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La realtà americana dei CAV: intervista a Peggy Hartshorn



L’equipe giovani del Movimento Per la Vita sta lavorando duramente in questi giorni per rendere unico (come sempre) il Seminario Quarenghi che si terrà in Basilicata (Maratea) dal 26 luglio al 2 agosto presso Villa del Mare. In avvicinamento a questo evento vogliamo farvi conoscere una delle più importanti relatrici che avremo l’onore di ospitare ed ascoltare al Quarenghi: Margaret Hartshorn, conosciuta anche come Peggy.

Peggy nata e vive nell’Ohio ed è la presidentessa di Heartbeat International, associazione che si occupa del network per oltre 2000 centri di aiuto alla vita negli Stati Uniti. Abbiamo avuto modo di conoscerla durante il Convengo Nazionale di Heartbeat a St. Louis (Missouri) alla quale hanno partecipato oltre 1200 volontari da tutto il mondo. Ecco a voi una sua breve intervista.


A. Qual è stato il momento o l’evento che ha fatto nascere in lei il problema dell’aborto?

P. Sono cresciuta in una famiglia fortemente Cristiana: mio padre e la sua famiglia erano cattolici, invece mia madre protestante. Il rispetto per ogni vita umana e l’accoglienza di ogni bambino era una “dato di fatto”. Inoltre l’idea di abortire (illegale a quel tempo) era ripugnante.
Mi trasferii all’università in California negli anni ’60, gli anni della c.d. “rivoluzione sessuale”, così come i movimenti femministi, l’idea dell’uso di droghe a scopo ricreativo, le proteste contro la guerra in Vietnam e i movimenti “hippie” di San Francisco. Nel 1968 la California legalizzò l’aborto e il mio professore di etica dell’università, un prete domenicano, ci disse: “Ricordatevi le mie parole, tra 5 anni l’aborto sarà legale in tutti gli Stati Uniti!”. Tutta la classe fu letteralmente scioccata da quelle parole. Dopo la laurea tornai in Ohio per ottenere il mio dottorato di ricerca (Ph.D.) e in quel periodo mio padre morì di cancro, mi sposai con il mio attuale marito Mike, e non prestavo attenzione alla questione dell’aborto nel mio Paese. Il 22 gennaio 1973 la Corte Suprema, con la decisione Roe c. Wade, dichiarò incostituzionali tutti le leggi che vietavano l’aborto negli Stati Uniti. Ascoltai questa notizia alla radio mentre stavo guidando e subito mi ricordai della terribile profezia del mio professore. Fui subito “chiamata” a fare qualcosa per aiutare in questa crisi: crisi per le mie credenze religiose e per il mio Paese (il quale è stato fondato sull’evidenza che noi tutti abbiamo un diritto alla vita, datoci dal nostro Creatore, così come sancito dalla Dichiarazione d’Indipendenza). Subito chiamai il l’ufficio dell’associazione Right to Life (associazione che si occupa di combattere in ogni Stato la legalizzazione dell’aborto) e cominciai ad essere una loro volontaria. Divenni subito presidente dell’ufficio sull’educazione.

A. Quale fu il momento più difficile per lei?


P. Nel 1992 molti di noi speravano che la sentenza Roe potesse essere cambiata dalla Corte Suprema, ma invece la Corte si pronunciò riaffermando la stessa decisione del ‘73. Inoltre, nel 1992 fu eletto come presidente degli USA Bill Clinton: era conosciuto per le sue idee pro-aborto” (al contrario del suo predecessore Ronald Reagan, un vero prolife). Con la sua elezione molti pensavano che avevamo perso in modo “permanente” dal punto di vista giudiziario, eravamo molto scoraggiati. Così quell’anno pensai che potevamo essere solo in grado di salvare i bambini e le madri grazie ai centri di aiuto alla vita. Decisi quindi di dimettermi dal mio lavoro d’insegnante all’università e di lavorare a tempo pieno come presidente di Heartbeat International, facendo così nascere i centri di aiuto alla vita negli USA e in tutto il mondo. Dio ha usato il male del diavolo (lo scoraggiamento) e lo ha usato per portare il bene e per far nascere gruppi prolife più forti, come Heartbeat.

A. Può descriverci brevemente la situazione prolife negli USA?


P. La sentenza Roe è ancora in vigore, ma le successive decisioni della Corte Suprema hanno imposto dei limiti al diritto alla privacy, diritto che sta alla base della legalizzazione dell’aborto. I limiti sono per esempio un determinato periodo prima di praticare un IVG, delle leggi sul consenso informato e sul consenso dei genitori, e così via. Negli ultimi 3 anni molte leggi statali hanno posto dei limiti all’aborto, di più che nei 40 anni dalla sentenza Roe. Contemporaneamente, abbiamo costruito un network di oltre 2000 centri di aiuto alla vita negli USA. I 1200 affiliati ad Heartbeat International salvano circa 3000 bambini alla settimana che rischiavano di essere abortiti. La nuova generazione dei giovani è molto prolife rispetto alle altre dal 1973. Gli scanner ad ultrasuono hanno mostrato che il bambino non ancora nato è un essere umano che vive e scresce, e ciò ha convinto virtualmente tutti negli USA. Infatti le domande oggi sono cambiate: oggi ci si domanda “quando è giustificabile togliere la vita ad un essere umano?” e “Quali esseri umani hanno il diritto alla vita?” e non più “quando la vita umana ha inizio?”. Il dibattito è vivo e vigoroso negli USA: la questione non è risolta, per cui speriamo un giorno che le vite di ogni innocente essere umano saranno protette dalla legge.

A. Quali sono le sfide del futuro per la causa prolife?


P. Secondo il mio parere vi sono 5 sfide.
1) Se continua ad indebolirsi la cultura Cristiana (come quella Europea e degli USA) o addirittura vengono abbandonati i valori centrali del cristianesimo, come la dignità di ogni persona, non avremo nessuna differenza con altre culture (come quella dell’Asia), le quali hanno accettato un sistema di valori basato sull’utilitarismo. Questo sistema valoriale utilitaristico non da importanza all’individuo, infatti egli può essere sacrificato per un bene maggiore. Possiamo vedere questo sistema valoriale al lavoro nel sistema medico/sanitario occidentale, dove le decisioni mediche si basano sempre più spesso su quanto è “utile” tale persona. Le radici Cristiane devono essere mantenute e fatte crescere (tramite l’evangelizzazione) cosicché i nostri leader (sia in politica, in medicina, nell’ambito culturale, etc.) possano proteggere il valore della vita umana, come metro di paragone o come bussola. 
2) Dobbiamo mostrare le bugie che si celano dietro i movimenti “di controllo della popolazione”. Per prima cosa dobbiamo convincere le persone che viviamo in un “inverno demografico” – quasi tutte le culture stanno avendo un declino della popolazione e in molti Paesi (compresa l’Italia) il tasso totale di fertilità è talmente basso che, a detta degli esperti, non si potrà recuperare (per esempio, gli italiani, come gruppo etnico, sono una specie in pericolo). In secondo luogo, bisogna convincere gli opinion-makers che la popolazione non è il problema, piuttosto, è la soluzione ai problemi del cambiamento climatico, dell’inquinamento e così via. Dobbiamo rendere desiderabili le grandi famiglie per il bene nostro, del nostro Paese e per il mondo.
3) Dobbiamo lavorare per far ritornare la nostra cultura all’idea che i bambini sono il frutto positivo di una relazione di coppia (bambini e legami affettivi vanno insieme agli atti sessuali). Una volta che i bambini vengono etichettati come non voluti (o addirittura innaturali) in seguito ad un atto sessuale, l’aborto sarà sempre una “necessità” come un back up per sbarazzarsi del problema: cioè il bambino non voluto.
4) Dobbiamo lavorare per prendere l’iniziativa nella formulazione delle questioni (issues ndr.) nella lingue che può realmente cambiare la realtà. “L’altra parte” ha “vinto” con frasi e termini che si rivolgono alle persone, come “salute riproduttiva (compreso l’aborto)”, “diritto di scegliere”, “uguaglianza di genere” “genitorialità (contro madre e padre)”, e così via. Molti di questi termini sono emersi dai documenti delle Nazioni Unite i quali subiscono molte modifiche. Esse presenti in questo processo è un duro lavoro ma “la nostra gente” ha vinto alcune battaglie impegnandosi ad ogni livello e combattendo sui punti più delicati del linguaggio, il quale è così importante e influente.
5) Dobbiamo portare con noi i nostri valori e viverli eroicamente non solo nel Movimento Per la Vita ma su ogni fronte, in ogni lavoro, in ogni professione: medicina, politica, diritto, economia, educazione, etc.

A. Cosa pensa del Movimento Per la Vita Italiano? E’ felice di essere nostra ospite al Seminario Quarenghi 2015?

P. Sono così felice che Dio ha fatto congiungere insieme il MPV e Heartbeat International! Ammiro così tanto il Movimento Per la Vita perché è stato un “pioniere” come organizzazione prolife, è entrata subito nella battaglia! Ammiro, inoltre, l’approccio olistico del MPV: infatti non comprendo solo le attività politiche e legislative ma anche i Centri di Aiuto alla Vita (allo stesso tempo si limita l’offerta e la domanda di aborto); inoltre, il MPV si focalizza non solo sulle questioni biologiche, dei diritti umani, politiche ma anche sull’aspetto spirituale. Ammiro l’unità e la coerenza della vostra leadership (che ha evitato divisioni come quelle dei movimenti prolife americani, limitando in qualche modo il nostro successo per la vita).
Mi piace vedere l’essenzialità per voi di SOS Vita e l’importanza cruciale dei giovani nel vostro movimento: passando il testimone dalla prima generazione prolife a quella nuova sperando che siano loro a vincere la battaglia. Ammiro, inoltre, la vostra capacità di aver unito tutti i 28 Stati europei nel gruppo “Uno di Noi” e ovviamente la campagna One Of Us.
Credo che Dio ha un posto speciale per il MPV sia come leader sia come esempio per gli altri. Roma è speciale dal punto di vista storico, come fulcro da cui è nata la Cristianità. Pietro e Paolo sono morti e riposano lì, insieme a molti altri martiri cristiani. Dato che il mondo si sta secolarizzando (o pagano) per quanto riguarda i valori, aborto e infanticidio sono sempre più accettati nella cultura occidentali, sta a noi “ri-cristianizzare” il mondo. MPV può preparare Roma e l’Italia di nuovo a questa missione, cioè l’evangelizzazione e la diffusione della “Parola di Dio”. Per tutte queste ragioni, sono onorata di poter parlare al Seminario Quarenghi 2015 ed essere una piccola parte di quello che Dio sta facendo grazie a voi.

A. Può dare alcuni consigli ai giovani italiani del MPV per svolgere al meglio il loro volontariato?


P. La cosa più importante da fare è rivelare l’amore e la speranza a quelli che bussano alle porte dei CAV, raggiungendoli in modo amorevole, prendendovi cura di loro. Dite la verità dell’amore. Dio è la sorgente di tutto l’amore e della speranza. Quindi, al fine di rilevare questi due valori centrali, bisogna essere più vicini al Signore. Dobbiamo rimanere i rami attaccati alla vite del Signore. Gesù disse “senza di me, non potete fare nulla”. Noi non possiamo compiere il nostro lavoro da soli o con le nostre energie. Date priorità al vostro rapporto con il Signore mediante l'Eucaristia, i Sacramenti e attraverso la Parola di Dio, attraverso la vostra comunione con gli altri (dove due o più sono riuniti nel suo nome, Egli è in mezzo a noi!). 

Andrea Tosato

I bambini e il talco di Pollon.

Quando l'amore fa notizia: l'ordinaria fiducia nell'altro e un incontro inatteso ad alta quota.


Devo dire la verità, tutta la verità. All’inizio la notizia mi ha un po’ infastidita. La domanda era: davvero viviamo in una società in cui l’amore fa notizia? Eppure dovrebbe essere naturale. Dovrebbe essere normale che un uomo non si lamenti di una bambina autistica ma anzi la faccia giocare… poi ho messo da parte lo spirito iper critico che mi contraddistingue (purtroppo) e mi sono goduta appieno la bellezza dell’essere umano.

Questa settimana, diversi giornali, hanno riportato la notizia di Shannel, la mamma di Kate, una bimba autistica, che ha scritto una lettera al vicino di posto in aereo per ringraziarlo delle attenzioni che ha regalto a Kate.

La lettera inizia così: “Caro papà del sedile 16C”… è già questa cosa mi commuove. Sarà che sono un’inguaribile romatica ma 1. La donna scrive una lettera. Non una mail o un sms. Una vecchia e dolce lettera, in cui può dilungarsi nelle spiegazioni, in cui può manifestare I suoi sentimenti senza avere paura di essere troppo lunga. 2. La lettera è indirizzata a uno sconosciuto. In un mondo dominato dalla paura dell’altro, una donna scrive (i suoi sentimenti) a una persona che non conosce. Sì, l’umanità è proprio bella quando si mostra nel suo lato più fragile e sensibile, l’unico nel quale ognuno sii può riconoscere e l’unico che permette a propria volta di aprirsi senza reserve.
È doveroso e piacevole, riportare il testo in alcune suoi parti, senza commenti.

"Caro Papà,
Non so il tuo nome, ma mia figlia Kate ti ha chiamato "papà" per l'intera durata del nostro viaggio la settimana scorsa e tu non l'hai mai corretta. Infatti, non ti sei tirato indietro perché probabilmente potevi capire che lei non ti stava davvero confondendo con suo padre, ma stava testando la sua fiducia nei tuoi confronti. Se ti ha chiamato così, vuol dire che ha pensato che potevate andare d'accordo.

[…]Ho visto molte donne dall'aspetto rassicurante a bordo e ho sperato che fosse una di queste a occupare quel posto, ma tutte procedevano oltre. Per un attimo ho pensato che sarebbe potuto rimanere vuoto, ma poi ti ci sei seduto con la tua borsa e i tuoi documenti dall'aria importante e io ho avuto una visione, quella di Kate che rovesciava dell'acqua su questi contratti da milioni di dollari, questi atti immobiliari, o di qualunque cosa si trattasse. Quando ti sei seduto, Kate ha cominciato a strofinarsi sulle tue braccia. Le maniche della giacca erano morbide e le piaceva quella sensazione. Le hai sorriso e lei ti ha detto: "Ciao papà, questa è la mia mamma". Poi l'hai conquistata.
Avresti potuto sentirti a disagio su quel sedile. Avresti potuto ignorarla. Avresti potuto farmi uno di quei sorrisi che tanto disprezzo, quelli che significano "Gestisca vostra figlia, per favore". Invece non hai fatto niente di tutto ciò. Hai cominciato a chiacchierare con Kate, facendole quelle domande sulle sue Tartarughe Ninja. Lei non poteva risponderti davvero, ma l'hai fatta così innamorare, che manteneva il contatto visivo e l'attenzione sulla tua voce. Guardavo e sorridevo. Ho cercato anche di farti qualche domanda per distrarla, ma tu non volevi distrarti.
Kate: (dopo aver notato che avevi un iPad): È il computer di papà?
Tu: Si, è il mio iPad. Vuoi vederlo?
Kate: Io???? ( Avevo capito che Kate stava pensando che stavi chiedendole di mantenerlo)
Io: Guardalo soltanto, Kate. Non è il tuo.
Kate: Che bello!
Tu: (Notando che anche Kate aveva un iPad): Anche il tuo iPad è molto bello. Mi piace quel colore viola.
Kate: Papà, vuoi essere un ragazzo cattivo? (Porgendoti Shredder, il leader malefico tra le Tartarughe - e questo, amico mio, è un grande premio)
Tu: Fantastico!
Siete andati avanti a lungo e mai mi sei sembrato infastidito. Kate ti ha concesso anche un momento di tregua e si è messa a giocare con Anna ed Elsa, le sue bambole. Gentile da parte sua salvarti dalle Barbie, ma sono convinta che non ti avrebbe dato fastidio nemmeno quello. Scommetto che hai anche tu delle figlie.
Nel caso tu te lo sia chiesto, stava meglio quando siamo scese dall'aereo. Grazie per averci fatto passare avanti. Si sentiva schiacciata all'inizio e, uscendo, un grande e lungo abbraccio era proprio quello di cui aveva bisogno.
Quindi grazie. Grazie per non avermi fatto ripetere quelle solite frasi che solitamente dico alla gente che incontro quando sono con Kate. Grazie per averla intrattenuta. E per aver messo via le tue cose, i tuoi libri, per passare il tempo a giocare alle Tartarughe Ninja con la nostra bambina".

Mentre finivo di leggere la lettera pensavo. “Certo che solo i bambini possono riuscire nel miracolo di rendere il mondo più bello”. E, da una che crede ancora nelle favole, il volo pindarico è stato: “sarà mica che il talco del cartone animato Pollon ce l’hanno loro e lo usano per far sorridere i grandi?”. E siccome è bello credere nelle favole ma non rifiutando la realtà sono consapevole della nota dolente di quel “Grazie per non avermi fatto ripetere quelle solite frasi che solitamente dico alla gente che incontro quando sono con Kate”. In altre circostanze, questo mi avrebbe spinto a fare una critica sulla società intera, invece, (anche questo un “miracolo” di Kate?) per una volta mi sono limitata a godere della bellezza dell’essere umano e della Vita!

GS

Se non puoi batterli... comprali!

Buone notizie dal Montana, Stati Uniti, dove gli attivisti prolife, il 3 Aprile 2014, sono ricorsi ad un geniale espediente per mettere fuori gioco la clinica abortista di Flathead Country, attiva (e mortifera) dagli anni '90.

Michelle Reimer, direttrice esecutiva del "Pro-Life pregnancy Center, e suo marito, hanno infatti acquistato l'edificio, e notificato lo sfratto agli attuali occupanti. Una azione perfettamente legale che già in passato era stata effettuata in altri luoghi degli USA. Nel 1993 a Chattanooga, in Tennesse, gli attivisti si sono presentati ad un bando di gara pubblico per l'assegnazione di un terreno che doveva ospitare una clinica abortiva. Adesso là sorge il memoriale per i bambini mai nati, e una clinica di assistenza alla maternità.

Nel 2000 a Dayton, in Ohio, la strategia adottata è stata la stessa. Dopo aver ottenuto la proprietà del terreno dove una clinica abortiva doveva sorgere, gli attivisti hanno chiesto ed ottenuto dall'amministrazione locale il cambio di destinazione d'uso, da commerciale a residenziale, rivendendolo anni dopo per la realizzazione di appartamenti.

Eccovi qua una foto di questa bella e battagliera signora. Certo le soluzioni trovate dalla sua organizzazione non sono alla portata di tutte le tasche, ma sono comunque di un gran bell'esempio per tutti noi!

Giovani prolife/Giovanni

Grazie di non avermi buttato via.

Katheryn ha 27 anni e cerca la madre che l’ha abbandonata per dirle “grazie di non avermi buttato via”. 

Ogni volta che si affronta il tema di una gravidanza difficile ognuno ha una voce, la mamma, il papà, la famiglia, i medici e gli assistenti, anche i volontari in difesa della vita. In particolare chi difende la vita cerca di dare voce al bambino che non ancora nato è l’unico protagonista silenzioso di ogni esperienza di maternità e paternità.

Ma che succede se a parlare è direttamente la bambina che rischia di essere “buttata via”? Poco importa se questa voce ha impiegato 27 anni, tanti ne ha Katheryn Deprill, una giovane ragazza degli Stati Uniti che ha affidato a Facebook il suo appello: “sto cercando la mia mamma naturale, mi ha dato alla luce il 15 settembre 1986, mi ha abbandonato nel bagno del Burger King poche ore dopo la nascita, aiutatemi a trovarla condividendo il mio post, forse lo vedrà”.

 Intervistata dal canale Fox, Katheryn si è confidata: “ a meno che uno non sia adottato, non è possibile capire quella parte di te che ti manca quando non sai chi sono i tuoi genitori”. Da qui l’idea dell’appello sul social network per ringraziarla: “non riesco a pensare cosa abbia passato, forse viveva una relazione clandestina, ci sono così tante possibili eventualità che non si possono sapere senza mettersi nei suoi panni”.

 Ora spera che la sua storia possa essere d’esempio per tutti quei genitori che non sono in grado di tenere i propri figli: “c’è sempre una possibilità piuttosto che buttare via il proprio bambino, l’adozione è una cosa meravigliosa”. Una testimonianza preziosa che dimostra come scegliere la vita sia sempre la scelta giusta... e in bocca al lupo a Katheryn per la sua ricerca.





Buon sangue non mente


Alveda King, nipote di Martin Luther King, si batte contro l'aborto negli Stati Uniti


[...] La casa del reverendo Alfred Daniels Williams King (fratello del più noto Martin Luther e padre di Alveda, ndr) a Birmingham fu fatta esplodere da una bomba. La chiesa dove predicava a Louisville fu fatta saltare per aria. Ma il papà di Alveda continuò le prediche e i discorsi appassionati che guadagnarono a lui e al fratello il nomignolo di “figli del tuono”. Dopo il primo attentato, il reverendo A.D. King saltò sul tettuccio di una macchina e si rivolse così ai suoi compagni pronti alla rivolta, già intenti a scagliare sassi: “Amici, abbiamo avuto abbastanza problemi stanotte. Se volete uccidere qualcuno, uccidete me. Lottate per i vostri diritti, ma in maniera non violenta”.

Sua figlia Alveda ha avuto una vita difficile, e non solo per i problemi politici di suo padre e l’assassinio dello zio. Divorziata tre volte, ha volontariamente abortito due bambini ed ha dovuto “arrendersi” al terzo solo perché non poteva permettersi un’altra operazione. Ma nel tempo, grazie alla sua esperienza diretta, ha capovolto il suo giudizio ed è da poco l’autrice di un terribile documentario, Bloodmoney, contro Planned Parenthood e quell’industria dell’aborto della quale era diventata cliente, cioè vittima.

Alveda ora è a capo di un’associazione pro-life e combatte con lo stile del padre e dello zio l’ennesima ingiustizia sociale verso i più oppressi fra i deboli: i non nati. E lo fa grazie a una drammatica, personale consapevolezza di cosa significhi. Una consapevolezza pagata col sangue. Se si legge con attenzione la sua auto-presentazione sul sito dell’associazione che ha fondato, King for America, una differenza rispetto alla sua pagina di Wikipedia salta subito all’occhio. Miss King specifica di essere madre di otto figli, mentre l’enciclopedia gliene attribuisce sei. E questo perché lei, a differenza, purtroppo, della società che la circonda, ha capito che anche quei due “aborti” sono altrettanti suoi bambini. E qualunque cosa sia successa, qualunque sia la colpa di cui si è macchiata nei loro confronti, lei si dice orgogliosa di essere la loro mamma.

leggi la notizia per intero su Zenit.org
fonte: Notizie Pro Vita, luglio-agosto 2013, pagina 14

Sarah and Paige: angeli con una sola ala.

Sarah e Paige vivono l'una a migliaia di km lontana dall'altra. Una in Indiana, nel cuore degli USA e l'altra ad Auckaland (Nuova Zelanda).

Eppure nonostante la distanza hanno qualcosa che le lega e la loro amicizia, coltivata per anni tramite email prima, e skype poi, diventa sempre più speciale. Vivono quasi due vite parallele, si confrontano continuamente, parlano di ragazzi, di sogni, dei loro problemi quotidiani, come tutte le ragazze "normali". 

Già perchè Sarah e Paige sono nate senza un braccio...eppure guardate questo abbraccio qua sopra, quando finalmente sono riuscite a vedersi dopo 8 anni: bellissimo vedere questa gioia e questa vitalità! 
E un pensierino, da buon prolife, lo mando anche alle mamme di queste due splendide ragazze, Patricia ed Emma, che hanno deciso di tenerle e non di buttarle via come magari il mondo diceva loro di fare, ed anzi hanno cercato su internet storie simili alla loro, per farsi coraggio e confrontarsi.

Ed hanno regalato un sogno bellissimo a Sarah e Paige, ma anche a tutti noi...

(Giovanni Gori)

USA inizia l’anno del Rispetto della vita.

Oggi, domenica 6 ottobre, è la Respct Life Sunday, che apre un anno di iniziative dedicate alla tutela della vita umana, presentate dal cardinale di Boston O’Malley.

Negli Stati uniti il mese di ottobre è considerato il “Respect Life Month”, il mese dedicato alla preghiera e all’azione per affermare il valore e la tutela della vita umana. Le iniziative dei prolife americani si aprono con la prima domenica di ottobre, la “Respect Life Sunday”, l’equivalente della Giornata per la Vita che si celebra in Italia alla prima domenica di Febbraio.

Con questo mese si inaugura un anno interamente dedicato alla rispetto della vita. Il tema di questo anno speciale sarà "Aprite i vostri cuori alla vita!". Il programma annuale è scandito da liturgie ed eventi ed affronta i molti temi bioetici. La Conferenza episcopale statunitense (USCCB) ha anche preparato uno speciale sussidio liturgico per la celebrazione della Santa Messa “per ringraziare Dio per il dono della vita umana”.
Il cardinale di Boston, Sean Patrick O'Malley,
segretario per le attività prolife della USCCB

Per l’occasione la Conferenza episcopale ha diffuso un messaggio firmato dal card. Sean Patrick O’Malley, che presiede il segretariato USCCB dedicato ai temi prolife. Nel suo messaggio il cardinale di Boston sottolinea come la nostra società considera “i non nati, i malati e gli anziani come persone superflue e minacciate da atti di violenza o di indifferenza”.

Al messaggio è affidata anche un accorato appello che si ispira alle parole di Papa Francesco: “Solo l’amore compassionevole che cerca di servire i più bisognosi qualunque sia il prezzo a livello personale, è abbastanza forte da superare la cultura della morte e consentire di costruire una civiltà dell’amore”.

(giovani prolife/TE)

L'Iowa mette al bando la somministrazione della RU486 in videoconferenza.

Continuano le restrizioni all'aborto negli USA, ma la Planned Parenthood ha chiesto alla Corte distrettuale di sospendere le nuove norme.


Molti Stati degli USA hanno intrapreso un percorso di restrizione della normative sull’aborto di cui abbiamo spesso parlato (leggiqui per approfondire). Tra questi c’è l’Iowa, il cui Board of Medicine ha votato con larga maggioranza (8-2) una nuova normativa che vieterà la pratica dell’aborto telematico dal prossimo 6 novembre. 

Una pratica che consente la somministrazione della pillola RU486 al di fuori del contesto ospedaliero purchè paziente e medico siano contatto video: una pratica che pone seri problemi sanitari legate alla gestione delle possibili complicazioni conseguenti alla'assunzione della RU486 che in alcuni casi hanno portato anche alla morte delle gestanti. Per questa ragione il Board presentando le novità da introdurreha posto l’attenzione proprio sugli standard sanitari di assistenza da garantire alle pazienti.

La leader locale dell’organizzazione Planned Parenthood (PP), il più grande gestore di cliniche per aborti al mondo di recente finita sotto inchiesta (leggi qui), lunedì ha presentato un ricorso ai giudici distrettuali per impedire il cambiamento della regolamentazione vigente. Secondo la PP la nuova normativa ridurrebbe l’accesso all'aborto da parte delle donne dell’Iowa. Una posizione che rivela come le associazioni abortiste intendano l’aborto: una semplice “pratica su richiesta”, addirittura un “diritto” legato ai diritti riproduttivi.

Jill June, chief executive officer della locale Planned Parenthood, ha contestato la natura politica dell’intervento legislativo e l’assenza di prove mediche o informazioni tali da mettere in discussione la sicurezza del sistema di somministrazione dei farmaci attraverso la telemedicina: "E ' evidente che lo scopo di questa regola è quello di eliminare l'aborto in Iowa , e non ha nulla a che fare con la sicurezza".

Evidentemente alla PP hanno intuito il pericolo insito nei continui successi della strategia prolife dei piccoli passi attuata dai singoli stati. Non potendo agire a livello federale i movimenti e i gruppi di pressione prolife hanno infatti spinto  progressivamente le legislazioni degli Stati verso restrizioni sempre maggiori dell’aborto. I risultati non sono mancati: cliniche per aborti che chiudono e sempre più vite salvate. Staremo a vedere se l’Iowa continuerà la serie di successi conseguiti a forza di “piccoli passi”.

(giovani prolife/TE)

La doppia morale di Obama: Siria e Aborto.

Quando il presidente di un Paese fa appello alla morale, è il primo ad essere sotto esame. Star Parker, fondatrice e presidente del CURE, Center for Urban Renewal and Education, ci spiega perché la posizione di Obama su Siria e aborto mettono in crisi la leadership statunitense.

Obama ha posto la questione dell'attacco alla Siria in termini morali, affermando che gli Stati Uniti hanno il dovere di intervenire per prevenire ulteriori attacchi chimici, come quello che ha ucciso 1.429 persone il 21 agosto. Tuttavia per la Parker “i risultati alquanto dubbi raggiunti dal presidente, in termini di sacralità della vita e principi morali tradizionali, mettono in crisi la credibilità della sua leadership morale”.

Obama ha definito l’uso del gas contro i civili, specialmente i bambini, un crimine contro l’umanità. Per questa ragione, secondo Obama, gli USA hanno l’obbligo morale di intervenire per fermare l’uccisione di altri bambini e per rendere più sicuro il futuro dei bambini statunitensi: “è questo che rende l’America differente” ha concluso Obama. “Purtroppo sotto la guida di questo presidente l’America non è affatto differente” è il commento della Parker, che sottolinea come Obama sia il primo presidente degli States ad aver indirizzato ufficialmente un messaggio alla più grande associazione abortista del mondo, la Planned Parenthood finita recentemente sotto inchiesta (ne abbiamo parlato in un articolo qui).  Suona strano che entrambi i discorsi, quello sulla Siria e sugli aborti, finiscano con un “Dio vi benedica”. 

La Parker allora si chiede “come può un Presidente che invoca la benedizione di Dio sul più grande operatore di aborti americano essere credibile quando giustifica l’intervento militare come un obbligo morale? [..] Se il presidente è davvero preoccupato per l’uso di armi chimiche contro i bambini perché non è seriamente preoccupato del crescente numero di aborti chimici, fatti con la pillola RU486 legale dal 2000? Il 32% degli aborti nelle cliniche della Planned Parenthood, per cui Obama ha chiesto la benedizione di Dio, è compiuto attraverso questo farmaco”.

Il presidente di CURE parla infine della riforma sanitaria soprannominata “Obamacare”, che se da una parte allarga gli utenti del sistema medico, che negli USA è esclusivamente privato, dall’altra però obbliga i datori di lavoro a fornire gratuitamente ai propri dipendenti farmaci contraccettivi e soprattutto abortivi, come la RU486, con buona pace della libertà di coscienza. Il tutto con l’aperto sostegno del Presidente Obama, che si trincera dietro la bandiera, propagandistica quanto demagogica, della salute della donna e dei “diritti riproduttivi” (se vuoi approfondire leggi qui). La Parker conclude “la luce della libertà non può brillare se non è alimentata dalla coerenza della morale. [...] I bambini nati e non nati sono stati vittime innocenti nel nostro stesso paese. Se permettiamo che questo accada in casa nostra come possiamo pretendere di esprimere un giudizio morale ed essere credibili all'estero? Non possiamo, è questo il problema centrale oggi”.

(giovani prolife/TE)

Leggi la dichiarazione integrale di Star Parker sul sito: www.urbancure.org

Mamma dell'anno: "ho aiutato mia figlia ad abortire"

La mamma premiata in Mississipi si dice orgogliosa: "ha scelto da sola". Sicuramente ha scelto la solitudine.


Solo pochi giorni fa abbiamo raccontato la testimonianza italiana di una mamma e una figlia, entrambe incinte che hanno abortito insieme (leggi qui). Un episodio che ancora una volta riporta all’attenzione il ruolo decisivo della famiglia, delle mamme in particolare, nella scelta delle ragazze di fronte ad un figlio inatteso. La storia di oggi viene dall’altra parte dell’oceano, dagli USA, a parlare è la “mamma dell’anno”. E la storia riguarda l'unica clinica per aborti ancora in attività nello Stato del Mississipi, dopo che le normative in materia sono state rese più stringenti (ne abbiamo parlato qui).

La mamma dell’anno racconta orgogliosamente come la sua figlia (quindicenne) sia giunta alla scelta dell’aborto decidendo “tutto da sola”... Eppure il ruolo della madre è per sua stessa ammissione cruciale. La mamma infatti non ha elemosinato infatti di raccontare la sua dura esperienza di ragazza madre. Così sempre perché la figlia decidesse tutto da sola, la mamma racconta come ha aiutato la figlia a finanziare il suo aborto, iniziando a lavorare come assistente della clinica il giorno stesso dell’intervento.

Alla fine c’è spazio anche per la figlia che alla domanda “ti senti triste” non può che rispondere ovviamente con un sì, nonostante la mamma avesse descritto l’esperienza dell’aborto con toni orgogliosi parlando di “empowerment” femminile e altri argomenti simili. Alla quindicenne Kayla rimane solo la confusa consolazione che “lo spirito della mancata bambina, a cui ho dato il nome di Mariah, andrà nel grembo di un’altra mamma che è pronta ad accoglierla”.

Fa riflettere che una scelta tanto contraria alla vita non possa far a meno di un appiglio di sacralità, in qualche modo di vita, di immortalità. Questo perché nella realtà, - come scrive la Mazzantini in “Non ti muovere” - le persone che muoiono non sappiamo dove vanno, sappiamo dove rimangono. E non mancano anche da noi medici abortisti che dicono alle loro pazienti, “questo bambino tornerà quando sarai più pronta”. Ma se una scelta ha bisogno di essere mascherata con una simile ridicola illusione può essere giusta? Autentica? Forse le madri di queste giovani mamme dovrebbero iniziare a fare le nonne con buona pace del titolo di “mamma dell’anno”.

Leggi di più su: liveactionnews.org
Leggi il post della "mamma dell'anno": helastabortionclinic.wordpress.com

(TE/Giovani Prolife. Foto: sarahwynne)

USA: il femminismo in Corte d'Appello.

In molti temono che la nomina di Cornelia Pillard possa incrinare i passi avanti dei singoli stati nella limitazione dell'aborto.


Il senato USA è chiamato a confermare in questi giorni la recente nomina di Cornelia Pillard alla Corte di Appello, la seconda corte in ordine di importanza dopo la Corte suprema. La nomina, proposta dal presidente Obama, ha lasciato interdetti non pochi americani e non solo tra le file delle associazioni prolife.

La Pillard infatti ha espresso più volte giudizi inequivocabilmente a favore dell’aborto. Tra gli argomenti proposti dalla candidata l’aborto gioca un ruolo centrale nel liberare la donna “dalla routine che storicamente la costringe alla maternità”. Come se la maternità nella più grande democrazia del mondo siano una costrizione...

Dovrebbe spiegarci come mai ogni anno migliaia di sue connazionali ricorrano alla fecondazione artificiale e agli uteri in affitto, di madri surrogate prese dalle nazioni più povere, per costringersi alla maternità. Per Life Site News la Pillard crede che le donne non possano essere cittadine come gli altri senza avere accesso illimitato all’aborto. Secondo questa posizione la Costituzione americana dovrebbe addirittura proteggere l’aborto dalle leggi dei singoli stati che, sempre più negli ultimi tempi, stanno limitando il ricorso all’aborto.

Per la Pillard “Le leggi contro l’aborto e le altre restrizioni alla libertà riproduttiva non solo rafforzano la costrizione a continuare le gravidanze non desiderate, ma prescrivono una “visione del ruolo della donna” come madre e curatrice dei bambini in modo incompatibile con l’uguaglianza della protezione”. Come se le donne degli Stati Uniti diventando madri fossero automaticamente declassate a cittadine di serie B.

Una visione alquanto bizzarra che tuttavia potrebbe tramutarsi in un indirizzo legislativo concreto qualora accedesse alla carica di giudice d’appello. Vedremo il responso del senato nei prossimi giorni confidando nel buon senso, una merce sempre più rara.

(Giovani Prolife)

Numeri in calo che, per una volta, sono buone notizie

Il business degli aborti non paga. Merito delle associazioni prolife americane che hanno intelligentemente spinto per delle revisioni di legge che, all’apparenza sarebbero potuti sembrare dei compromessi, ma in realtà hanno fortemente inciso sul numero degli aborti praticati. 


I numeri di questa perdita sono riportati da Tempi.it: “secondo l’agenzia Bloomberg, in circa tre anni, negli Stati Uniti hanno chiuso i battenti 59 cliniche (una su dieci), e il Guttmacher Institute ha calcolato che nel primo decennio del 2000 i centri sono passati da 705 a 591. Un processo che dal 2011 ha indubbiamente subìto un’accelerazione, in virtù delle 200 restrizioni all’aborto passate attraverso i diversi parlamenti statali. In soli due anni, si è registrato un numero di chiusure superiore alla metà di quello del decennio precedente. Non solo: il mese prossimo in Ohio e in Texas altri provider abbasseranno le saracinesche”.

Dura lex sed fuit lex. I prolife hanno portato avanti una azione di lobby proprio nei confronti della giurisprudenza, che ha portato a buoni risultati. Si pensi al caso del Texas, dove, a luglio, è stata varata una legge che ha impedito l’aborto oltre la ventesima settimana e ha imposto alle cliniche e ai centri in cui si pratica l’aborto di adeguarsi agli standard richiesti alle strutture ospedaliere in cui si pratichino interventi chirurgici. Processo simile in Virginia, dove sono state applicate norme simili a quelle texane, con il risultato della chiusura di due cliniche; in Arizona, in Michigan e in North Carolina.

Si è arrivati alla chiusura di 59 cliniche americane. Certo, hanno influito su questa anche i processi e le denunce che si sono verificate negli ultimi tempi e che hanno mostrato la violenta realtà dell’aborto a un’opinione pubblica che ignorava l’argomento, come anche l’obbligo, introdotto in alcune legislazioni statali, di fare l’ecografia prima di ogni intervento: secondo un sondaggio di Focus on the Family, il 78 per cento delle donne che si sono sottoposte agli ultrasuoni ha deciso di proseguire la gravidanza.

Pare che per una volta, quello americano sia un buon esempio da seguire. Voler ottenere un risultato immediatamente spesso ci porta ad adottare tecniche affrettate e inaccettabili ai più. Ma fare il giro lungo, e cercare di guadagnare terreno, pezzo per pezzo, sta iniziando a portare i suoi risultati. E la comunicazione positiva riveste sempre un ruolo centrale: pensate che se alle donne fosse stato mostrato un feto abortito al posto dell’ecografia si sarebbe ottenuto lo stesso risultato? No, perché il linguaggio della vita è un linguaggio di gioia, ed è l’unico che arriva ai cuori e alle coscienze di tutti.

Stanco del bambino? Vendilo su Facebook

Corriere.it rivela una nuova tendenza americana: quella di usare il web per abbandonare i figli precedentemente adottati in Paesi lontani. 

L’inchiesta di Reuters ha mostrato inoltre che alcuni di questi minori subiscono in seguito gravi abusi. Il quotidiano riporta la storia di Quita: “I Puchalla avevano preso Quita, una ragazza con problemi di salute e comportamentali, da un orfanatrofio in Liberia, e l’avevano tenuta per due anni. Quando hanno deciso che non ce la facevano più, hanno messo un annuncio su Internet. 
La coppia ha accompagnato la ragazza dai suoi nuovi «genitori» in un campo di case mobili dell’Illinois, dove nel giro di qualche ora gli adulti si sono conosciuti e passati la prole, senza l’ombra di coinvolgimento di alcuna istituzione pubblica. «Sembravano meravigliosi», ha dichiarato Melissa Puchalla a proposito degli Easons, i nuovi "custodi" di Quita”. 
Ha poi evidenziato l’inchiesta dei giornalisti di Reuters che i genitori adottivi avevano in realtà gravi problemi psichiatrici e tendenze alla violenza, e che in passato erano stati accusati di abusi sessuali su bambini a cui badavano. Dopo i bambini nei cassonetti, l’abbandono degli adolescenti su Internet: il cosiddetto “re-homing” pare essere diventata una pratica diffusa in America. E la fanno da padrone i social network e le piattaforme online, che mostrano i vantaggi di essere economici e immediati. 
“Nato nell’ottobre del 2000, questo bel bambino, Rick, è arrivato dall’India un anno fa ed è ubbidiente e desideroso di piacere”, si legge su uno dei 5.029 annunci analizzati da Reuters, che coprivano un arco temporale di cinque anni. Leggi di riferimento scarseggiano e sono comunque bypassabili, oppure lo si fa illegalmente.
Il benessere dei genitori viene prima di questi bambini, poveri per ben due volte: economicamente, perché provengono da Paesi in Via di Sviluppo ed emotivamente, perché l’amore non è una cosa di cui ci si può stancare.

John Barros: una vita per la vita

Dopo aver combattuto e vinto il cancro, John scopre che la sua vita non può andare sprecata e ricerca la sua missione. Una vicenda vera, orribile e nello stesso tempo incredibile.


«Quella di cui sto per parlarvi – spiega il regista nel video – è una vicenda vera, orribile e nello stesso tempo incredibile». Si apre così il video- testimonianza realizzato dal regista Phil Leclerc sulla vita di John Barros. Una vita che ha dell’eroico e che realmente viene spesa interamente per gli altri. Dopo aver combattuto e vinto il cancro, John scopre che la sua vita non può andare sprecata e ricerca la sua missione. 

Ha in quel momento un’intuizione: il suo compito sarà quello di soccorrere le donne che vogliono abortire. Da quel giorno sono passati tre anni, in cui, 9 ore al giorno per 6 giorni su 7, John si trova davanti alla Orlando Women Center che, con 400 aborti al mese, è una delle cliniche abortive più attive negli USA. Proprio l'OWC ha recentemente destato polemiche con una campagna promozionale: offriva uno sconto di 50$ per abortire di domenica (ne abbiamo parlato qui: segui il link).

Quella di Barros è stata una scelta dettata da una conversione e da una fede ritrovata durante la malattia. 
John si chiede spesso  anche le ragioni che portano le donne ad abortire. È convinto che per molte sia considerata una soluzione, ma “non si rendono conto del dramma personale e della crudeltà che viene definita una semplice operazione”. Barros ha realizzato anche un sito Internet dove ha raccolto le storie delle donne che ha incontrato, sempre diverse ma con una sofferenza molto simile. 

Fonte: tempi.it

Mary Wagner: prolife in carcere

L'attivista ha ricevuto la visita del Vescovo Oswald Gracias.

Durante il processo la donna ha spiegato di aver usato molto tatto e delicatezza nello spiegare alle donne che l’aborto avrebbe fatto male anche a loro. "Mary è sicuramente la voce del bambino non ancora nato. È l’avvocato dei loro diritti".


Mary Wagner è una donna canadese arrestata a Toronto un anno fa e ora processata. Motivazione della detenzione è: “essere entrata più volte pacificamente nelle cliniche abortive di Toronto in modo da incontrare le donne”. Dura vita quella dei prolife che, non possono neanche esprimere pacificamente il proprio punto di vista, onde non ledere la “dignità” o i diritti altrui.

 Una vita coraggiosa quella di Mary, come la sua scelta di rimanere in carcere piuttosto che “pagare una cauzione che però le avrebbe impedito di avvicinarsi alle persone nelle cliniche", racconta la donna a Life Site News. Durante il processo la donna ha spiegato di aver usato molto tatto e delicatezza nello spiegare alle donne che l’aborto avrebbe fatto male anche a loro. 

Ma il giudice non le ha creduto, eppure non aveva prove contrarie e ha affermato: "Lei si sbaglia, il suo Dio sbaglia. Lei ha un disprezzo completo… c’è un diritto in questo paese… lei non ha diritto di provocare ulteriore dolore e afflizione con il suo comportamento". Questione di pregiudizi. Venerdì scorso Mary ha ricevuto in carcere una piacevole visita, quella di Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay e presidente della Federazione delle Conferenze episcopali dell’Asia, uno degli otto cardinali chiamati da Papa Francesco per assisterlo nella guida della Chiesa e nella riforma della Curia romana. 

L’arcivescovo ha detto nell’intervista rilasciata a Life Site News: "Papa Francesco è chiaro sulla necessità di dare testimonianza al Vangelo, nonostante le difficoltà. Sono profondamente convinto che si deve fare quello che si ritiene giusto. Seguire il Vangelo nella buona e nella cattiva sorte, qualunque siano le difficoltà. In questo senso, io condivido pienamente quello che sta facendo Mary Wagner". Il pastore ha poi aggiunto: "Parlando con Mary, mi si è chiarito che lei ha una missione […] è sicuramente la voce del bambino non ancora nato. È l’avvocato dei loro diritti".

(Giovani Prolife/Giovanna Sedda)

L'aborto scontato degli USA

La domenica 50 $ di sconto sull'aborto: se la vita vale meno di niente. 

La campagna choc di "Orlando Women's center" per fronteggiare una società sempre meno disponibile all'aborto. La clinica è stata coinvolta già in inquietanti precedenti legali come denunciano le associazioni prolife della Florida.

Avevamo già parlato (guarda qui) della "benedetta crisi" che sta colpendo le cliniche specializzate in aborti degli USA. Un insieme di fattori stanno portando al fallimento diverse cliniche per aborti: la domanda di aborti diminuisce, le regole si fanno più severe, i requisiti di base sono più costosi.

La risposta alle "difficoltà del settore" è stata però raccapricciante da parte delle cosiddette "abortion facilities". Una delle cliniche ha indetto una campagna promozionale con sconto di 50$ per chi scegli di abortire la domenica.

Ma c'è dell'altro... nella clinica incriminata opererebbe anche un famigerato ginecologo che secondo l'associazione antiabortista Florida Right to Life non ha più la licenza medica oltre che essere stato condannato in passato a un risarcimento milionario per i danni subito da un bambino sopravvissuto all'aborto.

Ancora una volta lo spettro di Kermit Gosnell continua a volteggiare sul settore delle "cliniche per aborti". Il ginecologo è stato recentemente condannato per le indicibili violenze commesse nella sua clinica: il presunto medico uccideva letteralmente i bambini nati vivi a dispetto delle leggi statunitensi sulla rianimazione del feto oltre ad aver commesso una serie indescrivibile di altre violenze (leggi qui).

(Giovani Prolife/TE)

Silicon Valley? Siamo prolife

Il miliardario Max Levchin (PayPal) contro la fecondazione artificiale: ecco Glow, l'app per i metodi naturali.


Il cofondatore di PayPal, Max Levchin, ha di recente sviluppato una app per aiutare le coppie che scelgono di contrastare l’infertilità con i metodi naturali: un modo per ottenere la gravidanza senza ricorrere alla fecondazione artificiale e alla conseguente “produzione” di embrioni in eccesso.


Il genio della Silicon Valley si è confrontato con la questione in prima persona cercando di avere un figlio con la propria moglie e affrontando seri problemi di fertilità. Il programmatore ha così messo a punto una app chiamata Glow, letteralmente "brillare", per guidare le coppie a riconoscere i propri periodi fertili attraverso dati scientifici.

Levchin spera che questa applicazione gratuita, che ha lo stesso approccio semplice e facile da usare delle applicazioni dei giochi, renda il concepimento naturale più facile e accessibile. L’app è fornita di una schermata per la raccolta dei dati giornalieri e restituisce informazioni in due versioni “lui&lei” in modo da aiutare la donna a non sentirsi sola nel suo sforzo per ricercare una gravidanza.

Per Rachel Feltman di Quartz, sito specializzato in applicazioni mobile, “l’applicazione aiuta a fronteggiare su larga scala la delegittimazione di cui sono spesso vittima i metodi naturali aiutandone la diffusione e l’accreditamento sul fronte medico e scientifico”. Oltre che a superare le questioni etiche legate alla fecondazione artificiale i metodi naturali riducono la possibilità di gravidanze plurigemellari e il ricorso alla cosiddetta “riduzione selettiva”, l’aborto discriminante di quei figli con minori possibilità di sopravvivenza.

Ancora una volta l’America si svela più prolife e meno abortista di quanto i sostenitori delle posizioni prochoice vorrebbero farci credere, anche nel nostro Paese. E per di più dove meno te lo aspetti: la Silicon Valley, da sempre la patria dei grandi finanziatori di fondazioni e ONG legate al controllo delle nascite e alla diffusione dell’aborto nei paesi in via di sviluppo.

Con questa scelta coraggiosa Max Levchin, miliardario ideatore del sistema di transazioni online più usato al mondo, ci svela che la causa della vita non ha solo posto nel futuro della storia, come diceva Giovanni Paolo II, ma anche nel futuro della tecnologia.

Il sito dedicato all’applicazione Glow: www.glowing.com/
Per scoprire i dettagli dell’applicazione leggi l’articolo di Rachel Feltman su Quartz: qz.com

(Giovani Prolife/TE)

Less Aborting America

Negli USA ci sono sempre meno cliniche per abortire. Regole stringenti e riduzione delle richieste, spingono gli ambulatori a chiudere, così l'america è sempre meno "aborting".


Mentre in Italia conviviamo con l’intoccabilità della legge 194, negli Stati Uniti le cose cambiano... Non solo di Stato in Stato la regolamentazione sull’aborto diviene sempre più stringente, ma anche le cliniche private specializzate in aborti, le cd “abortion facilities” stanno chiudendo una dopo l’altra.

Crolla così il mito femminista che lega, ancora al di qua dell’oceano, la possibilità di abortire alla libertà della donna. Nell’Aborting America, nella terra dove tutto è permesso, il numero di cliniche per abortire diminuisce: semplicemente, senza polemiche, senza crociate verso quei medici che scelgono di non praticare l’aborto, tanto meno verso quei politici che non fermano la tendenza al declino.

Si conta che nel 2013 ben trenta cliniche statunitensi si sono avviate verso la chiusura. Un numero doppio rispetto a quelle chiuse nel 2012, e siamo solo al mese di agosto. Il fenomeno è correlato ai recenti scandali sulle condizioni sanitarie delle cliniche della morte. Non sono mancate inoltre casi di maltrattamenti e inadempienze tragicamente fatali anche per le madri che hanno portato ad un inasprimento dei controlli e all’innalzamento degli standard medici richiesti agli ambulatori (vedi qui).


Il presidente di Operation Rescue, Troy Newmann , imputa le chiusure a due fattori: l’inasprimento della regolamentazione e una sostanziale “riduzione degli affari”: “Negli USA si è passati da 2.176 cliniche per aborti nel 1991 a 630 cliniche. Mentre abbiamo ancora molta strada da percorrere per porre fine alla pratica barbarica dell’aborto nel nostro paese, iniziamo a vedere i primi progressi”.

(TE)

Planned Parenthood sotto inchiesta, finalmente.

Planned Parenthood, la più potente ONG dedicata alla diffusione dell’aborto finisce sotto la lente del General Accounting Office. L’ente di controllo USA analizzerà l’impiego di tutti i fondi federali spesi a supporto dell’organizzazione per cercare potenziali frodi allo Stato.

I prolife americani hanno da tempo denunciato come queste vere e proprie industrie dell’aborto impieghino i fondi federali per “sottoscrivere” gli aborti, una pratica vietata a livello nazionale dall’emendamento Hyde. La Planned Parenthood (PP) è inoltre al centro di numerose segnalazioni riguardanti comportamenti inappropriati e violenze fisiche. Recentemente il Washington Post ha raccolto testimonianze raccapriccianti di schiaffi alle donne in attesa di abortire e preoccupanti mancanze igieniche in una clinica di PP. Il caso riscontrato nel Delaware si aggiunge alle denunce che continuano a scuotere gli USA dopo lo scandalo Gosnell (vedi qui).

Il deputato Chris Smith ha dichiarato a LifeSiteNews: “è giunto il momento per gli americani di rivedere il sostegno alla PP, e di cancellare il suo finanziamento da parte del governo”. Il membro del Congresso ha poi aggiunto: “speriamo in questo modo di porre fine al sostegno, al finanziamento e alla complicità dei contribuenti americani nella violenza contro i bambini”. Anche il deputato Olson ha ricordato che le leggi degli Stati Uniti proibiscono l’impiego di fondi federali per finanziare l’aborto e che proprio il Congresso “ha il dovere di assicurare che l’esecutivo agisca secondo le leggi nazionali”.

Nel frattempo secondo Life Decisions International (LDI), una ONG che monitora le associazioni abortiste, la Planned Parenthood ha festeggiato il record di finanziamenti pubblici per 500 milioni di dollari nel 2012. Così la presidentessa di PP potrà portare a casa un salario di 400.000 dollari e il tremendo record di 300.000 aborti nello scorso anno.

(TE)

Fonti:
www.washingtonpost.com
www.lifesitenews.com
LDI, www.fightpp.org

Christian, nonostante la disabilità, è il miracolo della sua famiglia.

Solo un video a volte riesce a catturare e a tramettere le emozioni. A volte le parole hanno il limite di essere mediate, di non riuscire ad esprimere sentimenti molto profondi.

Vedendo il video della commovente storia che vi voglio raccontare cercando un modo per renderle giustizia, mi è venuto un dubbio… esiste una parola ancora più grande di “amore”? Non l’ho trovata, l’amore è ciò che di più bello e immenso che io conosca. Eppure la storia di Lacey e Christian va un passo più in là. Lacey è una giovane mamma, si è sposata a 21 anni e due anni dopo ha avuto la meravigliosa notizia di essere incinta.

Lei e Chris, il marito, credono di sognare, amano già questo bambino. E quest’amore cresce con il passare delle settimane. Qualche ecografia rivela però una triste realtà: il bambino nascerà cieco e con una malformazione agli occhi e alle labbra, una rara sindrome con un nome molto difficile, cheilognatoschisi. Lacey e Chris decidono di tenere il bambino, lo amano già tantissimo, così nasce Christian.

“La gente ci fissava e bisbigliava alle mie spalle «guarda quel bambino». Una ragazza mi ha addirittura detto che ero una persona orribile per non aver abortito Christian. Ma non appena Christian crebbe, iniziò a ridere e giocare. E quando le persone lo fissavano, Christian iniziava a ridacchiare. E allora anche loro sorridevano…” Lacey ha deciso di fare un video sulla storia di Christian, per tutte quelle donne che vivono una situazione come la sua e che non hanno la forza di sorridere nei momenti in cui la vita sembra dura.

Lacey è una donna felice, e se non ci credete guardate il video e ditemi. Il suo volto che si illumina e si incupisce nel raccontare la sua vita, la sua esperienza, il suo coraggio e il suo sconforto che svanisce nel sorriso del figlio. Ha un sorriso, Lacey, che non sembra di questo mondo, come pure la luce, splendida e brillante, dei suoi occhi… Il video si chiude con la scritta “lui è l’amore della mia vita, lui è un miracolo”, e segna l’apice della commozione che è un continuo crescendo in questo video pieno d’amore...
(Giovani Prolife - Giovanna Sedda)



Se la storia di Christian ti ha ispirato lascia un commento.

Visita il blog: http://christianbuchanan.blogspot.it
Se non visualizzi il video clicca qui:
 http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=DWBmZDMpIaA
 
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