare dobbiamo, altresì, ricordare la responsabilità di personale nelle vicende sociali e guardare con speranza alla fecondità familiare. Questo perchè nel rispetto e nella cura della vita nascente possiamo riconoscere il principio di ogni tutela della dignità umana.

Papa Francesco ha ricordato questo profondo legame nell'esortazione Evangelli Gaudium: "questa difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo. È un fine in sé stesso e mai un mezzo per risolvere altre difficoltà" (EG 213).

Giovani prolife.

Leggi il messaggio completo qui: Chiesa Cattolica

Eutanasia per i bambini: autodeterminazione o autodistruzione?

Il caso del Belgio. Una riflessione per capire cosa cambia con l'introduzione dell'eutanasia per i minori.


L’approvazione, da parte del Senato del Belgio, di un disegno di legge che prevede l’eutanasia non solo per i minori, ma perfino per i bambini di appena cinque anni di età pone, o meglio ripropone, un problema già visto. Un problema non solo per il Belgio, evidentemente, e non solo per l’eutanasia, bensì per l’intero mondo occidentale e secolarizzato ed anche per altre frontiere della bioetica. Del resto, se il Senato belga si è pronunciato così su un tema tanto delicato e oltretutto a larghissima maggioranza – 50 voti a favore e appena 17 contrari –, sarebbe da ingenui immaginare la questione circoscritta ai confini di quel Paese.

Il problema è quello dell’assolutizzazione dell’autodeterminazione individuale, per la quale istanze di ognuno vanno assecondate a prescindere, quand’anche fossero finalizzate al desiderio di morire; di qui la legittimazione del testamento biologico, dell’eutanasia e del suicidio assistito. Perché è un problema? Per più ragioni. In primo luogo perché quello spacciato per trionfo della libertà di tutti, se visto da vicino, si configura come una negazione di quella di alcuni. Infatti, se oggi redigo un biotestamento con disposizioni vincolati o chiedo al medico di darmi la morte, prima che esercitare un diritto mio, impongo ad altri un dovere, sicché la mia libertà non sarà assoluta dato che esige  di un altro, da essa vincolato.

L’autoderminazione assolutizzata presenta, a livello più generale, anche un secondo profilo critico, e cioè quello per cui saremmo padroni della nostra vita. A parte essere un’idea totalmente moderna e contemporanea – Émile Benveniste (1902-1976), fra gli altri, ci ha insegnato come il concetto di libertà abbia “origini sociali” giacché anticamente designava appartenenze di carattere familiare ed etnico – è anche un’idea falsa. Questo perché la vita ci viene sempre donata e trasmessa, e perché viene definita da un continuo intreccio di relazioni verso le quali, a ben vedere, siamo debitori. Non per nulla un pensatore non cristiano come Aristotele apostrofava i suicidi come traditori della polis, V II, 1138).

Oltre ad essere, come ideale, poco convincente e privo di una base diversa dall’interesse egoistico, l’autodeterminazione assolutizzata – come dimostra quel che sta succedendo in Belgio e in Olanda, dove dal 2014 l’eutanasia sarà estesa a neonati e bambini – si configura come premessa all’umana autodistruzione. Perché se da un lato è vero che nel momento in cui si riconosce a qualunque soggetto il diritto di morire sarebbe iniquo negarlo ad altri, bambini inclusi, d’altro lato è innegabile come società dove già nascono sempre meno bambini – in Belgio, dove si contavano 10,91 nati ogni mille abitanti del 2000, oggi ne nascono 10,03, mentre in Olanda si è passati dai 12,12 nati ogni mille abitanti del 2000 ai 10,89 attuali – che si apprestano a prevedere nuove metodologie di eliminazione dei propri figli non hanno alcun futuro.

E’ perciò necessario, se si ha a cuore l’Europa dei popoli e non quella dei cimiteri, mettere a nudo tanto l’ingiustizia quanto la demenzialità di provvedimenti legislativi che determineranno, se non saranno fermati, un ulteriore sprofondamento valoriale e demografico del Vecchio Continente. Ce lo impone il buon senso e ce lo chiede il principio secondo cui è doveroso fare il possibile per lasciare a chi verrà dopo una società migliore, anche se non sarà mai perfetta. Una società dove il Legislatore di nessun Paese discuta – come sta accadendo in Belgio – una legge per sancire la legge del più forte, ma solo del modo di non lasciare indietro nessuno. Una società dove, anche chi purtroppo non può essere guarito, sia sempre curato. Dove il cittadino più debole non sia visto come un peso, ma come una risorsa; come l’occasione comune di esprimere e rinnovare una solidarietà altrimenti solo annunciata

Giuliano Guzzo

Arrugas (rughe)


recensione di un film sul senso della vita visto da chi ha i capelli bianchi…



E' un film spagnolo del 2011 che fa sorridere, riflettere e anche piangere. Il film si apre con una scena nello studio di un direttore di banca, davanti a lui una coppia alla quale il direttore, dopo aver a lungo esaminato le sue carte, decide di negare il mutuo.

Purtroppo la testa di Emilio Garcia, il nostro direttore, non è più la stessa ed a volte non riesce a distinguere tra la realtà e la fantasia. Già perchè Emilio ha l'Alzheimer e la scena che abbiamo appena visto è esistita solo nella sua mente, che spesso indugia nel passato, mentre in realtà la coppia che ha di fronte è composta da suo figlio e sua moglie, che non chiedono un mutuo ma semplicemente che il vecchio mangi la sua cena.

Una volta nella casa di riposo la sua vicenda si incontra con quella di altri anziani ospiti, ognuno con la sua storia. Per tutto l'anno la loro vita scorre monotona, anche se Miguel non ha perso la voglia di fare scherzi e ne combina di tutti i colori facendoci ridere di gusto!



Il senso del film sta a mio avviso in due scene madri. La prima è il Natale, vediamo allora che la sala di aspetto e tutte le altre stanze, si riempiono di persone, i parenti in visita e questo riesce a trasformare completamente il luogo. Agli spettatori è impossibile non pensare che gli anziani non vanno abbandonati, ma accompagnati in questo loro ultimo viaggio...



L'altra è quella che vedete nella immagine. E' la storia di Modesto e Dolores. Per lui ormai la malattia ha raggiunto uno stadio avanzato e non riesce nemmeno a mangiare da solo. Dolores gli resta sempre accanto, con una dedizione che suscita anche aspri commenti da parte di alcuni ospiti che non riescono a capire perchè lei, in fondo sana, abbia deciso di spegnersi lentamente per stare a presso a lui che nemmeno la riconosce. Eppure notate quei segnetti accanto ai baffi? Ecco Modesto sta sorridendo e sorride ogni volta che lei gli ricorda una parola che si sono detti appena fidanzati in un tempo molto lontano in cui lui ora vive perennemente. E certo viene da pensare che a volte siamo noi i veri malati, perchè abbiamo dimenticato i nostri sogni e i nostri ricordi più belli.
 
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