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Chi ha paura di Gandhi?

Sessanta sei anni fa veniva assassinato Gandhi, coscienza pacifista e prolife per generazioni.

Gli indiani lo chiamano Mahatma che vuol dire “grande anima”, come lo definì il poeta Tagore. Gandhi è conosciuto mondialmente come il padre della “non violenza” ovvero la manifestazione del dissenso politico attraverso la disobbedienza pacifica. Proprio seguendo la strada pacifista riuscì a guidare l’India verso l’indipendenza dagli inglesi. La sua testimonianza continua a essere di ispirazione per l’impegno di generazioni di giovani e non solo.

Di lui oggi sappiamo quasi tutto: la scelta di condurre una vita povera, la castità, il vegetarianesimo, il profondo amore per l’altro, il rifiuto della violenza. Ciò che ancora molti ignorano è che Gandhi era un paladino del diritto alla vita sin dal concepito, diremmo oggi, era un prolife. C’è poco da stupirsi. Gandhi affermava: “se l'amore e la nonviolenza non sono la legge del nostro essere, tutta la mia argomentazione cade a pezzi”.

Chi ha tanto combattuto e rifiutato la violenza poteva assecondare la violenza contro l’uomo insita nell’aborto? Stupisce invece che tanti movimenti abbiano tra i loro vessilli proprio il pensiero di Gandhi, ma abbiamo letteralmente censurato il suo messaggio in difesa della vita. Alcuni di questi movimenti sono addirittura apertamente abortisti come il partito radicale.

Verrebbe da chiedere alla segreteria di partito di commentare il giudizio lapidario del Mahatma: “Mi sembra chiaro come la luce del sole che l’aborto è un crimine”. Non si tratta di un caso isolato, altri pensatore depurati prima di lui sono stati Pasolini, Bobbio, Salvemini, ecc. Cosa rimane oggi di questi numi tutelari? La risposta della coerenza della ragione e dell’integralità dell’uomo: “la Verità non danneggia mai una causa giusta”.

TE

Non è un pianeta per donne

L'aborto costituisce il principale nemico della popolazione femminile al mondo, ma il femminismo fatica a capire.


Il movimento femminista ha in parte destato l’opinione pubblica sulle discriminazioni storiche della donna, ma ha fallito nella rivendicazione del più basilare diritto, quello alla vita. Il femminismo ha paradossalmente fallito la propria emancipazione dalla "conquista dell’aborto" e dalla valutazione ideologia che ne segue. Bloccato nella sua interpretazione storica non riesce a vedere che oggi l’aborto è essenzialmente il primo nemico al mondo per la popolazione femminile.

Seguendo la geografia di genere, cioè lo studio dei due agenti, uomo e donna, che modificano lo spazio [1] possiamo tracciare una fotografia del mondo basata sul “tasso di femminilità”: il numero di donne per ogni cento uomini. Il tasso di femminilità alla nascita è di per se biologicamente sfavorevole alle donne con una media di 94,5 femmine ogni 100 maschi [2].

Questa sproporzione iniziale se teniamo conto della popolazione vivente non solo scompare, ma viene addirittura ribaltata grazie alla maggiore longevità della popolazione femminile. Fanno eccezione una serie di paesi tra cui l’India, la Cina, il Pakistan in cui la condizione sociale della donna ne pregiudica non solo la sopravvivenza alla nascita, ma la stessa esistenza. Il ricorso all’aborto selettivo ha cancellato dal pianeta intere generazioni di donne.

Le “donne mancanti” secondo le stime del premio Nobel indiano Amartya Sen erano nel 1992 oltre cento milioni [3]. I dati del censimento indiano del 2001 mostrano come nonostante un uguale numero di donne e uomini in età compresa tra 0 e 14 anni, all’aumentare dell’età lo squilibrio aumenta sensibilmente. Lo squilibrio è imputabile sia ai cambiamenti della protezione sociale nel paese di cui beneficiano soprattutto gli uomini [4] sia ad un pesante ricorso all’aborto selettivo come mostrano gli stessi dati del censimento del 2001. Se teniamo presente che il trend mondiale mostra che il miglioramento delle condizioni sociali ha effetti positivi maggiori per la popolazione femminile, lo squilibrio indiano si fa ancora più allarmante.

Come ha posto in evidenza Antonella Rondinone, uno studio condotto nella regione del Punjab mostrava che nonostante il 72% delle donne intervistate fosse contrario all’aborto, il 95% di loro si dichiarò contemporaneamente favorevole a ricorrevi in caso di figlie femmine. Un simile trend sempre più diffuso nel mondo avrà evidentemente più conseguenze negative che positive [5]. Secondo l’associazione medica indiana il 42% delle figlie femmine viene abortito a fronte del 25% dei figli maschi[6]. Riuscirà il femminismo a riconoscere nella pratica abortiva il principale nemico delle donne? Quante donne ancora dovranno “mancare” prima che la politica e la militanza apra gli occhi sull’inviolabile diritto alla vita?

(TE/Giovani Prolife)
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[1] Arena, G. Geografia al femminile. Unicopli, 1990.
[2] Clarck, J. I. The human dicotomy: changing number of males and females. Pergamon, 2000.
[3] Sen, A. More than 100 million women are missing. New York Review of book, 20, 1992.
[4] Mayer, P. Indian falling sex ratios, Population development review, 25, 1999.
[5] Rondinone, A. Le donne mancanti: lo squilibrio demografico in India. Rivista geografica italiana, 1, 2003.
[6] Rmachandran, S. Indian religious leader decry killing unborn baby girls. CNSNews, 27 giugno 2001.

Stanco del bambino? Vendilo su Facebook

Corriere.it rivela una nuova tendenza americana: quella di usare il web per abbandonare i figli precedentemente adottati in Paesi lontani. 

L’inchiesta di Reuters ha mostrato inoltre che alcuni di questi minori subiscono in seguito gravi abusi. Il quotidiano riporta la storia di Quita: “I Puchalla avevano preso Quita, una ragazza con problemi di salute e comportamentali, da un orfanatrofio in Liberia, e l’avevano tenuta per due anni. Quando hanno deciso che non ce la facevano più, hanno messo un annuncio su Internet. 
La coppia ha accompagnato la ragazza dai suoi nuovi «genitori» in un campo di case mobili dell’Illinois, dove nel giro di qualche ora gli adulti si sono conosciuti e passati la prole, senza l’ombra di coinvolgimento di alcuna istituzione pubblica. «Sembravano meravigliosi», ha dichiarato Melissa Puchalla a proposito degli Easons, i nuovi "custodi" di Quita”. 
Ha poi evidenziato l’inchiesta dei giornalisti di Reuters che i genitori adottivi avevano in realtà gravi problemi psichiatrici e tendenze alla violenza, e che in passato erano stati accusati di abusi sessuali su bambini a cui badavano. Dopo i bambini nei cassonetti, l’abbandono degli adolescenti su Internet: il cosiddetto “re-homing” pare essere diventata una pratica diffusa in America. E la fanno da padrone i social network e le piattaforme online, che mostrano i vantaggi di essere economici e immediati. 
“Nato nell’ottobre del 2000, questo bel bambino, Rick, è arrivato dall’India un anno fa ed è ubbidiente e desideroso di piacere”, si legge su uno dei 5.029 annunci analizzati da Reuters, che coprivano un arco temporale di cinque anni. Leggi di riferimento scarseggiano e sono comunque bypassabili, oppure lo si fa illegalmente.
Il benessere dei genitori viene prima di questi bambini, poveri per ben due volte: economicamente, perché provengono da Paesi in Via di Sviluppo ed emotivamente, perché l’amore non è una cosa di cui ci si può stancare.

Costanza Miriano: chiediamo perdono per la maternità surrogata

La scrittrice si confronta con il fenomeno dilagante delle "mamme in affitto": un mercato crescente alimentato dall'egoismo in bilico tra desiderio di avere un figlio "a tutti i costi" e feroce sfruttamento della povertà.

Avevamo parlato dell'allarme lanciato dalle autorità indiane sul fenomeno delle madri surrogate: quelle donne costrette dalla miseria ad "affittare" il proprio utero in cambio di denaro. Una pratica sempre più preoccupanti che sfiora la schiavitù e la degradazione (leggi qui). In sostanzia queste povere madri sono seguite in apposite strutture, concepiscono tramite fecondazione extracorporea, portano in grembo e poi danno alla luce un figlio da cedere alla nascita. Un mercato discutibile che ad oggi ammonta a 2 miliardi di dollari.

Costanza Miriano, scrittrice e ambasciatrice dell'iniziativa "uno di noi" per il riconoscimento giuridico del concepito, affida alle pagine di Avvenire il suo commento lapidario: "caro bambino nato da un utero in affitto, ti chiedo perdono a nome dell’umanità". La scrittrice pensa anche alla madre "chiedo anche a te perdono a nome dell’umanità, perché certo hai accettato di fare una cosa più grande di te per necessità, prendendo pochi spiccioli di quelli che tu e il tuo bambino avete messo in movimento".

Eppure per un mercato oltre all'offerta di donne pronte a mettere in vendita la propria possibilità di essere madri deve esserci anche una domanda di candidati genitori. A loro la Miriano domanda di non alimentare con altro dolore il dolore che hanno già vissuto non potendo divenire genitori in altro modo: "i figli non sono un diritto, e anche se il vostro dolore è grande, un vuoto accolto può diventare apertura ai bisogni degli altri in molti modi diversi, per esempio l’affido e l’adozione".

Tuttavia questo mercato si mantiene grazie a strutture mediche sorde all'etica della vita. Quanti medici accettano di servire la causa del desiderio ben pagato piuttosto che quella della tutela della vita povera e indifesa delle madri surrogate e dei loro figli temporanei? E ancora perché questa compravendita discutibile non fa discutere? Perché il silenzio delle femministe di fronte a questa nuova forma di sfruttamento? Perché l'occidente non smette di sfruttare i poveri per i suoi desideri e capricci?

Leggi l'articolo completo qui: avvenire.it
Foto: TE Persico/giovani prolife

L'aborto selettivo è femminicidio

l fenomeno della discriminazione delle donne alla nascita non conosce tregua, una forma di femminicidio ignorata se non addirittura tollerata in alcune culture.

Donne uccise e uccise in quanto donne: la differenza è abissale. Cambia tutto. Da una parte la donna è vittima, dall’altra è vittima in quanto donna, a partire da squallide e ancestrali discriminazioni che però, curiosamente, tardano ad essere riconosciute. 

Perciò se non fosse tragicamente serio, sarebbe di comico il fatto che il Governo italiano abbia scelto di impegnarsi nella lotta al cosiddetto femminicidio trascurando bellamente il più spietato killer di donne di ogni tempo: l’aborto selettivo.

Stiamo parlando di un fenomeno vastissimo e segnalato già da tempo – la prima a sollevarlo, quasi trenta anni or sono, fu proprio una donna, Mary Anne Warren [1] – ma che continua a godere di una preoccupante omertà. Omertà ad oggi infranta solo parzialmente dopo che, negli ultimi decenni, è iniziato ad emergere lo spaventoso bilancio della mattanza prenatale soprattutto laddove questa, complici legislazioni crudeli e mirate sul versante, ha maggiormente preso piede, e cioè nel continente asiatico. Parliamo di numeri che fanno paura solo a ripeterli.

Dal censimento indiano del 2011 è per esempio emerso che l’equilibrio fa maschi e femmine è sceso a 1.000 contro 914 mentre nel 1981 le femmine erano 962, nel 1991 945 e nel 2001 927; un calo drammatico. Peggio la Cina, dove la Fondazione per la ricerca sullo sviluppo ha chiesto un deciso ripensamento alla politica del figlio unico [2]. 

E da noi? Apparentemente tutto a posto, nel senso che non se ne parla. Eppure c’è. E chi ha provato più di altri a rompere il silenzio sul tema è stata, pure qui, una donna, Anna Meldolesi, autrice di un testo eloquente già nel titolo: “Mai nate” [3].

Libro di spessore ma, stranamente, praticamente ignorato...

Continua a leggere qui: giulianoguzzo.wordpress.com
Autore Giuliano Guzzo

India, l’orrore della maternità surrogata

L'India lancia l'allarme: il mercato degli uteri in affitto in al centro di una inchiesta ministeriale che indaga il fenomeno in bilico tra schiavitù e profitto. Ce ne parla il sociologo Giuliano Guzzo.

Se fosse un film sarebbe una pellicola horror, da seconda serata; di quelle storie cupe, che iniziano male e, il più delle volte, finiscono peggio. Purtroppo però il dramma dell’utero in affitto, in India, non è un film bensì una realtà drammatica e redditizia, molto redditizia: si stima che, complice l’assenza di un quadro giuridico che lo regolamenti, il mercato complessivo – che si sostanzia nella disponibilità di donne che, seguite in apposite strutture, concepiscono tramite fecondazione extracorporea, portano in grembo e poi danno alla luce un figlio da cedere alla nascita – oggi abbia già sforato il tetto stellare dei 2 miliardi di dollari [1]. Una montagna di denaro che forse è la vera ragione per la quale, finora, in pochi si sono preoccupati di verificare in che cosa realmente consista questo businness. Ma in questi giorni è uscito un documento che fa finalmente chiarezza.

Si tratta di un dossier intitolato Surrogate Motherhood-Ethical or Commercial?[2] - approvato dal ministero e che reca in calce la firma della dottoressa Ranjana Kumari del Centre for Social Research – redatto in seguito ad una ricerca condotta nelle cliniche indiane dove si effettua la maternita surrogata. Il lavoro, eseguito studiando i casi concreti e intervistando 100 madri surrogate e 50 genitori committenti, pur non avendo la valenza di pubblicazione scientifica rappresenta un’inchiesta estremamente interessante perché, per la prima volta, mette a nudo la realtà di un mercato eticamente molto discutibile ma, almeno fino ad oggi, poco esplorato nelle sue dinamiche concrete. Come già accennato, gli esiti di questa ricerca sono a dir poco allarmanti e dicono che ...

Continua a leggere l'articolo qui: http://giulianoguzzo.wordpress.com/2013/07/23/india-lorrore-della-maternita-surrogata/

Autore: Giuliano Guzzo
Foto: Giovani Prolife/Persico
 
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