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Da dove siamo partiti


Testimonianza del CAV di Fasano

Una notte  (erano circa le 11) avevo appena messo a letto il mio papa quando suonarono al campanello. Sulla porta un’amica che mi chiese l’orario del turno che avrei fatto l’indomani in ospedale. La domanda mi sorprese ma risposi alle ore 6 domattina perché? mi disse che voleva essere accompagnata per abortire. Tu sai bene qual è la nostra situazione, ( era veramente grave) tanto che gli inquilini cercavamo di aiutarli.
In quel momento pensai cosa devo dirle o fargli a quest’ora. vedo di convincerla durante il tragitto pensai. Improvvisamente mi ricordai della promessa che avevo fatto durante la santa Comunione. Avrei voluto compier un gesto che avrebbe fatto contento nostro Signore. E cosi le dissi ora vengo giù da te e ne parliamo. Mi sentiti sola e impreparata. Poi con la memoria mi aggrappai e tutti i volontari dei vari Movimenti  per la vita che avevo conosciuto. Mi torno in mente una frase di Vittoria  Quarenghi “Ogni vita ha diritto a nascere” e scomparve in me ogni ostacolo.                          In casa trovai il marito che non mi degnò di uno sguardo, continuando a vedere se riusciva a far accendere un televisore che gli avevano regalato, i bambini piccoli che chiedevano cosa mangiare, la mamma di lei Caterina che piangeva sulla sorte della figlia. ricordo in quel momento di ave detto solo due parole. Chiedimi di darti la mia vita in cambio di quella del bambino che porti in grembo e io sono pronta a dartela, ma non mi chiedere di essere complice del tuo delitto perché non voglio e non posso farlo.  Io ti prometto che ti aiuterò in tutti i sensi se deciderai di farlo nascere.
Il marito a quel punto si alzò chiamo a se la moglie e si allontanarono, dopo poco ritornarono e sedutisi accanto mi dissero “ se tu ci aiuterai come promesso teniamo il bambino.
Quella notte la passai senza chiudere occhi, meditavo su come era stato semplice salvare quella vita, senza arte ne parte si dice da noi per sottolineare che non sempre la professionalità o l’esperienza sono determinanti.
Per nove mesi ho seguito e accompagnato la mamma. e insieme ad altri altre mamma che avrebbero abortito.  Una mattina entravo in ospedale per prendere servizio e trovo M. il marito che mi accompagnò al capezzale della moglie che aveva partorito durante la notte e sapendo in quale situazione famigliare io mi trovassi non vennero a chiamarmi. La piccola era bellissima e ricciolina rosea e pesava 3,kg e mezzo.
R. la mamma mi disse per la prima volta grazie. Vollero che la piccola avesse il mio nome, subito dissi che io avevo fatto una promessa a Gesù Eucarestia quella mattina quindi era a Lui che dovevano il nome della bambina, così mi venne in mente di prendere la parte centrale dell’Eucarestia e trasformarlo in CARES , il nome piacque a tutti, e in particolare a nonna Caterina che si aspettava che la chiamassero come lei. Non mancarono momenti di drammatica angoscia per le condizioni della piccola , tanto che  chiedemmo al cappellano che la venisse Battezzata in casa.  Tante volte la piccola veniva portata a Bari nell’ospedale pediatrico per delle convulsioni.                                                                                             
Cares festeggia il suo onomastico il giorno del CORPUIS DOMINI.  R. ha avuto un’altra bambina dopo Cares ed erano 4° distanza di due anni tra loro. NEL 2014  ricevo una visita era Cares con un fagottino in mano, era appena scesa dall’ospedale e nonostante ormai lontani da casa mia e aveva voluto che incontrassimo la sua bambina.
Tante giovane mamme abbiamo incontrato insieme ad altre persone che volontariamente si erano trovati a rispondere a domande di aiuto per una maternità indesiderata. 
La più importante fu quella di Don Angelo un medico che ci mise a disposizione il suo ambulatorio nei giorni in cui lui non lavorava. Elia la moglie liberò una stanza in casa per accogliere quelle ragazze che decidevano per la vita.  Si ricevevano richieste di ascolto anche da altri paesi. Così è partito il nostro centro di aiuto alla vita 1 in Puglia, e poi ne sono sorti altri. Ostuni. Taranto Lecce, altri ancora. 
Viva la Vita.


Dodicenne violentata, rifiuta l’aborto: nessun rimpianto 23 anni dopo.



Lianna Rebolledo era poco più che dodicenne quando fu brutalmente violentata da due uomini vicino casa sua. All’ ospedale i dottori, le dissero che aspettava un bambino e le raccomandarono di abortire. Lianna, dopo aver chiesto al dottore se questo avesse potuto alleviare il suo dolore, e avendo avuto risposta negativa a questa sua domanda, decise di tenere il bambino nonostante tutto.

Racconta: “Se l’ aborto non rappresentava la soluzione, non vedevo perché avrei dovuto fare quella scelta. Ero solo consapevole del fatto che, avevo qualcuno dentro di me. Non mi sono mai curata di chi fosse il padre biologico. Era la mia bambina, era dentro di me”.

Ora Lianna ha 35 anni e non si è mai pentita di aver scelto di far nascere la sua bambina. Non solo, proprio la presenza di sua figlia l’ha aiutata a superare pensieri suicidi: “È stato veramente difficile ma mi è bastato vedere quella piccola creatura che mi mostrava la sua gratitudine per averle dato la vita. 
Infatti, aveva soltanto quattro anni quando per la prima volta mi disse: Mammina, grazie per avermi donato la vita. È stato in quel momento che ho realizzato che era stata proprio lei a ridonarmi la vita”. E conclude: “Nel mio caso, due vite sono state salvate, ho salvato e scelto per la vita di mia figlia ma lei ha salvato la mia”. Anche se la violenza è stato un momento veramente pesante ,se dovessi attraversare questo momento di nuovo, lo rifarei, solo per conoscere e amare mia figlia. C’è sempre stata per me, è l’ unica persona che mi ha mostrato l’ amore vero, le sarò grata per sempre”.

Giorgia Gagliardini

Fonte: lifenews.com

Europa: licenza di uccidere.

Non un film ma il risultato della discussione nel Parlamento Europeo del Rapporto Tabarella: l’aborto spacciato per diritto umano.

Da tempo una delle principali preoccupazioni degli europarlamentari del partito socialista sembra essere quella di guadagnare, a suon di votazioni, una licenza di uccidere per tutti i paesi membri attraverso la piena legittimazione dell’aborto nell’Unione Europea. La propaganda abortista del resto da anni imperversa nelle istituzioni e nelle organizzazioni internazionali, come da tempo segnaliamo sul nostro blog (vedi qui se vuoi saperne di più).

Nel dicembre 2013 ci fu il tentativo di far passare l’aborto come diritto attraverso la Risoluzione Estrela. Per chi non lo sapesse, la risoluzione su “Salute e diritti sessuali e riproduttivi”, che prende il nome dalla firmataria Edite Estrela, è un testo non vincolante del Parlamento Europeo che proponeva la qualificazione del “diritto all’aborto”, nella forma di diritto umano, senza alcuna concessione al diritto alla vita del concepito. All’epoca la proposta Estrela non giunse mai in votazione all’emiciclo parlamentare.

La storia si ripete: il deputato socialista Tarabella presenta l’ennesimo rapporto, questa volta su “Uguaglianza tra uomini e donne nella UE”. Questa volta il Rapporto viene approvato a larga maggioranza (441 voti a favore, 205 contrari, 52 astenuti). Così il Parlamento di Strasburgo definisce l’aborto come elemento del diritto alla salute sessuale e riproduttiva e per questa ragione va reso sempre più accessibile. Una vera e propria legittimazione di tutte quelle pressioni politiche che spingono sempre più per il libero accesso all’aborto.

La votazione di Strasburgo porta nuovamente l’Europa in contrasto la difesa della vita. Nemmeno un anno fa la Commissione Europea disattendeva la richiesta di riconoscere i diritti del concepito attraverso l’iniziativa “Uno di noi”, firmata da due milioni di cittadini. 

TE

(Foto CC waltercolor .European Parliament Strasbourg 41)



Promuovere la vita nelle parole di Rita.

La testimonianza di Rita Colecchia, Presidente del MPV e del CAV di Termoli, tratta dalla trasmissione “Vivere la Vita” trasmessa il 29 Gennaio 2015 su Molise tv.

Rita, raccontaci di te…
Io vivo a Termoli, sono sposa di Lello dal 1991, ho due magnifici ragazzi, una ragazza di 17 anni Miriam e Jacopo di 12 anni e insegno religione presso l’Istituto Alberghiero di Termoli da 20 anni. Sono presidente del MPV di Termoli dal 2005. Oggi è diventato MPV e CAV di Termoli e svolgiamo questo volontariato con un gruppetto di persone che veramente si spende per promuovere la vita in vari modi.

Da dove nasce il tuo impegno come volontaria MPV?
La proposta di abortire la fecero anche a me ed è da questa esperienza personale che è nato il mio volontariato al servizio della vita. C’era già in embrione perché da quando eravamo fidanzati e novelli sposi volevamo iniziare questo tipo di volontariato, però all’epoca ci sono stati altri percorsi di vita, altri cammini. Ci capitò che nel 2000 rimasi incinta per la seconda volta e quando facemmo l’ecografia morfologica, il ginecologo che era un mio grande amico, era cresciuto con me, mi disse che il bambino aveva una patologia molto seria che non gli permetteva di vivere. E li mi disse: “ io so come la pensi ma te lo devo dire, probabilmente il tuo bambino non potrà vivere, io ti consiglio di effettuare l’aborto.” Ero al quinto mese di gravidanza e nell’aborto che mi dicevano essere terapeutico, io non vedevo una terapia, ma la soppressione di una vita umana. 

Mi è stato consigliato di partorire prematuramente perché questo bambino non aveva prospettive di vita. Io gli risposi, in quel momento mio marito non era con me, c’era mia madre, ” tu lo sai come la penso, questo figlio non è mio è di Dio e solo Dio deciderà della sua vita.” Per cui lo abbiamo accompagnato in tutta la gravidanza fino al termine con la preghiera, con le coccole, con la tenerezza, anche affiancata da una psicologa che già faceva studi sulla psicologia del feto nel grembo materno. Da quel momento, da quella grande proposta negativa che mi venne rivolta dal ginecologo, di abortire, nacque una forza di aiutare altre mamme come me. 

Francesco Pio è venuto alla luce a fine Gennaio del 2001, prima della Giornata per la Vita di quell’anno e salì al cielo il martedì successivo. Quindi veramente il nostro volontariato secondo noi è stato un disegno di Dio e la nostra famiglia con tante famiglie di Termoli svolge un servizio di accompagnamento alle donne in difficoltà che non riescono ad accogliere il proprio figlio perché ci sono delle sofferenze. Una meraviglia del nostro volontariato che volevo sottolineare è che non si salva solo la vita del bambino, si salva anche la mamma. Si pensi alle diverse implicazioni della sindrome post aborto.

Mio figlio è perfetto


La toccante storia del papà che sceglie di occuparsi di suo figlio neonato, affetto da Sindrome di Down

La storia è ormai più che nota.
Un uomo, Samuel Forrest, di origine Neozelandese ma che viveva in Armenia con la moglie, viene informato che suo figlio neonato "ha dei problemi". A quanto pare è affetto da sindrome di Down.

Quel che è peggio è che la madre ha dichiarato di non volerlo, di volerlo abbandonare. Lui invece vuole vederlo, e, non senza faticare, riesce ad averlo in braccio.
"E' perfetto", dichiara, e lo porta via con sé.

Pare che la mamma abbia posto a lui l'aut-aut: scegli. O lui o me.
E questo papà ha scelto suo figlio.
E ha raccontato la sua storia per attivare un fund-raising su internet, per attendere alle necessità del piccolo.

La notizia l'abbiamo letta tutti. E chi non l'ha letta può leggerla qui.
Ma quello che mi ha impressionato sono i commenti che sono stati fatti.
«I soliti commenti sprezzanti», penserete voi. E invece no.

Leggete cosa scrive A. L. :

grande padre... vedrai l'amore che ti dara' Leo... io ho avuto 1 figlia con una malattia molto rara... doveva vivere solo 2 anni ... invece ha vissuto 29 anni e solo l'anno scorso è volata in cielo l' 8 agosto... Elisa mi ha fatto capire l'amore vero anche senza parlare... e oggi mi manca da morire!!! goditi anche tu un'amore speciale che solo loro sanno dare... un'abbraccio ♥

E se questo non vi ha allargato il cuore, leggete cosa gli risponde G.M. : 

La capisco benissimo signora, ho provato la stessa cosa con mia sorella Sarah. Lei mi ha fatto conoscere un amore così grande e puro che non potrò più trovare qualcosa di simile nella mia vita, è stata la mia anima gemella. Doveva vivere solo pochi anni e invece mi ha lasciata pochi mesi fa, a 20 anni compiuti, dopo una vita di amore incondizionato. Mi ha insegnato un aspetto della vita che solo pochi possono capire... Complimenti e rispetto per questo grande papà e uomo, il sorriso e l'amore negli occhi di quel bimbo sarà la ricompensa più grande ♥

Capito? 
Non so voi, ma io ne traggo due insegnamenti: 
1) non è affatto vero che il mondo è sordo alle ragioni della vita. Diciamo che è un po' intontito. 
2) i risultati più belli derivano non dagli attacchi e dalle prese di posizione, ma dalle storie di vita quotidiana, di amore per la vita dimostrato nei fatti. 

E voi che insegnamenti ne traete? 

V per VITA

Meglio il piccolo principe che il principe azzurro

Alla Giornata per la Vita organizzata dal MPV Fiorentino e dall'arcidiocesi di Firenze, la bellissima storia di una mamma e del suo bambino 

Era un principe azzurro quello che cercavo. Un principe azzurro che si è rivelato un ragazzo con problemi di tossicodipendenza, del quale sono rimasta incinta. Ho abortito. Lui è morto di AIDS. Sono rimasta sola. A parlare è Nicoletta. Una donna ormai matura che raccontando la propria adolescenza ricorda con amarezza gli errori commessi.

Iniziai ad abusare di sostanze. Già quando stavo con lui e anche dopo la sua morte. Arrivai al punto in cui mi dissi “O muoio definitivamente o comincio a risalire”. Fu proprio lì che incontrai un uomo con un passato simile al mio, Daniele. Daniele mi capiva, io lo capivo, avevamo entrambi dei problemi. Dopo un anno ero incinta.

Adesso il piccolo Samuele ha 7 anni. Con i suoi capelli biondi a spazzola e la sua sciarpa svolazzante nelle giornate d’inverno, è la copia esatta del Piccolo Principe della storia di Antoine de Saint-Exupéry. La sua stessa esistenza è testimonianza di vita. Sì, perché Samuele non doveva esistere. La prima cosa a cui pensai fu di abortire una seconda volta – continua Nicoletta - perché alla notizia di essere incinta mi crollò il mondo addosso. Io avevo già 42 anni, avevo fatto uso di sostanze ed ero piena di problemi. Daniele aveva una malattia al fegato degenerativa, era sieropositivo e non aveva un lavoro. Eravamo due persone che facevano fatica a badare a se stesse: come avremmo potuto tenere un bambino?
Dalla richiesta di aborto al giorno dell’intervento ci sono 30 giorni. Un mese in cui tutto cambia per Nicoletta. E’ lo stesso piccolo Samuele a farsi sentire importante. Mi hanno fatto l’ecografia: ho visto il bambino piccolo ma già formato, ho sentito battere il suo cuore. Era come sei mi parlasse. Poi ho parlato con le persone del Centro di Aiuto alla Vita di Brescia. Lì ho cambiato idea, perché ho capito che sarei stata aiutata. Ho capito che sarei stata libera: libera di avere mio figlio nonostante le mie difficoltà.

Samuele è nato sieropositivo - prosegue - ma si è negativizzato nel primo anno. Anche nei momenti più difficili dei suoi 7 anni, anche dopo la morte di Daniele, non ho mai pensato “Ma chi me lo ha fatto fare?”. Il vero aiuto del CAV, i cui volontari mi sono sempre stati vicini, non è stato quello economico: è stato avere accanto persone che sembrava che amassero Samuele già prima che io stessa capissi di amarlo.

ANDREA CUMINATTO 

Leggi dal blog di Andrea QUI

"libere di abortire", dice l'Internazionale. E noi rispondiamo


Il mensile "internazionale", che - a suo dire - raccoglie il meglio della stampa internazionale, pubblica come articolo di punta il pensiero di una femminista che vorrebbe tanto l'aborto normale, comune. E noi gli rispondiamo, attraverso la penna del nostro Giuliano Guzzo

Tanto fumo e niente arrosto. La copertina dell’ultimo numero del settimanale Internazionale, con quel titolo così forte e chiaro – “Libere di abortire” -, illude e basta. Perché lascia intendere al lettore che potrà trovarvi abbondanti argomentazioni a favore della pratica abortiva; ma poi basta dare un’occhiata all’intervento di Katha Pollitt, il pezzo forte di questo numero della rivista, per capire che quel titolone è del tutto ingiustificato, una volgare trappola per attirare lettori. L’intervento della Pollitt infatti, intellettuale femminista particolarmente impegnata sul tema dei diritti, non solo non presenta nulla di nuovo, ma contiene un singolare repertorio di sciocchezze, una macedonia di balle e provocazioni buona solamente a confermare che la bioetica, nel 2014, è come il calcio: tutti, in un modo o nell’altro, si sentono titolati a parlarne ostentando titoli e competenze.

Vediamo alcune delle perle della Pollitt. Scrive che «finché ha la possibilità di abortire, perfino una donna convinta che l’aborto sia un omicidio compie una scelta quando decide di tenersi il bambino. Può sentirsi in dovere di avere quel figlio: Gesù o i suoi genitori o il suo ragazzo le dicono che deve farlo. Ma in realtà non è obbligata. Sceglie di avere quel bambino» [1]. Le criticità del ragionamento sono due: l’ingenua esaltazione della scelta e la convinzione se una donna anziché abortire tiene il bambino lo faccia solo perché «Gesù o i suoi genitori o il suo ragazzo le dicono che deve farlo». La prima verte sulla considerazione secondo cui ogni obbligo è di per sè malvagio ed ogni scelta in assenza di obbligo è automaticamente buona. Ma allora perché non abolire, per esempio, anche l’obbligo legale di prestare soccorso? Non sarebbe bello che la difesa dell’incolumità individuale fosse lasciata all’amore di un cittadino per l’altro?
In attesa di saperlo, andiamo alla seconda criticità di quanto scrive la Pollitt, la quale associa la continuazione di una gravidanza al fatto che «Gesù o i suoi genitori o il suo ragazzo le dicono che deve farlo», mentre tace completamente sulle influenze che possono spingere la donna ad abortire. Il messaggio è il seguente: ogni mamma, anche se non costretta per legge, è stata in qualche modo indotta a diventare tale, mentre la donna che abortisce grazie all’ordinamento giuridico incarna, lei sola, la massima espressione possibile di libertà. Sembra ignorare, la saggista femminista, l’ampia letteratura dalla quale, per esempio, emerge come se il 44% delle donne esprime dubbi riguardo la decisione di abortire al momento della scoperta della gravidanza, al momento dell’aborto il 30% continui ad averne [2]; oppure come negli Stati Uniti, fra il 2000 ed il 2008, a fronte di un lieve calo del tasso di aborto generale (-0,8%), vi sia stato un deciso aumento del tasso di aborto fra le donne più povere:+ 17,5% [3].
Sia chiaro: l’aborto procurato, comportando in ogni caso la deliberata soppressione di un essere umano innocente, è e rimane pratica gravemente ingiusta, quindi per chiunque abbia a cuore la tutela integrale dell’essere umano non ci possono essere eccezioni al divieto di uccidere; ne consegue che la libertà di scelta, laddove c’è di mezzo la sopravvivenza altrui, non può essere tollerata se non all’interno di una prospettiva di accettazione della supremazia del più forte sul più debole. Tuttavia immaginare – o anche solo lasciare intendere, come fa la Pollitt – che alla base dell’aborto non vi possano essere influenze “esterne” (come le economiche) o “interne” (come pressioni familiari, sanitarie, lavorative, ecc.), ma solo, a differenza di una gravidanza portata a termine a causa di pressioni, un insindacabile esercizio di libertà significa prendere in giro le persone.

No, non c’è solo la «coercizione riproduttiva», di cui apprendono i lettori di Internazionale [4], esiste anche – ed è frequentissima – una «coercizione abortiva», ed il fatto che venga taciuta dimostra come certa gente, arrivando ad associare l’aborto ad una “scelta” ed omettendo di descrivere le pressioni a favore dell’aborto,non abbia a cuore la dignità umana e neppure quella libertà della quale, con tanta disinvoltura, si riempie la bocca. La prova definitiva della disonestà della signora Pollitt emerge però in un suo secondo intervento contenuto nella rivista, ancora più sbalorditivo del primo. Valga, per tutti, questo interrogativo che l’intellettuale pone ai suoi lettori: «Ma cosa c’è di così virtuoso nell’aggiungere un altro bambino a quelli dai quali si è già soprafatte?» [5]. Tradotto: avete già due o tre figli? Care donne, se aspettaste un altro figlio correte ad abortire, o sarebbe definitivamente «soprafatte».
Il peggio però deve ancora arrivare. E sfocia, in tutta la sua assurdità, in quest’affermazione: «L’aborto fa parte dell’essere madre e del prendersi cura dei figli, perché parte del prendersi cura dei figli è sapere quando non è una buona idea metterli al mondo» [6]. Se la Pollitt ha ragione, allora anche l’infanticidio e l’uccisione di minori fanno parte «dell’essere madre e del prendersi cura dei figli» e rappresentano una scelta opportuna se non doverosa allorquando una donna – o una famiglia – purtroppo si trovasse, causa crisi economica o disoccupazione o altro, nelle condizioni di non poter più soddisfare certe aspettative che si era fatta sulla crescita e l’educazione dei figli. Se cioè è l’assenza di certi standard di benessere minimi a giustificare un aborto, perché mai se detti standard vengono meno dopo il parto, un figlio dovrebbe essere lasciato nelle condizioni di soffrire? Siamo chiaramente alla follia. Inoltre – anche sorvolando sull’inaccettabilità di queste ed altre affermazioni rifilate ai poveri lettori del settimanale – non si può non notare l’assordante silenzio sulle conseguenze dell’aborto.
Aborto che viene presentato già in copertina come un evento «comune, perfino normale». Scusate, ma se è normale un evento che per la donna comporta più alta incidenza di tumori al seno [7] di isterectomia post-partum [8] depressione, abuso di sostanze [9] e mortalità materna [10], che cosa non dovrebbe essere considerato normale? Se è normale un delitto come l’eliminazione di un essere umano innocente ed indifeso, quale delitto non dovrebbe essere considerato normale? Se è normale seminare così tanta confusione su un tema delicato come quello della tutela della vita innocente, quale menzogna, da domani, sarà più criticabile? Sono solo alcune delle domande che vorremmo porre alla signora Pollitt e a quelli che, più che per l’essere “Libere di abortire”, sembrano battersi per qualcosa perfino di peggiore: l’essere liberi di mentire.
Note: [1] Pollitt K. Parliamo di aborto, «Internazionale» 1078, 21.11.2014;42-43:42; 
[2] Cfr. Husfeldt C. – Hansen S.K. – Lyngberg A. (1995) Ambivalence among women applying for abortion. «Acta Obstetricia et Gynecologica Scandinavica»; Vol.74(10): 813-817; 
[3] Cfr.. Jones R.K. – Kavanaugh M.K. (2011) Changes in Abortion Rates Between 2000 and 2008 and Lifetime Incidence of Abortion. «Obstetrics & Gynecology»; Vo.117(6): 1358-1366; 
[4] Pollitt K. Cambiare prospettiva, «Internazionale» 1078:44-45; 
[5] Ibidem; 
[6] Ibidem; 
[7] Cfr. Bhadoria A.S. – Kapil U. – Sareen N. – Singh P. (2013) Reproductive factors and breast cancer: A case-control study in tertiary care hospital of North India. «Indian Journal of Cancer» Vol.50(4):316-21; 
[8] Ossola M.W. – Somigliana E. – Mauro M. – Acaia B. – Benaglia L. – Fedele L. (2011) Risk factors for emergency postpartum hysterectomy: the neglected role of previous surgically induced abortions «Acta Obstetricia et Gynecologica Scandinavica»; Vol.90(12):1450-3; 
[9] Cfr. Bellieni C.V. – Buonocore G. (2013) Abortion and subsequent mental health: Review of the literature. «Psychiatry and Clinical Neurosciences Journal»; Vol.67(5):301-10; 
[10] Cfr. Reardon D.C. – Coleman P.K. (2012) Short and long term mortality rates associated with first pregnancy outcome: population register based study for Denmark 1980-2004.«Medical Science Monitor»;Vol.18(9):PH71-6.

Anche Michael Jakson era prolife!


Una dimenticata canzone del Re del Pop condannava duramente l'aborto

Più si va avanti e più si scopre che sono davvero tanti i prolife nel mondo. Anche gente che non ti aspetteresti. 
Sappiamo di Steve Jobs, di Jack Nicholson, di Justin Bieber, di Martin Sheen e tanti altri. 
Però non sapevamo di Michael Jackson. 

Come segnala il sempre ottimo COGITOETVOLO, sul cui sito troviamo anche il link per la canzone,  Michael scrisse una canzone dura contro l'aborto. Si chiama "song Groove", meglio conosciuta come "abortion papers". 

Ne riportiamo il testo (la traduzione è mia): 

Sorella non leggere, lei non lo saprà mai
E l'amore?
Vivere con un'anima cristiana
cosa otteniamo, lei fugge via
E l'amore?
E tutto ciò per cui io prego
Non sai il peggio, lei conosce un ateo
E Dio?
Vivere è tutto ciò che capisco
Che cosa ottieni, cose che lei direbbe
E l'amore?
E' tutto ciò che prego
Quelle carte dell'aborto
Firmate col tuo nome contro le parole di Dio
Quelle carte dell'aborto
Pensa alla vita, mi piacerebbe avere mio figlio
La sorella è confusa, se n'è andata via da sola
Che ne è dell'amore?
Che ne è di tutto quello che ti ho detto?
Aspettare una vita, leggere le parole,
cantare un canto, citare un verso della Bibbia
il padre è confuso, la mamma è disperata,
il fratello non si dà pace
Che ne è di tutto quello che ho visto?
Lo sai che stai mentendo, lo tieni nascosto
Che ne è del tuo cuore?
E' tutto quello che so
Quelle carte dell'aborto
Quelle carte dell'aborto
mi piacerebbe avere il mio bambino
Quelle carte dell'aborto

Sister don’t read, she’ll never know
What about love?
Living a Christian soul
What do we get, she runs away
What about love?
What about all I pray
Don’t know the worst, she knows a atheist
What about God?
Living is all I see
What do you get, things she would say
What about love?
That’s all I pray
Those abortion papers
Signed in your name against the words of God
Those abortion papers
Think about life, I’d like to have my child
Sister confused, she went alone
What about love?
What about all I saw?
Biding a life, reading the words
Singing a song, citing a Bible verse
Father’s confused, mother despair
Brother’s in curse
What about all I’ve seen?
You know the lie, you keep it low
What about heart?
That’s all I’ve known
Those abortion papers
(Hee-Hee Hee Hee-Hee)
(Hee Hee-Hee Hee Hee-Hee)
Those abortion papers (Hee-Hee Hee Hee-Hee)
I’d like to have my child (Hee-Hee Hee Hee-Hee)
Those abortion papers (Hee-Hee Hee Hee-Hee)
(Hee-Hee Hee-Hee).

Mihaela, il cuore di una madre tra cielo e terra


Nel percorso della mia vita, ho passato tante fasi belle e brutte; ma poi la tristezza di perdere un figlio in un incidente, per tanti anni, mi ha messo un velo oscuro davanti ai miei occhi.

Passo dopo passo, arrivo in Italia, mi avevano promesso un buon lavoro ed avevo la speranza di salvare la mia mamma da una malattia che la stava portando in fin di vita.

Avevo la speranza di guadagnare per poter comprare la medicina che la manteneva in vita ancora per qualche anno. Non è stato così, una trappola di falsità mi era stata preparata. Mi sono ritrovata per due mesi a desiderare la morte, chiusa sotto chiave come in carcere e costretta a prostituirmi, non posso dirvi altro, non ho parole….come si può costringere un essere umano a tanto per guadagno di soldi? Sono stata liberata da sotto quella “chiave” non appena sono intervenute le forze dell’ordine …mi hanno tirato fuori alla luce del giorno “dove potevo vedere luce e sole”, non mi sembrava vero.

Il tutto è avvenuto perché mio padre dalla Romania mi stava cercando. Al momento della denuncia in Commissariato purtroppo ho dovuto ricevere la notizia della morte della mia mamma. La sua vita si era spenta durante il mio sequestro di due mesi.

Un altro buio, un altro velo di ombra, nel mio cuore non restava altro che dolore, molta rabbia ma anche tanta speranza di farcela e lasciare tutto il passato alle spalle.

Avevo iniziato piano piano ad inserirmi con il lavoro, se si può dire nel “mondo dei viventi sulla terra”. Facendo una vita tranquilla, lavorando.

Ho conosciuto M. poco dopo un anno dal mio incubo, e piano piano il nostro rapporto mi ha aiutata ad andare avanti nel vivere una vita serena….riusciva a coprire i miei dolori del passato .

Ma nel 2009 rimango incinta, e scopro che il nostro bambino aveva già 3 mesi di vita, come mamma lo volevo con tutto il prezzo della mia vita. Era come un risveglio alla vita grazie ai battiti del suo cuoricino. Anche questa volta però ho dovuto fare i conti con altro velo di buio! Ho dovuto fare i conti con la situazione familiare di lui: la moglie ed i suoi due figli. Si decise di non poter far nascere questo figlio. Già al momento della decisione però mi sono sentita anche io come un cadavere che camminava sulla terra fra la gente.

Mi sono trovata senza aiuto per poter portare alla luce colui che già era “Uno di Noi”. Da sola, senza un aiuto, una parola di speranza, una informazione per poter essere indirizzata a qualche Centro di Aiuto alla Vita, ed io potevo salvare quel piccolo cuoricino che batteva dentro di me, quella anima che non ho potuto abbracciare al mio petto, carezzarlo. Il suo battito del cuore che già viveva in me. Respiravamo nello stesso tempo, vivendo insieme come un tutto uno.

Non mi era rimasto che rassegnarmi e così lo affidai al Padre celeste: “Dio accoglilo nelle tue braccia, tu lo sai che non ho nessun aiuto e non ho nemmeno minima speranza per un futuro insieme. La scelta dura e tragica mi ha portato fino a quella tavola chirurgica. Dove sdraiata, con una anestesia, non ho saputo più niente… So soltanto che tremavo forte e piangevo, lo sapevo che anche “piccolo”, quel cuore che batteva nello mio grembo, lo stesso tremava e piangeva.

Io dormivo con l’anestesia ma lui no! Al mio piccolo bambino “Uno di Noi” avevano fermato il battito del suo cuore: era tutto spento… E io mi sono svegliata poi nel buio più totale della mia anima, a fare i conti con il vuoto non solo del mio grembo ma della mia profondità interiore. Dove è quel cuoricino ora? Dove lo hanno portato? Cosa hanno fatto con lui? Come sarà stato il suo sorriso? La luce dei suoi occhi al mondo? Perché? Perché? Perché? Domande senza risposta! Freddo, buio e tanto distacco. Una volta morto lui, avevo capito che anche l’anima mia e il mio cuore erano morti. L’unica cosa mi era rimasta, subito dopo, era scrivere due righe per poterlo affidare alla Regina Maria parlando con lei del mio piccolo.

“Angelo mio tu sei come una farfalla, di giorno voli nella luce del sole, e la notte vai a riposare quando il sole tramonta! Quella Regina Maria ti accolga, ti cresca e ti tenga nelle sue braccia”

Poi sentivo forte il peso della mia anima in pena e così sono andata a confessarmi, e fare il minimo che come mamma ho potuto fare, tenendolo nel cuore.

L’ho chiamato Emanuele, e lo immagino come il suo angioletto e lei come mamma al posto mio. Lo penso anche insieme al mio primo figlio, che morì in Romania all’età di 7 anni per un incidente.

Così passo per passo e giorno per giorno la lotta tra dolore, realtà e riflessioni mi hanno portato a farmi tante domanda, una in particolare. Se c’era qualche aiuto, qualche salvezza per ricevere un consiglio di aiuto? Perché nessuno mi ha parlato di questa possibilità, non c’è solo l’aborto, ma anche la possibilità di poter accogliere e far nascere, grazie ai Centri di Aiuto alla Vita, oggi Emanuele sarebbe con me.

Parlate a tutti, ditelo, scrivete che esistono i volontari per la Vita che nei Centri di Aiuto alla Vita, spesso danno la loro vita per aiutarci.

Oggi lo so che grazie al CAV, ma anche alla Casa di Accoglienza “Madre Teresa di Calcutta” di Viterbo, dove sono stata accolta con Francesco, il figlio che poi mi sono trovata ad aspettare l’anno dopo questa mia terribile esperienza, ho compreso molte cose, ho imparato molte cose ed ho imparato anche che la vita di tante piccole creature può essere salvata da morte per aborto. C’è chi è disponibile ad aiutarli a nascere, aiutando le loro mamme! Basta avere l’informazione al momento della scelta!

Mamma che ti troverai davanti ad una scelta, di vita o di morte, per un cuoricino che batte attimo dopo attimo con il tuo, pensa al suo visino, al suo sorriso, alla luce dei suoi occhi, alle sue manine, che se lo fai! Non potrai sentire mai più la sua voce, vedere mai più i suoi sguardi, non sentirai le sue manine che ti abbracciano, i suoi battiti del cuore:

fuggi da quel posto, da quelle persone che ti aiuterebbero a sopprimere tuo figlio. fuggi insieme a lui e lo salverai insieme ad altri, i volontari per la vita che lottano per difendere i battiti del cuore di “ uno di noi “.

La mamma di tre splendidi figli, dei quali due già in Cielo.

Se questo non è un uomo



La verità è che la quasi totalità delle discussioni, almeno sul versante bioetico, è completamente superflua. Non parzialmente: del tutto. I più ancora faticano ad ammetterlo, ma è così. Si potrebbero infatti evitare aspre divisioni e polemiche inconcludenti, specialmente in tema di aborto, se solo si accettasse quella che le persone di buon senso ancora chiamano realtà. La realtà di un soggetto, un essere umano, non ancora nato ma che risponde a stimolazioni esterne già a 20 settimane (Arch Dis Child.1994;71(2):F81-7), e a 29 ha una propria facoltà uditiva (Early Hum Dev.2000;58(3):179-95), al punto da far registrare – sempre alla 29° settimana di gestazione – variazioni cardiache quando ascolta la voce della madre (Dev Sci.2011;14(2):214-23).

Si tratta pertanto di qualcuno che, nel grembo materno, già intrattiene una vita relazionale (Neuroendocr. Lett.2001;22:295–04), capace di memorizzare fra le altre proprio la voce di sua madre (Acta Paediatr.2013;102(2):156-60). Qualcuno con un’esistenza di ritmi giorno-notte (Semin Perinatol.2001;25(6):363-70), di riconoscimento di profumi (Clin Perinatol.2004;31(2):261-85) e, come già detto, di memoria (Neurorep.2005;16(1):81-4). Qualcuno, come noi, in grado di sperimentare anche il dolore (Semin in Perinat.2007;31(5):275-82; Anesthes.2001;95(4):828-35) La verità, allora, è che gran parte delle discussioni, almeno sul versante bioetico, non richiede intelligenza, ma meno miopia. Perché il vero problema non è ciò che non si capisce ma quello, anzi colui, che ci si ostina a non vedere.

Giuliano Guzzo
Fonte: http://giulianoguzzo.wordpress.com/

"Diritto all'aborto"? No, pressioni su 1 donna su 5


Il Secolo XIX ci informa con un articolo dal titolo che sa di amaro. "Aborto: pressioni su una donna su cinque".
Diffidate da chi vi parla di aborto come libera scelta. Il quotidiano ligure ci informa sulle reali condizioni che spingono una donna ad abortire: "pressioni da parte del partner, l’insistenza dei familiari e quella degli operatori socio-sanitari".
Uomini che non si vogliono prendere le responsabilità, famiglie che hanno paura della vergogna, ginecologi che offrono facili soluzioni a un "problema": è questa la realtà, signori e signori. L'aborto non è un diritto nè una libera scelta. A volte non è neppure consapevole.
Così una donna su cinque, tra quelle che affrontano una gravidanza difficile o inattesa, decide di interrompere la gravidanza. A lanciare l’allarme è la Comunità Papa Giovanni XXIII che ha presentato a Bologna le attività svolte nel 2013 a favore delle maternità difficili.
Al "vorrei tenere un figlio ma non posso", la risposta più frequente è hai diritto a non potere, a scegliere della vita di tuo figlio. Anzi no, non si parla mai di vita del figlio, sarebbe sconveniente. A parte l'Associazionismo che di frequente si trova a svolgere il ruolo delle Istituzioni Pubbliche, nessuno risponde che il vero diritto è quello di poter accogliere il proprio figlio e di assicurargli il dono più prezioso, la vita. A questo le Istituzioni dovrebbero accompagnare un'adeguata politica sociale, di reale tutela e sostegno della donna e del bambino. Dovrebbero, condizionale. Esiste una soluzione più facile: eliminare il problema alla radice. Peccato che il problema sia un bambino e che sottomettere la vita di una persona a delle condizioni economiche, fisiche o psicologiche di qualcun altro che decida per lui... beh, non si inscrive in maniera perfetta nell'idea di diritto. Per di più, la stessa Comunità sottolinea come "se adeguatamente aiutate, la maggior parte delle donne, pur avendo preso in considerazione l’idea di abortire, decide di far nascere il proprio figlio".
Potremmo creare azioni di lobby, che oggi vanno tanto di moda. Ma il nostro è un volontariato concreto, che si sporca le mani, che non si ferma alle idee, che dà delle risposte concrete.
E allora... Viva la libertà, ma quella vera! E viva la solidarietà, il più importante perno della civiltà!

GS

Aborto: l’orribile spettacolo arriva live su Youtube.


Emily Letts, 25 anni, del New Jersey, ha abortito perché non si sentiva pronta ad avere un figlio.
Fin qui tutto ormai spaventosamente normale. Ma la brillante donna ha pensato di propagandare il suo gesto, rendendolo pubblico fino all'estremo: ha pubblicato il video del suo aborto su Youtube. Chi sostiene ancora –erroneamente- che la maternità sia un fatto privato, può oggi contrapporre il fatto che l’aborto sia un fatto pubblico (perché?).
A parte le riflessioni sul buon gusto della scelta (in altre parole, che me ne importa a me di vedere il tuo aborto?), risulta ancora più agghiacciante la testimonianza che accompagna il video (non aspettatevi che inserisca il link): “la società vuol far passare le donne che abortiscono come colpevoli ma non dovrebbe essere così. Io non mi sento né triste né colpevole. Mi sento in soggezione davanti al fatto che io possa concepire un figlio, che possa creare una vita”.
Riflettiamo, criticamente.
  • Quale società e in che modo vuole condannare le donne che abortiscono? È sempre facile la generalizzazione quando si vuole normalizzare un proprio comportamento. Io sono la società, me ne sento completamente parte e mi sento rappresentata da questa parola, ma sicuramente non giudico le donne che abortiscono. E come me, penso la maggior parte delle persone. E non mi si venga a parlare delle realtà prolife-terroriste. È una bugia che ci siamo stancati di sentire. Da anni, moltissime associazioni prolife nel mondo si occupano, ad esempio, di sindrome post-aborto, e di aiutare e accogliere le donne che hanno abortito.
  • Lei non si sente né triste né colpevole. Il fatto che Emily cerchi una giustificazione pubblica fa riflettere sulla veridicità dell’affermazione. Gli psicologi potrebbero dire molto in merito ma, siccome non è il mio mestiere, mi limito solo a un’osservazione generica. Ammettendo, e già faccio un grande sforzo di fantasia, che questa affermazione sia vera, chi dice che tutti siamo uguali e reagiamo allo stesso modo? E se mi si rispondesse a questa domanda che “lei non voleva sicuramente dire questo”, allora mi spiegate il senso del video? Se è una scelta personale con delle reazioni personali, perché renderla pubblica? Scusate l’azzardato e di poco gusto paragone ma… mi si autorizza a fare un video della devitalizzazione del mio dente (non un bello spettacolo)? Voglio dimostrare che a me non fa male.
    Da mass-mediologa (o aspirante tale) potrei dilungarmi sull'uso, non solo sbagliato ma raccapricciante e in continua espansione, dei mezzi di comunicazione e in particolare dei social media. Ma a questo, mi sono data una risposta tempo fa. I social come tutto ciò di cui ci avvaliamo, sono strumenti. E in quanto tali non sono né buoni né cattivi. Dipende dall'utilizzo che ne fa la persona, che è il reale soggetto. E che dovrebbe, prima di veicolare una qualsiasi informazione, chiedersi se il messaggio è opportuno e quali sono gli effetti che questa avrà su altre PERSONE. Sì, perché dietro gli schermi, a volte ci dimentichiamo che ci sono persone, con sentimenti reali!
  • Sulla soggezione ad essere donna, purtroppo non posso esprimere che un parere personale. Ma come si fa a vergognarsi del dono più grande che ci è stato dato? Mi sembra l’ennesima maschera dietro la quale nascondersi, per non affrontare la gravità di un gesto irreversibile e non privo di conseguenze sulla donna (dimostrabili scientificamente, non presunte o lette su Internet). Anche su questo punto, i miei amici psicologi potrebbero dire tanto. Non vi nascondo che, per scrivere questo post, avrei voluto studiare psicologia. Ma siccome così non è, lascio spazio alle riflessioni di ognuno.
Accompagno queste riflessioni con una storia di vita, una storia da CAV. Una donna di 32 anni, che non riesce ad avere figli con il compagno con cui è impegnata in maniera stabile e con il quale ha importanti progetti di vita, tra cui la costruzione di una famiglia. Nel raccontare la sua storia alla psicologa, si sofferma sull’aborto che ha subito quando aveva 17 anni e sui sentimenti che accompagnano questo ricordo che le danno ancora oggi la sensazione di “vuoto cosmico”. Parole, le sue, molto forti, che raccontano la sofferenza che ancora vive e i rimorsi che le impediscono ora di concepire un altro bambino. 
Aldilà dei dettagli e dei sentimenti che traspaiono anche dalla sua non comunicazione non verbale, dai suoi occhi velati di tristezza, per me, la frase più forte è “nessuno mi ha detto che era vita”. Due colloqui nei consultori, con una psicologa che le ha strettamente consigliato la soluzione per il suo “problema”, “fino a che sei ancora in tempo”.
Sento spesso questa frase: “nessuno mi aveva detto che dentro di me c’era una vita” o “nessuno mi ha realmente detto che cosa stavo facendo”. Per questo, sono triste (al contrario di Emily Letts), perché la propaganda fatta con armi di cattivo gusto, false e tendenziose, arriva alle donne. Ma è anche ciò che mi spinge a lottare per la vita: le donne che abortiscono sono spesso vittime di una cattiva informazione. Noi volontari prolife siamo qui per questo, per contrastare questo fenomeno di tristezza indotta. Chiamatelo "giudicare"... 

GS

Obiezione di coscienza e legge 194: l'eccezione alla regola.

In un clima d’antagonismo nei confronti dei medici obiettori, accostare il tema della laicità dello Stato a quello dell’obiezione di coscienza è divenuto un tabù, sul quale è concesso discutere solo in certi ambienti e a determinate condizioni. 

Oggi uno Stato autenticamente “laico” è quello che riconosce il diritto ad abortire e che tenta di circoscrivere il più possibile quello ad astenersi, come sembra emergere anche dalle considerazioni che hanno portato il Consiglio d’Europa ad accogliere il reclamo presentato alla Ong “International Planned Parenthood Federation European Network” che accusava l’Italia, a causa dell’alto numero di obiettori, di non garantire l’applicazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza.

La relazione annuale sull’attuazione della legge 194/78 presentata al Parlamento il 13 settembre 2013 evidenzia come anche in Toscana, al pari di molte altre Regioni italiane, dal 1983 al 2011 il numero degli obiettori tra i ginecologi sia cresciuto dal 51% al 65,8%. Davanti a questi dati, il pubblico si divide e sembra prevalere chi afferma che siamo di fronte a una compromissione del diritto di ciascuna donna all’IVG. Ma c’è ancora chi sceglie il dibattito, chiamando a parlare esperti medici, legali e religiosi, come è avvenuto all’ospedale Careggi di Firenze dove, venerdì scorso, i ragazzi del Movit - l’associazione universitaria dei giovani del Movimento per la Vita - di Firenze e Siena e quelli del Movit dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma hanno organizzato una tavola rotonda dal titolo “Laicità dello Stato e obiezione di coscienza”.

L’incontro, moderato da Lucia Leoncini, magistrato ordinario in tirocinio, è iniziato ricordando il significato autentico di laicità dello Stato, che non significa “indifferenza”, ma piuttosto il riconoscimento di un’incompetenza degli organi pubblici a giudicare le istanze interiori del singolo e che implica, quale corollario a questa garanzia di non intromissione, l’imparzialità dello Stato medesimo. A seguire Francesco Zini, ricercatore di Filosofia del diritto dell’Università di Verona ha illustrato i profili tecnico-giuridici dell’obiezione di coscienza, ricostruendone la storia in qualità di “eccezione a una norma giuridica” ma che, in quanto prevista e disciplinata dalla legge, deve comunque essere adempiuta.

Tra i relatori, Jean- Marie Mupendawatu, segretario del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari ha richiamato i cattolici all’impegno in difesa della vita in tutte le sue fasi, portando ad esempio la lettera che nel 1990 l’allora re del Belgio Baldovino scrisse in occasione della sua sospensione dalla carica per evitare di controfirmare la legge che avrebbe legalizzato l’aborto nel suo Paese. In chiusura è intervenuta Donatella Nannoni, medico ginecologo. La dottoressa con la propria testimonianza ha evidenziato l’importanza di partire dall’esperienza per individuare i problemi di ogni singolo caso e per far emergere proprio dai bisogni della donna la soluzione migliore da adottare, nell’ottica di intraprendere insieme a lei una strada alternativa all’IVG. Emerge dunque un dovere del medico il quale, “in scienza e coscienza”, è chiamato a tentare di salvare il proprio paziente, per quanto piccolo, nascosto ed indifeso egli sia.

Eleonora Gregori Ferri.

Diritto alla Pillola?

In Toscana inizia la distribuzione della pillola abortiva RU486 al di fuori degli ospedali: un pericolo in più per la salute delle donne, un passo verso l'aborto a domicilio.

Trascorsi cinque anni dal nulla osta dell’Agenzia del farmaco all’immissione in commercio nel nostro Paese del Mifégyne, pillola abortiva prodotta dall’azienda francese Exelgyn, l’aborto medico è ancora una volta al centro del dibattito nazionale a seguito del parere espresso dal Consiglio sanitario regionale della Toscana, che apre le porte all’impiego della RU486 fuori dei presidi ospedalieri. L’organo tecnico dell’assessorato alla salute ha infatti emesso un atto con valutazione favorevole alla revisione del protocollo operativo relativo alle modalità di svolgimento dell’IVG farmacologico sul territorio, contenuto nel parere CSR 47/2010. Tante le perplessità che accompagnano questa nuova rivoluzione, capitanata da una regione che già in passato si era distinta per la propensione dei propri organi di governo a favorire l’aborto chimico. 

La sede dell'AIFA a Roma.
Come emerge dalla relazione del Ministero della Salute sull’attuazione della legge 194/78, è dal 2005 che alcuni istituti impiegano farmaci a base di mifepristone e prostaglandine per l’interruzione della gravidanza. Tra questi ultimi si distinsero le strutture toscane che, attraverso la prassi dell’importazione del farmaco a paziente riuscirono ad assicurare la possibilità di usufruire del nuovo intervento prima che l’AIFA si esprimesse al riguardo, ovvero mentre erano in corso le prime sperimentazioni all’ospedale Sant’Anna di Torino. Eppure, come riportato in questo articolo de Il Tirreno (qui), le prime lamentele sul protocollo in questione erano fin da allora pronte e muovere battaglia contro i tre giorni di degenza che, a detta della senatrice radicale Donatella Poretti scoraggiavano molte donne a compiere tale scelta. 

Il panorama odierno è dunque il seguente: a fronte di una disciplina ministeriale che prevede per la somministrazione dei relativi farmaci il ricovero ospedaliero, il nuovo protocollo prevedrebbe il ritorno a casa della donna dopo due ore dall’assunzione del mifepristone, la prima delle due pillole necessarie a completare l’interruzione di gravidanza. La paziente è poi tenuta, passate 48 ore, a ripresentarsi presso uno dei poliambulatori “adeguatamente attrezzati” per l’assunzione della prostaglandine e dopo 10/15 giorni viene fissata la visita di controllo, che potrebbe addirittura svolgersi in un consultorio. Se fino ad oggi si prevedeva dunque il ricovero ordinario, in futuro sarà possibile compiere l’aborto chimico a domicilio. 

La presentazione della RU486
L’assessorato al diritto alla salute della Toscana, come riportato da Avvenire (qui), “approfondirà e valuterà” il parere tecnico del Consiglio sanitario regionale, ritenuto conforme al dettato dell’art 8, legge 194/78 secondo il quale “Nei primi novanta giorni gli interventi di interruzione della gravidanza dovranno altresì poter essere effettuati, dopo la costituzione delle unità socio-sanitarie locali, presso poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati, funzionalmente collegati agli ospedali ed autorizzati dalla regione.” 

L’AMCI (Associazione Medici Cattolici Italiani) ha diffuso un comunicato della presidenza sulla libera fornitura della RU486 nei consultori toscani, affermando il proprio dissenso e sottolineando che il parere in questione è “atto arbitrario, poco convenzionale ma anche violento perché manifesta l’intento utilitaristico di voler gestire la vita umana e particolari momenti di fragilità della donna in modo poco responsabile ed esponendola a dei rischi non indifferenti.” Nonché, come sottolineato su Avvenire (qui) dal presidente Filippo Boscia, docente di bioetica dell’Università degli Studi di Bari, una scomoda verità si nasconde dietro a un provvedimento che è detto a tutela della donna e di una sua presunta libertà di scelta e di autodeterminazione: la tutela ha un costo e nel caso di ricovero in ospedale, le cifre si aggirano introno ai 3mila euro. Si compie così un ulteriore passo verso la banalizzazione di un gesto, l’aborto, che anche se praticato fuori dall’ospedale, comunque reca con sé quella sofferenza per una vita mancata che è un sentimento trascendente qualsiasi confine ideologico.

Eleonora Gregori Ferri
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Il parere tecnico del Consiglio sanitario regionale della Toscana: leggi qui

L'obiezione di coscienza in Francia


L’obiezione di coscienza: la decisione del Consiglio Costituzionale francese riguardo all’applicabilità dell’istituto alla legge 404/2013 sui matrimoni tra persone dello stesso sesso
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LA DECISIONE: Con una decisione del 18 Ottobre 2013 il Conseil Constitutionnel –equivalente della nostra Corte Costiuzionale- ha dichiarato conforme alla Costituzione francese la legge 404/2013, non valutando come incostituzionale l’assenza della previsione di una “clause de conscience” ovvero di una possibilità di obiezione di coscienza.
La questione di costituzionalità era stata posta da un nutrito gruppo di sindaci, aderenti al movimento “manif pour tous” che rivendicavano la violazione della propria libertà di coscienza data dall’imposizione di severe sanzioni in capo ai pubblici ufficiali che si fossero rifiutati di applicare le nuove disposizioni di legge.
La decisione del Conseil, si basa sull’assunto per cui fin dal 1804 –anno di entrata in vigore del Codice Civile- lo Stato Francese ha garantito la libertà matrimoniale ed il diritto al matrimonio nel luogo di residenza, assicurando tale statuizione con forti sanzioni per i Pubblici Ufficiali che non vi si fossero conformati.

LA LEGGE E LA SUA APPLICAZIONE: La legge “incriminata” è stata, dopo la sua adozione, corredata da una circolare del Ministero degli Interni (Ministere de l’Interieur, circulaire n° INTK-1300195C, 13 juin 2013) con la quale si ricordava “il dovere dei pubblici ufficiali di celebrare i matrimoni secondo le leggi della Repubblica (ivi compresa l’ultima legge sui matrimoni tra persone dello stesso sesso)” conformemente a quanto stabilito all’articolo 172 del Codice Civile [1]  rammentando che chiunque si fosse comunque rifiutato sarebbe stato passibile delle severe sanzioni amministrative previste dal Codice delle Collettività Territoriali; ovvero una pena detentiva fino a 5 anni ed un’ammenda fino a 75.000€!
Al lettore italiano, questa decisione può apparire strana, se non ingiusta, ove non contestualizzata nel particolare contesto normativo e politico dei “cugini d’oltralpe”.

LAICITA’: Innanzitutto occorre tener presente la diversa natura costituzionale della Francia ove vige fin dal 1905  in rigido principio di laicità, la cui applicazione non conosce i temperamenti ai quali siamo abituati in Italia. Lo Stato francese è profondamente permeato dal principio di laicità e di neutralità e non riconosce e fa proprio, come invece l’ordinamento italiano fa, il valore positivo e l’apporto fattivo del sentimento religioso. Al contrario, il sentimento religioso è, nel sistema francese, qualcosa da tener strettamente legato alla vita privata, tanto che ogni sua manifestazione verbale e materiale è oramai interdetta negli spazi pubblici non solo ai pubblici dipendenti ma agli stessi utenti. Valga a titolo d’esempio la legislazione comunemente conosciuta come “legge sul velo” che ha avuto per conseguenza, non solo l’eliminazione del velo islamico per le allieve delle scuole pubbliche, ma anche la proibizione di qualsiasi altro simbolo religioso di altre fedi, con conseguenti condanne dei giudici di scolari per aver indossato a scuola catenine con croci o turbanti sikh.

LA LEGGE: UN VALORE “SACRO”. In secondo luogo, per comprendere i motivi che hanno spinto il Consiglio Costituzionale, ad adottare una decisione tanto tranchant, bisogna calarsi in un approccio verso la legge totalmente diverso da quello adottato dai cittadini ed anche dai funzionari italiani: se nel nostro Paese, spesso l’applicazione della legge è trascurata o addirittura volontariamente ignorata,  in Francia la legge, conformemente ai principi della democrazia liberale, è ancora considerata con rispetto sacrale, come espressione della volontà del Popolo Sovrano. Difatti anche il vocabolario è completamente diverso: se in Italia una legge è “adottata” dal Parlamento in Francia la legge è “consacrée”. Pare evidente che di fronte ad una legge “consacrata” il pubblico ufficiale transalpino non si possa porre in contrasto non senza correre il rischio di commettere un grave peccato!

LA LIBERTA’ DI COSCIENZA. Ci è sembrato giusto, per spiegare (ma non giustificare) la dura decisione del Conseil Constitutionnel, abbozzare una cornice nella quale poter inquadrare la questione, se non dal punto di vista francese almeno con un occhio più attento alle differenze del sistema d’oltralpe.
Esposti i motivi che hanno portato ad una siffatta decisione, pare opportuno  analizzare la situazione sotto il punto di vista, a noi più vicino, della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (C.E.D.U.), dato anche che il comitato promotore della Questione di Costituzionalità si appresta a presentare ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Sotto il profilo della conformità alla Convenzione della legge in questione ove non prevede la possibilità d’obiezione di coscienza, i ricorrenti solleveranno, con tutta probabilità, accanto ad altri motivi relativi alla composizione ed alla natura del Consiglio Costituzionale, il tema della contrarietà delle disposizioni all’art. 9 della Convenzione. Tale articolo è dedicato alla protezione delle  “Libertà di pensiero, di coscienza e di religione”, ed i ricorrenti potranno basare le loro argomentazioni su una nutrita giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha sanzionato, in relazione a temi quali la leva obbligatoria e l’aborto, gli atteggiamenti degli Stati, volti ad ignorare la libertà di coscienza dei cittadini su temi eticamente sensibili.
In merito alla questione specifica dell’obiezione alla “celebrazione di matrimoni gay”, la Corte di Strasburgo si è recentemente espressa, nel caso Eweida ed altri c/ Regno Unito (CEDU, 15 Gennaio 2013, n.48420/1010) ammettendo, da un lato, che “Lo Stato ha l’obbligo positivo, ai sensi dell’articolo 9, di assicurare il rispetto della libertà di coscienza in relazione a situazioni eticamente sensibili”, ma dall’altro, non arrivando ad affermare la non conformità della legge britannica che non prevedeva la possibilità d’obiezione di coscienza per il pubblico ufficiale che non intendesse celebrare le c.d. “unioni civili”.
I giudici di Strasburgo, potrebbero, difatti, trovare delle giustificazioni alla limitazione della libertà di coscienza nel testo stesso dell’articolo 9 della Convenzione, ove prevede che “la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, […..] alla protezione dei diritti e della libertà altrui”. Infatti, secondo autorevoli fonti francesi, l’obiezione, che è stata e che potrebbe essere, opposta al ricorso del comitato potrebbe basarsi sul principio secondo cui l’obiezione di coscienza non può limitare l’altrui diritto, sanzionato per legge, ad accedere ai servizi dello stato civile, quali appunto il matrimonio.

LIBERTA’ DI COSCIENZA E RISPETTO DELLA LEGGE: L’EQUILIBRIO NECESSARIO. In merito, è  interessante ricordare come, la Corte abbia, nella sua produzione giurisprudenziale in materia d’obiezione d coscienza, sempre inteso trovare un contemperamento tra l’esigenza del buon andamento dei servizi pubblici e la libertà di coscienza dei cittadini ed abbia ripetutamente criticato le sanzioni eccessive che taluni Stati applicavano agli obiettori, sia in merito alla leva obbligatoria che in merito all’aborto.  Inoltre, in merito alla libertà di coscienza, principio fondante di ogni società democratica, si è recentemente espressa l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa che ha invitato gli Stati Membri a: "garantire, in forma chiara e definita,il diritto all'obiezione di coscienza in relazione a questioni delicate da un punto di vista etico (...) a condizione i diritti degli altri di non essere vittime di discriminazione siano rispettati e che l'accesso di tutti ai servizi pubblici sia comunque garantito ".

Ecco che, forse, alla luce di questa tendenza al necessario contemperamento tra libertà di coscienza e rispetto della legge, la questione della “clause de conscience” in merito alla celebrazione di matrimoni tra omosessuali, analizzata in ambiente meno condizionato dalla rigida impostazione legicentrica francese come quello della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, potrà trovare – ce lo auguriamo- una risposta più rispettosa delle diverse sensibilità che si manifestano in relazione a questo tema.

Lorenzo Focardi


BIBLIOGRAFIA
-« L’objection de conscience des maires et la CEDH »  nella rivista  « Revue Lamy Droit Civil », n°108, ottobre 2013, pp. 37-42




[1]il pubblico ufficiale non può rifiutarsi di celebrare il matrimonio se non quando esistano impedimenti o le formalità amministrative previste per legge non siano state correttamente assolte

La marcia contro la vita.

In Italia si festeggia la vita, in Belgio si marcia per difendere l'aborto.

L'aborto è la soluzione. Con questo striscione si apriva ieri sera la manifestazione delle associazioni femministe a Bruxelles. La manifestazione aveva come scopo quello di protestare contro la riforma della legge spagnola Gallardón, cioè la legge sulla IVG che ridurrebbe l'accesso all'aborto per le donne spagnole. La manifestazione ha contato però la partecipazione di circa 2000 persone - secondo l'organizzazione- un numero discutibile vista la massiccia pubblicità degli europarlamentari socialisti e verdi e la sponsorizzazione di molteplici sigle sindacali del Belgio.

Tra le sigle anche la European Humanist Federation (EHF), Abortionright.eu, the European Women’s Lobby (EWL) e l'International Planned Parenthood Federation (IPPFEN). Dall'altro lato, si ricorda la Marcia per la Vita di Parigi di domenica 19 gennaio che ha contato la partecipazione di oltre 40 mila persone appena comparsa sui media. La campagna elettorale europea è iniziata e lo si vede dai recenti avvenimenti proprio sul dibattito Vita-Aborto. 

Prima con la relazione Estrela[1], la quale ha partecipato attivamente alla manifestazione pro-aborto, che è stata bocciata in sessione Plenaria a Strasburgo a dicembre, poi con la richiesta dei socialisti europei di una partecipazione attiva della Commissione Europea per la difesa del fantomatico "diritto all'aborto"[2] in Spagna (con una petizione firmata da solo 230 Parlamenti Europei su un totale di 751), anche questa respinta dal Commissario Europeo Kallas. 

A rendere ancor di più l'aria frizzante la situazione spagnola, il governo socialista di Hollande, che perdendo consensi cerca di unire le forze su tematiche sensibili, e sicuramente l'Iniziativa dei Cittadini Europei "Uno di Noi" che ha raccolto l'adesione di più di 1.8 milioni di persone. Possiamo dire che in Europa si ha il ritorno della tematica che ha scosso la società negli anni '70 e per questo è necessario che tutto il popolo della vita torni a far sentire la sua voce soprattutto durante una delle campagne elettorali più difficili della storia del nostro continente.

Giovani prolife / AT

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[1] http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-%2f%2fEP%2f%2fNONSGML%2bREPORT%2bA7-2013-0426%2b0%2bDOC%2bPDF%2bV0%2f%2fFR
[2] La Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo ha affermato nel caso A, B e C contro Irlanda (16 dicembre 2010) che: "The art. 8 cannot be interpreted as conferring a right to abortion" (par. 214) perché "whenever a woman is pregnant, her private life becomes closely connected with the developing foetus".

Chi ha paura di Gandhi?

Sessanta sei anni fa veniva assassinato Gandhi, coscienza pacifista e prolife per generazioni.

Gli indiani lo chiamano Mahatma che vuol dire “grande anima”, come lo definì il poeta Tagore. Gandhi è conosciuto mondialmente come il padre della “non violenza” ovvero la manifestazione del dissenso politico attraverso la disobbedienza pacifica. Proprio seguendo la strada pacifista riuscì a guidare l’India verso l’indipendenza dagli inglesi. La sua testimonianza continua a essere di ispirazione per l’impegno di generazioni di giovani e non solo.

Di lui oggi sappiamo quasi tutto: la scelta di condurre una vita povera, la castità, il vegetarianesimo, il profondo amore per l’altro, il rifiuto della violenza. Ciò che ancora molti ignorano è che Gandhi era un paladino del diritto alla vita sin dal concepito, diremmo oggi, era un prolife. C’è poco da stupirsi. Gandhi affermava: “se l'amore e la nonviolenza non sono la legge del nostro essere, tutta la mia argomentazione cade a pezzi”.

Chi ha tanto combattuto e rifiutato la violenza poteva assecondare la violenza contro l’uomo insita nell’aborto? Stupisce invece che tanti movimenti abbiano tra i loro vessilli proprio il pensiero di Gandhi, ma abbiamo letteralmente censurato il suo messaggio in difesa della vita. Alcuni di questi movimenti sono addirittura apertamente abortisti come il partito radicale.

Verrebbe da chiedere alla segreteria di partito di commentare il giudizio lapidario del Mahatma: “Mi sembra chiaro come la luce del sole che l’aborto è un crimine”. Non si tratta di un caso isolato, altri pensatore depurati prima di lui sono stati Pasolini, Bobbio, Salvemini, ecc. Cosa rimane oggi di questi numi tutelari? La risposta della coerenza della ragione e dell’integralità dell’uomo: “la Verità non danneggia mai una causa giusta”.

TE

Papa Francesco: l’aborto è un orrore.

Vita, famiglia, giovani, pace, i temi al centro dell’incontro con il diplomatici.


Il Santo Padre ha incontrato gli ambasciatori durante la tradizionale udienza di inizio anno. Francesco ha affidato ai diplomatici il suo appello ai governi perché tutelino la vita e la famiglia sempre più aggredita dalla crisi economica, e sappiano investire sui giovani  “con iniziative adeguate che li aiutino a trovare lavoro e a fondare un focolare domestico”.

Francesco ha ricordato come “il lessico familiare è un lessico di pace”. Una scuola di fraternità minata dall’aumento del “numero delle  famiglie divise e lacerate, non solo per la fragile coscienza del senso di appartenenza che contraddistingue il mondo attuale, ma anche per le condizioni difficili in cui molte di esse sono costrette a vivere, fino  al punto di mancare degli stessi mezzi di sussistenza".

Francesco ha richiamato anche alla difesa dei bambini dalla violenza degli uomini. Il pontefice ha così denunciato l’orrore dei bambini costretti a combattere e quello dei bambini che “non potranno mai vedere la luce, vittime dell'aborto”. Il Papa ha quindi ricordato il dramma del continente africano, facendo particolare riferimento alla situazione della Repubblica Centroafricana, "dove la popolazione soffre a causa delle tensioni che il Paese attraversa e che hanno seminato a più riprese distruzione e morte".

TE

La difficile scelta per essere...


Scegliere, una parola semplice, eppure così complessa, scegliere cosa bere la mattina, scegliere cosa indossare per andare a lavoro, scegliere, scegliere, scegliere.
Eppure ci sono cose per cui la semplice scelta non basta, non basta scegliere di sì o di no, bisogna esserne sicuri, sicuri di ciò che si sta facendo.
L’aborto è una di queste scelte, abortire significa togliere il diritto alla vita a un qualcuno, che sia maschio o femmina, che sia sano o malato, che sia per o contro il suo bene.
Abortire non è come spingere un pulsante, non è come premere ON ed OFF, abortire significa avere tra le mani il destino di una vita.
I vivi possono decidere i destini degli altri vivi, ma se ciò comportasse qualcosa di più che scegliere se far vivere o meno una persona?
Se ciò, invece, significasse privare una vita di ciò che la rende tale?
Non si pensi di essere egoisti nel tenere in vita una persona, che abbia difetti o meno, solo per motivi personali; La vita è una medaglia, ha sempre due rovesci:
Conosceremmo la gioia, se non conoscessimo il dolore?
Conosceremmo la felicità, se non conoscessimo la tristezza?
Conosceremmo l’amore, se non conoscessimo l’odio?
Detto ciò lascio a voi la scelta, non pensate che un problema possa far diventare la vita di una persona una sofferenza, non pensate che le sue difficoltà non possano essere superate, non siate egoisti, non decidiate a scapito della vita stessa, decidiate per il bene di coloro che non sanno ancora di essere amati.


Absence
E fu la vita, in quest’attimo.
In questa via, in questo calvario.
In questo mondo di paure, di angosce.
Di mille momenti, come di lacrime al vento.
Come di tenebra alla luce, di ombre al sole.
Di lunghi istanti al valico delle ragioni, delle vite.
A quando il fatal sospir chiese.
Quale, qual è la vita.
Nel mare delle nostre ragioni il motivo, affonda.
Nel silenzio dei nostri pianti, si perde il senso, la pura ragione del gesto.

Di quella singola scelta, della vita e del no.

G. A.

La Spagna chiude all’aborto

La notizia del giorno, anche se è riduttivo definirla così, è il dietrofront di ieri del Governo spagnolo sull’aborto procurato, che potrebbe subire – se il Parlamento darà la sua approvazione – importanti limitazioni rispetto alla precedente legislazione varata nel 2010 da Zapatero. Nello specifico, la proposta avanzata dal ministro della Giustizia Alberto Ruiz-Gallardón, assicurando l’obiezione di coscienza a tutti i professionisti sanitari interessati, prevede l’aborto volontario nelle prime 12 settimane solo in caso di stupro ed entro le prime 22 settimane di gestazione nell’esclusiva eventualità di rilevante e duraturo rischio della salute materna, da accertarsi da due differenti medici.
Ora, dei possibili atteggiamenti del legislatore in materia, quello assunto dall’esecutivo di Mariano Rajoy non rientra nella tipologia più restrittiva – vale a dire quella che sancisce il divieto assoluto di aborto con tanto di sanzione penale 
-, ma costituisce egualmente una svolta significativa nel panorama europeo ed occidentale, come del resto suffragato dal vespaio di polemiche che questa decisione sta scatenando. Anche perché, al di là dell’esito parlamentare che avrà la proposta del ministro della Giustizia spagnolo, questa non solo ha riacceso i riflettori sul tema eticamente sensibile per eccellenza, ma di fatto costringe noi tutti a tornare a considerare quale fondamento possa avere l’idea dell’aborto legale.
In altre parole, quello che sta succedendo in Spagna si traduce, per noi osservatori esterni, in un interrogativo: perché – noi come Italia, come Europa e come Occidente – dovremmo continuare a mantenere l’aborto legale? Di certo, diversamente da quanto sentiamo spesso affermare, non per sconfiggere la piaga dell’aborto dato che se da un lato un Paese come l’Italia effettivamente registra un calo di aborti che però riesce difficile non leggere quale riflesso di un generale calo di nascite (e dunque di concepimenti), d’altro lato – come brillantemente osservato dal dottor Puccetti –  «le donne abortiscono in maggiore misura se l’aborto è legale in una percentuale che gli» stessi «autori pro-choice stimano tra il 10 ed il 30%».
L’aborto legale, dunque, non serve a contrastare l’aborto. E neppure – per venire ad una seconda ipotesi di legittimazione della pratica – a sconfiggere l’aborto clandestino dal momento che, per stare all’Italia, lo stesso Ministero della Salute, nella sua ultima relazione, ribadisce una stima «pari a 15.000 aborti clandestini». A questo punto, si potrebbe ribattere che l’aborto legale, anche se non diminuisce il fenomeno in generale e neppure ne sconfigge la dimensione clandestina, quanto meno tutela la salute delle donne; ma pure questa è una falsa ragione giacchè, se ci atteniamo alla letteratura scientifica, risulta accertato come il divieto di aborto non risulti correlato alla mortalità materna e men che meno ad un suo peggioramento.
Anzi, a dirla tutta la pratica abortiva – anche sorvolando sui non trascurabili ed anzi altissimi rischi di depressione ed ansia che comporta– risulta associata ad un maggiore tasso di mortalità, per le donne che vi ricorrono, sia rispetto all’aborto spontaneo che alla gravidanza portata a termine. Riepilogando, non esiste una – dicasi una – buona ragione, neppure considerando la sola salute femminile e tralasciando totalmente l’ambito morale, per cui il legislatore farebbe bene a mantenere l’aborto legale; al contrario, ne esiste una ma solidissima che va nella direzione esattamente opposta. Di quale ragione stiamo parlando?
Semplice: della ragione, ma sarebbe meglio dire del fatto, per cui il bambino non ancora nato è una persona e come tale merita di essere incondizionatamente tutelato. Perché nel momento in cui siamo informati dell’esistenza di qualcuno col cuore battente, con già una sua vita relazionale fatta di ritmi giorno-notte ed in grado a suo modo di rispondere alla voce materna di memorizzarla fra le altre e di avvertire un senso di dolore, abbiamo solo una possibilità per negare che quel qualcuno sia uno di noi: chiudere gli occhi. Ma chi inizia col chiudere gli occhi, molto presto, si ritroverà chiusi non solo quelli, ma anche il cuore, col rischio – reale e gravissimo – di perdere la propria umanità. Ne vale la pena?
Giuliano Guzzo/ http://giulianoguzzo.wordpress.com
 
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